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“Il dovere di scrivere qualcosa che abbia un senso”: intervista al musicista Giorgio Ciccarelli
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“Il dovere di scrivere qualcosa che abbia un senso”: intervista al musicista Giorgio Ciccarelli

Valeria Lucia Passoni

Chitarrista, cantante e compositore, Giorgio Ciccarelli è entrato nel circuito musicale nella seconda metà degli anni Ottanta e nel suo percorso professionale ha collaborato con diverse band come Afterhours, Colour Moves e Sux!; ha girato l’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada e la Cina, calcato il palco dell’Ariston tanto quanto quello del Leoncavallo di Milano e del Primo Maggio a Roma, suonato con musicisti di fama internazionale, e intrapreso, negli ultimi anni, un progetto solista con il quale si appresta a pubblicare il terzo disco.

Ieri è uscito “Non Credo in Dio”, singolo che anticipa l’uscita dell’album per la cui realizzazione ha rinnovato la collaborazione ai testi di Tito Faraci, scrittore di romanzi e sceneggiatore di fumetti (da Topolino a Diabolik passando per Tex e Spider Man), e ha affidato la produzione artistica e il mixaggio a Stefano Keen Maggiore.

In questa intervista con Giorgio Ciccarelli, abbiamo parlato di rock, di impegno artistico, di fumetti e ovviamente della sua musica.

Giorgio, cosa ascolta in auto o quando è a casa un artista come te che ha suonato con Greg Dulli, Mark Lanegan e Patti Smith? A fare il musicista, come ci sei arrivato? Ti ricordi la prima volta che hai suonato la chitarra? E quando ti sei reso conto che sarebbe stata la tua collega di lavoro per la vita?

Troppo semplice risponderti che in macchina o a casa ascolto Greg Dulli, Mark Lanegan e Patti Smith, ma, a parte gli scherzi, devo dire che gli ultimi due dischi di Lanegan, mi piacciono moltissimo… In linea generale, sono molto aperto a vari e diversi ascolti, mi lascio consigliare da amicə che hanno ancora la voglia e lo stimolo di cercare “roba buona” che poi mi passano, e poi mi diverte anche tentare la fortuna, ovvero vado a caso, clicco su amicə di amicə che suonano e sento cosa fanno, e quando trovo qualcunə di valido, scrivo e glielo dico! È successo così con Sarah Delijah, una cantautrice romana che mi ha colpito parecchio con il suo “Un forte applauso”, oppure con una band che si chiama Panta, il cui singolo “C’è ancora un brindisi da fare” ho ascoltato per giorni…

A fare il musicista sono arrivato ovviamente per passione, ma anche un po’ per caso: in casa mia c’è sempre stata musica, mia madre aveva una collezione di 45 giri da far paura (che poi ha inspiegabilmente buttato per far spazio in casa…). Ricordo una certa quantità di dischi di artistə che rifacevano le canzoni dei Beatles in italiano, “Obladì Obladà” dei Ribelli, oppure “Norvegian wood” dei Camaleonti o anche “Michèlle” cantata da non ricordo chi e che io da bambino ascoltavo voracemente. In più, avevo un fratello più grande di 5 anni che aveva una chitarra, per cui, da quando ho memoria, mi vedo giocare con una chitarra e da allora non ho più smesso. Il primo disco l’ho fatto nel 1985 con la mia prima band, i Colour Moves; l’ultimo uscirà a nome mio nell’autunno del 2021. In mezzo c’è stata una vita professionale dedicata alla musica.

Negli ultimi giorni, complice la vittoria dei Måneskin all’Eurovision, la parola “rock” è ovunque, anche negli angoli e sulle bocche più impensabili. Tu sul rock ci hai costruito una passione, un lavoro, una vita. Come si spiega il rock? Che cos’è? Ma cosa significa essere rock? È cambiato – e se sì, come – il concetto di rock nel tempo, da quando hai iniziato a muovere i primi passi nella musica fino ad oggi?

Non ho un’idea precisa di che cosa significhi essere rock, o meglio, so che il cliché proposto dal mainstream e al quale moltə cosiddettə “rockers” aderiscono, vuole che ci si vesta e ci si comporti in un certo modo, quindi, petto nudo durante il concerto, pantaloni di pelle, il capello, meglio se lungo, si deve urlare, si deve bere, a volte drogare e fare sesso con tante ragazze… Insomma, il famoso “sesso, droga e rock’n’roll”. A me piace molto il rock, ma ai concerti vesto sempre elegante, porto i capelli corti e con la riga, bevo per dissetarmi, non mi drogo e in 35 anni di onorata carriera, non ho MAI “cuccato” a un concerto. Insomma, una noia incredibile. Capisci bene che non sono la persona più adatta a spiegarti il rock…

“Non Credo in Dio”, il tuo nuovo singolo, è un brano diretto, che senza mezzi termini si interroga sulla fede, che sembra tendere un filo di collegamento con l’impegno etico (e politico) di “Bandiere”, un brano in cui nuovamente collabori con Tito Faraci. Com’è nato il brano? Scrivere testi che dicano qualcosa, passino un messaggio, abbiano un senso, siano socialmente impegnati e non entrino solo come una cantilena nel cervello: ha ancora un senso nel 2021, nel mercato discografico attuale? E come Tito incarna perfettamente nelle parole l’urgenza, i significati dei tuoi brani? Qual è la genesi di una tua canzone? Quanto c’è anche di tuo nei concetti, nelle idee dei tuoi brani non solo legate alle note ma dal punto di vista lirico?

Ti racconto un simpatico aneddoto che sta dietro a “Non Credo in Dio”. Tutto è nato da una chiacchiera mia e di Tito su un’intervista illuminante, per lucidità e concretezza, rilasciata dal comico inglese Ricky Gervais sul tema della fede in Dio. Alla fine della nostra chiacchierata, trovandoci ovviamente d’accordo con Gervais, ci siamo detti: “Ma perché non facciamo una canzone che parli del tema?” E da lì è partito tutto. Io e Tito siamo al terzo disco fatto insieme, l’intesa tra di noi è ormai totale. C’è una adesione di idee e ideali che a volte mi/ci fa paura. La cosa divertente è che siamo anche molto diversi come persone, ma forse è proprio per questo che non ci stanchiamo l’uno dell’altro.

Devi sapere che io ho sempre scritto i testi che cantavo, l’ho fatto per 4 dischi con i Sux! e per uno dei Sundowner (in inglese). L’idea che qualcunə scrivesse per me non mi è mai passata per la mente, ma una delle poche persone alle quali avrei affidato l’onere della scrittura di un testo di una mia canzone, era proprio lui, Tito. Ci conosciamo da 35 anni, le cose che scrive mi piacciono moltissimo e, come ti dicevo, ci troviamo d’accordo su moltissime questioni, anche delicate, dunque, alla fine, a me risulta molto naturale cantare e interpretare i suoi testi che diventano subito “miei”.

Rispondendo alle altre tue domande, sì, credo che sia doveroso, soprattutto oggi, nel 2021, scrivere qualcosa che abbia un senso, anche e soprattutto politico. A me viene facile dire questa cosa, perché ho la ferma convinzione che tutto sia politica, anche se facciamo finta che non sia così. Si pensa in generale che la politica sia fatta solo di discussioni e scelte su temi specifici e che le ideologie non esistano più, ma tutto quello che facciamo ogni giorno, dal fare la spesa, allo scegliere che cosa consumare, al negozio in cui compriamo un vestito o una scarpa, al tipo di auto che acquistiamo: tutto è una scelta politica. Intesa come visione del mondo che ogni minuto scegliamo di rappresentare e di alimentare oppure no. Certo, alcuni testi possono essere più o meno espliciti, possono dire più chiaramente certe cose, ma l’importante è dirle queste cose. E riguardo al singolo, mi piace l’idea di tornare a temi così intimi e così universali allo stesso tempo, come la fede in un Dio, proprio oggi e proprio in questo mercato discografico.

Da “Le Cose Cambiano” al nuovo disco, nuovamente la tua musica si intreccia con l’arte visiva, il fumetto in particolare: cosa del mondo del fumetto si confà al tuo immaginario, alle tue canzoni? Come scegli a qualə artistə far parlare visivamente i tuoi brani? Ma tu li leggi i fumetti?

Devo dire che in questo intreccio ho una sponda straordinaria, Tito Faraci, uno degli sceneggiatorə di fumetti più bravə che ci sono in Italia. Negli anni mi ha fatto conoscere molte cose nuove e mi ha fatto vedere il mondo del fumetto da un’altra prospettiva, più ampia. Ad esempio e molto banalmente, io ignoravo completamente che i due ruoli, quello dellə sceneggiatorə e quello delə disegnatorə, fossero ben distinti e che fai un errore clamoroso dando delə fumettista a unə sceneggiatorə e viceversa. Sono due forme d’arte ben distinte, dove l’artista in questione riesce a esprimersi in maniera autonoma e personale. In qualche modo è un mondo molto vicino a quello musicale, con le stesse dinamiche, con le stesse gelosie, con le stesse star e con ə stessə perenni emergenti: l’unica differenza è che lì non ci sono le band…

In linea generale trovo che la creazione di un disegno, di una storia, sia molto simile al processo creativo che avviene per la composizione di una canzone. La cosa che mi affascina è il vedere cosa può venir fuori da un’idea, sia in termini di immagini sia in termini musicali e poi confrontare le due cose e vedere se ci sono analogie. Tutto questo per capire se la musica si può tradurre in immagine e viceversa. Fondamentalmente questa è sempre stata la mia idea quando mi sono trovato a collaborare con artistə visivə che ho frequentato in questi anni.

Per quanto riguarda la scelta di fumettistə/illustratorə aə qualə dare i brani, ti devo dire che non c’è una vera e propria scelta, il tutto avviene sulla base della conoscenza, dell’amicizia e della sensibilità dell’artista e, in questo tipo di ricerca, Tito è molto bravo e ha conoscenze infinite…

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E sì, leggo i fumetti. Diciamo che appartengo più alla vecchia scuola, per cui Andrea Pazienza, Milo Manara, Tanino Liberatore, Max Bunker, Magnus, Bonvi, Tamburini (il papà di Rank Xerox!!!) e certo fumetto politico, Frigidaire, Il Male, Cannibale, Linus e Alterlinus. Però Tito, come ti dicevo, mi ha fatto scoprire nuovə autorə e nuovə disegnatorə, ad esempio quelli che hanno partecipato alla lavorazione del libretto contenuto in “Le cose Cambiano”. Addirittura con due di loro (Paolo Castaldi e Claudio Sciarrone) ho organizzato concerti con live paintings che mi/ci hanno dato parecchie soddisfazioni.

Hai militato in diverse band, ma sei anche ormai al terzo disco da solista: qual è la dimensione che con il tempo ritieni più tua, in cui ti senti espressivamente a tuo agio? Pro e contro della dinamica dello stare in gruppo rispetto al processo creativo e al vivere tutto ciò che è legato alla produzione di un album, in solitaria: quali sono?

Effettivamente le ho provate un po’ tutte e ti posso dire che non c’è una dimensione che mi appartiene di più. È un gioco che si fa su piani differenti, ci sono pregi e difetti nell’una e nell’altra dimensione, soprattutto, ci sono oneri e onori molto distinti, ma trovo che sia davvero costruttivo, forse fondamentale per la propria crescita artistica, riuscire a provare tutte e due le realtà, o almeno, per me è stato così. Lavorare come solista è molto appagante, ti crei un mondo tutto tuo, molto personale, del quale diventi quasi geloso e per il quale hai una cura attenta e molto scrupolosa ma può essere anche molto limitante, perché, ad un certo punto, hai bisogno di un confronto, di una voce diversa dalla tua. Certo è che quello che vuoi dire, lo dici senza avere obiezioni di sorta. Anche lavorare in band è davvero molto stimolante: l’apporto di diverse teste è creativamente vitale, è un frullatore di idee che fai fatica quasi a gestire ed è per questo che risulta importantissimo avere una linea comune da seguire, una direzione artistica. La cosa che mi è sempre piaciuta di più del lavorare con la band è osservare e sentire il risultato finale, quel frutto di un lavoro d’equilibrio quasi certosino tra diversi estri.

In questi anni ti è mai passata per la testa l’idea di rimettere in piedi una band? Chi sono ə musicistə che coinvolgeresti in un progetto del genere? Riguardo ə emergenti in circolazione, invece, su chi investiresti e scommetteresti di rivedere tra una decina d’anni?

Il mio sogno nel cassetto è rimettere insieme i Sux! e pensa che ci ero anche riuscito, prima che la pandemia portasse via tutti i sogni di noi poverə musicistə. Avevamo organizzato un concerto reunion a Milano, abbiamo fatto le prove, ci siamo divertiti e gasati, ma tutto è andato in fumo. Era marzo del 2020… Ma a parte questo, ti devo dire che l’idea di mettere su una band, mi viaggia sempre in qualche angolo del cervello e sono assolutamente aperto a questa ipotesi, ma per fare accadere questo, ci vogliono le persone giuste. Soprattutto dopo le mie ultime esperienze con band, sono convinto che non mi basterebbe coinvolgere bravə e stimabilə musicistə: ci dovrebbe essere un collante “umano” sul quale costruire qualcosa…

Su emergenti in circolazione, non so risponderti, o meglio qualcosa ti ho detto nella risposta alla prima domanda, ma non vedo nulla di nuovo e coinvolgente al momento. Forse anche perché non mi piace molto questa nuova scena di cantautorə che mi sembra stia andando per la maggiore, e anche questa nuova scena rap e trap, mi dice poco (anche se la preferisco al cantautorato attuale). Qualche anno fa avrei scommesso su Young Signorino, quel suo singolo “Mmh ha ha ha”, era la cosa più nuova e più punk che sentivo da anni a quella parte, ma mi sembra di poter dire, col senno di poi, che avrei perso la scommessa, visto che ora non se ne sente più parlare.

La pandemia ha congelato il tuo disco, quanto tutto un settore e ə suoə addettə ai lavori, sopra e dietro ai palchi: quali sono gli insegnamenti che ti ha lasciato questo periodo e dei quali fare tesoro nell’affrontare la tua attività artistica? Cosa speri che l’ambito spettacolo/cultura daə suoə operatorə aə suoə fruitorə possano non dimenticarsi mai di questa esperienza, che da un lato ha inciso economicamente e professionalmente, e dall’altro ha fatto spalancare gli occhi su come senza arte e musica, la vita sia più povera?

Già lo vivevo sulla mia pelle, ma se c’è una cosa che ho accertato indubitabilmente in questo periodo, è che la musica e la cultura in genere, in Italia, sono considerate alla stregua di un passatempo, un hobby al quale dedicarsi nei ritagli di tempo concessi dal lavoro “vero”, quello che ti fa guadagnare per vivere. Noi Artistə, come ha detto l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una delle sue tante comunicazioni alla popolazione, siamo dei simpatici “amici che fanno divertire”. È stato davvero scandaloso come siamo stati poco consideratə in questo anno e mezzo. Non mi dilungo, perché il tema è stato ben trattato e posto alla (poca) attenzione dell’opinione pubblica da illustri personalità dell’ambito artistico. Aggiungo solo che è davvero giunta l’ora di dare una dignità a questo che è a tutti gli effetti e per molte persone un lavoro, non un hobby. E questa è la mia speranza.

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