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Ci rimaneva soltanto il mare: la rotta del Mediterraneo negli occhi di chi la vive
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Ci rimaneva soltanto il mare: la rotta del Mediterraneo negli occhi di chi la vive

Biancamaria Furci

Nella Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti io penso immediatamente ai numeri. Il primo pensiero che compare nella mia testa è un enorme tabellone della tragedia, un bollettino aberrante, un resoconto infausto e ineluttabile. Cifre che si sommano e si rincorrono, che non lasciano adito a speranza, che non concedono scampo. La contabilità dell’orrore, in sintesi. Ecco quali sono, questi numeri a cui penso oggi.

Penso ai 79,5 milioni di persone nel mondo che sono in fuga dal proprio luogo d’origine a causa di persecuzioni, conflitti armati e violazioni di diritti umani (e che nel 2018 erano 10 milioni in meno, e che dieci anni fa erano la metà).
Penso ai 26 milioni di persone rifugiate.
Penso ai 4 milioni di persone richiedenti asilo. E al dato che ci dice che in Europa meno del 40 per cento delle richieste ha esito positivo.
Penso ai 200 mila minori stranieri non accompagnati che hanno chiesto asilo in Europa negli ultimi 5 anni. E al fatto che in Italia, ogni 5 ore, uno di loro scompare nel nulla.
Penso alle 31.214 persone sbarcate sulle coste italiane nel 2020.
Penso che per ogni 6 persone partite, 1 è morta durante la traversata del Mar Mediterraneo. Perché questo è il rapporto fra chi parte e chi muore. 1 su 6.
Penso alle 40 mila persone che dal 2017 sono state intercettate dalla Guardia costiera libica e condotte nei lager in Libia di cui sono documentati abusi, torture e stupri. E che questo accade a causa del memorandum d’intesa firmato dall’Italia.
Penso alle 2 persone migranti morte ogni singolo giorno di quest’anno nel nostro mare. E che sono solo quelle certe, data l’assenza di testimonianze governative e non governative in questa rotta abbandonata e dimenticata dalle Istituzioni tutte.
Penso ai 2/3 delle persone morte durante la traversata i cui corpi non sono stati recuperati.
Penso alle 15 mila persone che hanno perso la vita nella rotta del Mediterraneo centrale fra il 2013 e il 2019.
Penso alle 20 mila persone che hanno perso la vita nella rotta del Mediterraneo centrale fra il 2013 e il 2019, secondo altre fonti.
Penso alle 35 mila persone che hanno perso la vita nella rotta del Mediterraneo centrale fra il 2013 e il 2019, secondo ulteriori fonti.

Si tratta sempre di stime, di ipotesi, di (incerti e troppo spesso tendenti al ribasso) numeri. E proprio dai numeri voglio partire, per dire che non voglio più parlare di numeri. Non voglio più che la mia visione del fenomeno migratorio sia un freddo calcolatore, una serie infinita di quantità e moltitudini indistinte. Mi spiegherò nella maniera migliore possibile, per quanto i miei sentimenti a riguardo rendano complessa e ingarbugliata l’esposizione del mio pensiero: io credo che questi numeri siano utili. Utilissimi. Credo che lo studio dei flussi migratori sia inscindibile da una ricerca seria e approfondita basata sul maggior numero di dati reperibili possibile. Credo che ci sia un’estrema necessità di averli in mente, questi numeri. Di reperirli facilmente, di confrontarli e analizzarli. Credo siano una base solida per affrontare questioni di estrema difficoltà e vitale importanza. Ma non sarò certo io a farlo. Allora, da questo sciorinare cifre e statistiche, vorrei approdare a qualcos’altro. Dai numeri senza volto, vorrei cercare le persone. Volti, sì. Da questo voglio ripartire.

Voglio non dimenticarmi mai, nemmeno per un istante, che quando parliamo di migranti noi stiamo parlando prima di ogni altra cosa di persone. Persone con voci, storie, identità. Troppo spesso abbiamo scelto di non vederle, di non ascoltarle, di relegarle al marasma indistinto della contabilità cui accennavo sopra. La giornata di oggi è un’occasione per stare in silenzio, e lasciare che siano loro a raccontare la propria storia. Una giornata per mettere da parte i conti e iniziare a guardare i volti.

Ho “conosciuto” Evelyne su Tik Tok. Mi sono imbattuta in un suo video scrollando pigramente fra una ricetta per recuperare lo scarto del cavolfiore e uno sketch di stand-up comedy contro il patriarcato. Non era la prima volta che sentivo il racconto di una persona emigrata dal proprio Paese, ma era la prima volta che non andavo a cercarlo appositamente (forse è questa la grandiosità dei social, al netto di ogni possibile polemica in merito: consentirti di scoprire realtà che non sapevi di aver bisogno di sapere). Ed era la prima volta in assoluto che sentivo il racconto di uno sbarco narrato in prima persona, senza intermediari o commenti esterni. Questo mi ha fatta sentire razzista, profondamente razzista. Nel mio spasmodico voler conoscere il fenomeno migratorio con le sue cause e conseguenze e ramificazioni sociali, nel mio credere di interessarmi alla vita di altre persone, non mi ero mai posta il problema di sapere che volto avessero. Di ascoltarle davvero. Così ho visto tutti i suoi video. E poi le ho scritto. E le ho chiesto se avesse voglia di raccontare la sua storia. Che è solo una storia, in mezzo a tantissime altre inascoltate. Ma è una storia con un volto e una voce. E ora le lascio il posto. Me ne vado. Le ho posto delle domande che non riporterò, si intuiscono perfettamente dalle risposte. Lascio siano le sue parole a prendere vita. Perché di questo, credo, abbiamo bisogno. Soprattutto oggi. Meno numeri, più volti.

Mi chiamo Evelyne e sono una migrante. Il mio Paese d’origine è la Repubblica Democratica del Congo. Attualmente il Paese si trova in una situazione di profonda instabilità, per il fatto che è molto ricco di materie prime. Ci sono massacri e genocidi in vari province di cui nessuno parla; e questa instabilità sta lasciando i congolesi in una condizione di povertà assoluta. Questo è stato uno dei motivi che mi hanno spinto a scappare, altri sono personali e non ho ancora abbastanza forza per parlarne senza sentirmi male.

Sono partita il 10 febbraio 2010 dal Congo. Non sapevo esattamente dove sarei andata, non avevo in mente una destinazione. Con un gruppo di amici, abbiamo pensato di andare a cercare un lavoro e delle condizioni di vita più stabili, nonostante io in Congo stessi lavorando: ero impiegata in alcuni punti vendita di pezzi di ricambio per macchine. Non guadagnavo molto, ma era un lavoro che mi dava soddisfazione. Io e i miei amici non avevamo nessun contatto con persone in Italia o in altri Paesi che potessero indicarci la strada o aiutarci con l’itinerario da seguire o indicarci possibili pericoli. Siamo partiti con una mappa dell’Africa. Da Khinshasa dovevamo arrivare nella Provincia dell’Equatore, che confina con la Repubblica Centrafricana, e per farlo abbiamo attraversato il fiume Congo con delle piccole imbarcazioni. Questa parte del viaggio è stata caratterizzata da moltissimi incidenti: quando pioveva era una catastrofe, perché eravamo costantemente all’aria aperta. Fortunatamente siamo arrivati alla Provincia dell’Equatore e da lì con altri mezzi (come i camion che trasportano merci, sopra ai quali ci sedevamo) siamo arrivati in una piccola città della Repubblica Centrafricana.

Pensavamo di fermarci in quel Paese, ma siamo arrivati durante le elezioni. Si presagivano forti tensioni, e per la nostra esperienza sapevamo che dopo ogni elezione è facile che scoppi una guerra. Non ci sentivamo al sicuro e quando abbiamo sentito parlare del Chad abbiamo deciso di provare ad andare lì. Attraversando la Repubblica Centrafricana, da sud verso nord, ci siamo imbattuti in delle guerre interne e città bruciate e in alcuni tratti era necessaria la scorta delle forze militari. Dovevamo fermarci nei villaggi per qualche giorno in attesa che i militari venissero a prenderci per farci passare in sicurezza nelle zone rosse. Siamo arrivati in Chad e ci siamo sentiti subito insicuri. Tutte le persone che vedevamo giravano munite di coltello, lo portavano attaccato alla cintura, non so perché. Era una scena a cui non avevo mai assistito e non mi sentivo tranquilla. In quel momento abbiamo sentito parlare per la prima volta della Libia.

Dicevano che in Libia ci fosse lavoro, che si stesse bene e la vita fosse migliore. Abbiamo deciso di andare lì. Tutti noi amici avevamo pochi soldi, io e mio marito eravamo partiti dal Congo con 1200$ e strada facendo avevamo cercato di investire questi soldi nei piccoli commerci. Io facevo le treccine alle donne e andavo a comprare le stoffe nelle città per barattarle nei villaggi, prendendo in cambio ad esempio un sacco di arachidi o pepe nero che poi rivendevo in altri villaggi. Cercavo di capire di cosa ci fosse bisogno e lo procuravo. A volte queste manovre servivano per ottenere contanti, più spesso per avere altri passaggi e poter continuare il viaggio. Mio marito faceva diversi piccoli lavoretti, come svuotare i pozzi neri nei posti senza rete fognaria. Così siamo riusciti ad arrivare in Libia, dove ci siamo trovati subito bene (nonostante alcune usanze fossero rigide per noi donne e molto diverse da quelle del Congo a cui ero abituata). La vita sociale però era molto bella, inoltre la vita costava poco, si trovava lavoro subito, c’era molta tranquillità. Abbiamo deciso di fermarci.

Dopo circa 8-9 mesi, una mattina ci siamo svegliati e abbiamo appreso una notizia che per noi al tempo e nella nostra provincia tranquilla aveva poco significato: era scoppiata la Primavera Araba. Pensavamo fosse quasi un gioco e che presto sarebbe tornato tutto alla normalità. Poi gli aerei francesi hanno iniziato a bombardare; quello era un punto di non ritorno. Abbiamo sentito dire in televisione che la Comunità Internazionale aveva messo a disposizione degli aerei per rimpatriare gli stranieri presenti in Libia e molti che si trovavano a Tripoli li avevano presi. Noi però vivevamo a Koufra, un villaggio al confine con il Chad in mezzo al deserto, e trovare i mezzi per raggiungere la città è stato molto difficoltoso. Quando siamo arrivati a Tripoli, non c’era più niente: gli aeroporti erano stati bombardati e la guerra era ovunque.

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Ci rimaneva soltanto il mare.

Nonostante i bombardamenti e il conflitto, si riuscivano a fare comunque dei piccoli lavoretti e abbiamo risparmiato qualcosina. Avevamo 600€ e abbiamo deciso di spenderli per arrivare in Italia. Bisognava cercare degli scafisti, o meglio degli intermediari: non si poteva trattare direttamente con loro, bisognava imbattersi in qualcuno di “onesto” che potesse garantire la traversata. Abbiamo trovato un intermediario che ci ha portato in un campo fuori città nel quale siamo rimasti per dieci giorni. Non c’era elettricità, potevamo cucinare con la legna, ci portavano del riso e a volte dello sgombro o della pastina. Dopo quel breve soggiorno, è arrivato il momento di imbarcarci. Siamo partiti il 21 giugno del 2011 alle 6 del mattino circa e siamo arrivati in Italia il 22 nel tardo pomeriggio. Durante la traversata eravamo in delle condizioni pessime: mi ricordo che eravamo seduti uno sopra l’altro, rannicchiati in posizione fetale con crampi continui e fino a smettere di avere sensibilità agli arti. Siamo stati colpiti dal mal di mare, molti di noi non lo avevano mai visto prima, e ci siamo vomitati addosso. Non avevamo niente da bere e la continua nausea ci causava molta sete, alcuni prendevano delle bottiglie di plastica tagliate e le riempivano con acqua di mare per poi rimettere di nuovo. Io non ho mai bevuto. Ad un certo punto mi sono sentita molto male e sono svenuta. In quel momento non potevo saperlo, ma ero incinta di tre mesi. Non racconto questa cosa quasi mai perché le persone mi giudicano.

Mi sono risvegliata in ospedale e mi è stato detto che ero a Lampedusa, ero in Italia, ed ero incinta. Sono scoppiata a piangere. Per lo shock, per la paura, per la felicità. A Lampedusa ho ricevuto una buona assistenza che mi aveva colpito: c’erano tanti servizi, persino il supporto psicologico, era bello vedere l’umanità in quel posto. Non è stato sempre così, negli anni seguenti. Il razzismo in Italia c’è, ed è frutto di una mancanza di informazione globale su quello che succede fuori dall’Italia. Qui ad esempio non si parla mai dell’Africa, se non per le raccolte di fondi. Molte informazioni vengono manipolate per i consensi nella politica. Mi sento porre spesso le stesse domande: “Perché scegliete tutti l’Italia? Ma venite qui perché avete tutto gratis? Perché venite senza documenti? Se pagate il barcone perché non pagare l’aereo?”. Ci sono tanti pregiudizi radicati e ricorrenti che trovo spesso nei commenti: che gli immigrati sono tutti delinquenti, senza cultura e non istruiti, addirittura animali. Gli uomini sono palestrati, fannulloni. Non abbiamo voglia di integrarci e di renderci utili per questo Paese. L’idea più sbagliata che molti si fanno sui viaggi dei migranti è che sia facile, una passeggiata, o che veniamo in Italia solo per fare dispetto agli italiani.

Per questo motivo ho iniziato a raccontare questo viaggio, per smentire preconcetti. Questa esperienza ti cambia per sempre. Ti lascia dei traumi e magari non riesci più a liberartene. Spesso mi sento dire che sono strana nelle reazioni, nell’affrontare le cose. Io lo so, e so che è a causa di quello che mi ha provocato la mia emigrazione. Per migliorare la vita delle persone che migrano bisognerebbe secondo me strutturare l’accoglienza in modo da favorire integrazione e indipendenza. Vedo dei segnali positivi, è come se si stesse risvegliando una sensibilità che credevo persa. Oggi sto bene, ho fatto un percorso psicologico, ho incontrato buoni amici che mi hanno aiutata a metabolizzare e superare molte cose. Oggi mi sento serena.

 

Potete trovare Evelyne e la sua storia su TikTok, Youtube e Instagram
Fonti dei numeri:
Eurostat
UNHCR
Amnesty International
Save the Children
IOM
IOM
IOM
ISPI
Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Ian Simpson su UnsplashVito ManzariGgiaMstyslav Chernov/Unframe e di Evelyne Sukali
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