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Cos’è la giustizia climatica e perché è una questione femminista
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Cos’è la giustizia climatica e perché è una questione femminista

Alessandra Vescio

Nel 1999, il Transnational Resource and Action Center (TRAC), ONG che si occupa di controllare che le grandi compagnie mantengano alti standard in termini di diritti umani e giustizia climatica, pubblica un report dal titolo “Greenhouse Gangsters Vs. Climate Justice”. Al suo interno, vengono elencate le cause, gli effetti, i tentativi di smentita di alcune società e le soluzioni necessarie per contrastare il disastro climatico previsto e già in atto. Con la definizione di “Greenhouse Gangsters”, Kenny Bruno, Joshua Karliner e China Brotsky, redattori del report, fanno riferimento alle grandi compagnie petrolifere perché, spiegano: “La definizione di ‘gangster’ data dall’American Heritage Dictionary è ‘un gruppo organizzato di criminali’” e per certi accordi fraudolenti, ma anche per “i crimini ambientali, la complicità nella violazione dei diritti umani e più recentemente gli sforzi combinati per indebolire le iniziative per combattere il riscaldamento globale, rubando effettivamente il futuro dei nostri figli, li qualifica decisamente come tali”. Infatti, proseguono poi i tre redattori, per garantirsi il massimo dei profitti hanno distrutto foreste pluviali, inquinato terra e aria, impoverito il suolo, contaminato le acque e causato malattie. In sintesi, dunque, hanno agito contro e minacciato la giustizia climatica.

Cos’è la giustizia climatica?

Apparso per la prima volta proprio nel report di TRAC, il concetto di giustizia climatica consiste nella necessità di stabilire l’equità tra Paesi, comunità e cittadini, contro i cambiamenti climatici. Tra le numerose e disastrose conseguenze generate dai cambiamenti climatici, dall’innalzamento del livello del mare all’inquinamento del terreno, fino all’estinzione di specie animali, ve n’è una ancora troppo poco presa in considerazione nel dibattito sull’ambiente, che però – o forse proprio per queste ragioni – ha un impatto significativo sulle persone e sui territori. I cambiamenti climatici infatti acuiscono e inaspriscono le disuguaglianze già esistenti e ne generano di nuove, concentrando sempre di più il potere e la ricchezza nelle mani di pochi e riducendo in povertà un sempre maggior numero di persone. È per contrastare questo scenario che ci si appella alla giustizia climatica, un “approccio etico e intersezionale alla lotta ambientalista” che mette in evidenza come siano i Paesi, le comunità e le categorie di persone meno ricche e meno responsabili dei cambiamenti climatici, a subirne comunque le conseguenze più gravi.

Nel report “Climate Change and Land”, pubblicato nell’agosto 2019, l’Intergovernmental panel on climate change (IPCC) ha riportato una serie di analisi relative agli effetti dei cambiamenti climatici sul terreno, sulle coltivazioni, sui rifornimenti alimentari e dunque sulle popolazioni. I dati disponibili dal 1961 rivelano che la crescita della popolazione globale e l’aumento del consumo di alimenti, mangimi, fibre, legname ed energia a persona ha generato un incremento mai visto dell’uso del territorio e di acqua dolce; la fornitura di oli vegetali e carne è più che raddoppiata e l’apporto di calorie per persona è aumentato di circa un terzo. Allo stesso tempo, però, dal 2012 in poi si è registrato uno spreco del 25-30% pro capite di tutto il cibo prodotto e circa 821 milioni di persone ad oggi sono denutrite.

Inoltre sono aumentate la frequenza, l’intensità e la durata di fenomeni legati al caldo, come le ondate di calore; la frequenza e l’intensità delle tempeste di sabbia e dei periodi di siccità; e l’intensità di forti precipitazioni. Gli studi poi non solo dimostrano che questi fenomeni continueranno ad aumentare ma anche che i cambiamenti in determinate aree provocheranno conseguenze fino a centinaia di chilometri di distanza. Alcune zone, come il Nord Africa, il Sud-Est Asiatico e il Medio Oriente, stanno già combattendo con gli effetti del cambiamento climatico e continueranno a essere sottoposte a rischi altissimi; altre, quali ad esempio l’area del Mediterraneo, l’America e il Sud Africa, si ritroveranno a dover affrontare sempre più frequentemente fenomeni come la siccità e gli incendi boschivi. E poi si prevedono conseguenze al momento incalcolabili ma che colpiranno più livelli e settori in varie aree della Terra.

Così la conseguente degradazione dei territori, le difficoltà ad accedere a rifornimenti alimentari che siano sicuri e in quantità soddisfacenti e la minaccia dei principali mezzi di sussistenza delle popolazioni potranno provocare migrazioni di massa, sia all’interno dei singoli Paesi sia al di là dei confini, e l’esacerbarsi di conflitti.

Chi paga?

I cambiamenti climatici stanno già colpendo le aree più povere del mondo, calpestate e depauperate per il profitto di pochi. Sono moltissimi ad esempio i brand e le realtà del mondo della moda che, grazie alla delocalizzazione delle fabbriche nei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, riescono a produrre a bassissimo costo e a ottenere il massimo dei guadagni. Come ci riescono? Sfruttando quanto più possibile i lavoratori, le lavoratrici e l’ambiente. La produzione del cotone per esempio richiede ingenti quantità di acqua e pesticidi, che impattano notevolmente su territori fragili e già a rischio siccità; la lavorazione della pelle inquina i fiumi, l’aria ed è causa di malattie mortali; la viscosa, considerata l’alternativa sostenibile al cotone e al poliestere, contamina le acque e genera gravi problemi di salute per le sostanze tossiche usate nella produzione.

Come sostiene l’IPCC, a subire i peggiori effetti dei cambiamenti climatici non sono però solo i Paesi più poveri ma soprattutto le categorie più vulnerabili. A causa della disparità di genere, per esempio, le donne sono soggette a conseguenze più drastiche rispetto agli uomini che vivono nel loro stesso territorio.

Secondo l’NDC Support Programme del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, in media il 43% della forza lavoro nell’agricoltura dei Paesi meno ricchi è composto da donne (uno studio pubblicato da UN Women nel 2009 riportava una stima tra il 45 e l’80%, in base alle regioni): una minore resa dei terreni, a causa del loro deterioramento, ridurrebbe automaticamente i guadagni e i rifornimenti alimentari necessari alla loro sopravvivenza e a quella delle loro famiglie. In molti territori africani, inoltre, le donne sono responsabili del recupero e della gestione del 90% dei bisogni domestici di acqua e legna da combustione: nel momento in cui, per trovare le risorse necessarie, sono costrette ad allontanarsi sempre di più dalle loro abitazioni, è stato riscontrato che non soltanto mettono a rischio la loro salute, perché costrette a portare carichi pesanti per lunghe distanze, ma ridurrebbero anche il tempo da dedicare allo studio, alle attività pubbliche e politiche, allo sviluppo di altre competenze, e sarebbero invece più a rischio di molestie, abusi e aggressioni per le strade.

Inoltre, a livello globale i disastri naturali uccidono molto più le donne che gli uomini o provocano conseguenze di salute più gravi e, quando sopravvivono ma non hanno accesso a risorse personali, spesso vengono collocate in rifugi sovraffollati e non sicuri. In caso di limitazioni culturali poi, non hanno la possibilità di muoversi, fuggire o accedere ad aiuti sanitari in autonomia, il che diventa ancora più complicato e pericoloso per la loro salute quando si tratta di donne in gravidanza.

Come un circolo vizioso, la scarsa disponibilità di risorse provocata dai cambiamenti climatici non fa altro che favorire e facilitare lo sfruttamento di persone già in difficoltà. Un esempio è quello riportato da Cate Owren, Senior Gender Program Manager per l’International Union for the Conservation of Nature, che mette in luce una pratica ormai diffusa in alcune comunità povere che vivono di pesca. A causa dell’inquinamento dei mari e della conseguente uccisione di massa dei pesci, le risorse alimentari per queste comunità si sono drasticamente ridotte, diventando un bene prezioso. Così alle donne, principali responsabili del sostentamento delle proprie famiglie, viene chiesto di vendere il proprio corpo per ottenere del cibo.

Anche il fenomeno delle spose-bambine sta vivendo un certo incremento: dal Malawi al Mozambico, molte famiglie, che vivono nei territori pesantemente colpiti dalla siccità, dall’aumento delle temperature e da alluvioni improvvise, affermano di aver perso tutto e di riuscire a stento a sfamarsi, perciò dare in sposa le proprie figlie ancora molto piccole diventa la soluzione migliore per sopravvivere.

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Non pensiamo però che la difficoltà a fronteggiare il global warming riguardi solo i Paesi più poveri. Come mette in evidenza il già citato report di TRAC, le persone con basso reddito, a prescindere dal Paese in cui vivono, non hanno la possibilità di trasferirsi in altre città, acquistare nuove case, ricostruire le proprie o trovare nuovi lavori, in seguito a disastri ambientali; mentre comunità già emarginate sono costrette a fare i conti con l’inasprirsi di discriminazioni già esistenti, come il razzismo istituzionalizzato. In Australia, invece, alcuni studi hanno dimostrato come, durante o in seguito a fenomeni disastrosi come incendi boschivi, inondazioni e siccità, aumenti il rischio di violenza domestica laddove si siano già verificati episodi di abusi. La riduzione dei guadagni, la perdita di case e possedimenti, la demolizione di proprietà a causa di certe catastrofi acuiscono infatti l’aggressività di uomini già responsabili di violenza e aggravano situazioni pre-esistenti e già problematiche.

Perché la giustizia climatica è femminista?

Il femminismo intersezionale riconosce l’interconnessione (e le conseguenti problematiche) tra le varie forme di discriminazione e lotta per una società più equa, giusta e inclusiva. È dunque impossibile per chi si definisce femminista intersezionale pensare che sia giusto ed equo sfruttare, annientare e calpestare popoli e territori per il profitto di pochi. È impossibile farsi bastare la fortuna di essere nati in un Paese ricco e chiudere gli occhi di fronte a storie che arrivano da lontano; o, ancora e forse peggio, scrollarsi via di dosso la responsabilità di reagire a ciò che accade fuori dalle nostre vite, solo perché siamo già troppo impegnat* a lottare contro le discriminazioni che subiamo in prima persona.

Esiste una profonda correlazione tra capitalismo e patriarcato, “un intreccio di ingiustizie e oppressioni”, che si esplica nel modo in cui guardiamo agli animali, alle persone e al mondo circostante come risorse da sfruttare a piacimento, utili per rimpinguare potere e ricchezze personali. Un sistema di valori che si è rivelato insostenibile e che ha distrutto vite umane e dignità, cancellato storie e opportunità e ha messo a repentaglio identità culturali e interi territori.

Non può allora non essere femminista la cura dell’altro e il rispetto della Terra in cui viviamo. Non può non essere femminista l’attenzione alle categorie, alle comunità e ai gruppi più vulnerabili, che sono anche coloro che meglio conoscono i territori che abitano e che più di tutt* saprebbero rispondere alla necessità di ristabilire un equilibrio politico, sociale, economico e ambientale. Non può non essere femminista la tutela dei diritti umani.

Perché se è vero che è femminista lottare per una società più equa, giusta e inclusiva, nessuna società può dirsi tale senza giustizia climatica.

Immagine di copertina: Akil Mazumder
Immagini: Markus Spiske, Lawrence Makoona

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