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Hip hop, melodia e il potere della parola: l’intervista a Vespro
Dark Light

Hip hop, melodia e il potere della parola: l’intervista a Vespro

Valeria Lucia Passoni

Vespro è Emanuele Daniele Ruffo, napoletano, classe 1996. Con una passione per R&B e hip hop, ha iniziato il suo percorso nella musica come rapper per poi lanciarsi nella sperimentazione di sonorità più melodiche.

Oggi, per Artist First ed il contenitore di idee milanese Kumomi, esce il suo nuovo singolo,“Quando non ci sono”, un brano realizzato con la produzione di OMAKE che rimanda all’R&B d’oltreoceano senza dimenticarsi l’attitudine della melodia italiana.

Con lui,  abbiamo parlato di musica, talento, machismo nel music business, ma anche della sua città natale, e ovviamente del suo singolo, che racconta di chi si sente fuori luogo nel mondo.

Emanuele, per presentarti ci parli dei tuoi riferimenti nel panorama hip hop e in quello più pop italiano? E in quelli internazionali a chi ti ispiri?

Ciao! In primis, distinguerei gli artisti a cui faccio riferimento per la musica da quelli che mi ispirano per l’estetica e il messaggio veicolato attraverso di essa. Musicalmente mi piace molto Mahmood, con la sua versatilità sia testuale sia canora, così come Venerus e Frah Quintale che stanno facendo davvero bene. Nel panorama pop italiano mi piacciono tanto Levante e Marco Mengoni, come anche Cesare Cremonini e Tiziano Ferro. Su scala internazionale sono super fan di The Weeknd e di Frank Ocean, oltre che di Joji, dei Bon Iver e di James Blake. Ultimamente sto apprezzando molto anche Giveon, un talento pazzesco che è già riuscito a farsi notare in tutto il mondo. Tornando all’estetica direi che sono piuttosto affascinato da quello che sta facendo Achille Lauro in Italia, ma anche dalla virata estetica di Sam Smith verso un’immagine più fluida, che trovo pazzesca, ma super coerente con l’artista.

Se dovessi pensare alla frase di una canzone che avresti voluto scrivere tu quale sarebbe?

Eh, domandona. Così su due piedi ti direi probabilmente una frase di Pino Daniele contenuta in “Viento ‘e terra”: “A’ vita è nu muorz ca nisciun te fa dà ngopp a chello che tene”, che letteralmente vuol dire “la vita è un morso che nessuno ti lascia dare su quello che possiede”. Nella mia testa, quando l’ho sentita, l’ho interpretata proprio come se ci fossero due bambini, uno con del cibo tra le mani e l’altro che chiede di poterne assaggiare un po’ senza ricevere alcun pezzo: grande metafora della vita. Tutti stiamo sempre lì a guardare quello che hanno gli altri, aspettando che cada dal cielo anche per noi, ma non serve a niente gridare e prendersela.

Cosa consiglieresti di fare a un*adolescente che desidera diventare un* rapper? Quali passi e percorsi a tuo parere dovrebbe compiere?

Quando da adolescente volevo diventare un rapper, ho lavorato moltissimo sull’andare a tempo. Cercavo di ascoltare gli artisti più tecnici per capire in che modo posizionare le parole e farle rimanere insieme. Direi che è assolutamente fondamentale ascoltare tanta musica per conoscere quante più cose possibili, così da scegliere in che direzione muoversi con più consapevolezza. Poi soprattutto leggere e informarsi per non scadere nel classico machismo e contenuti vuoti, ma piuttosto cercare di raccontare la propria storia veicolando un messaggio vero e autentico.

Spesso nell’hip hop, nel rap, si utilizzano frasi, espressioni e parole poco rispettose e violente nei confronti di donne e membri della comunità LGBTQ+, alle volte con la motivazione che servano parole forti per denunciare determinati fenomeni e tematiche.
Come ti poni su questo tema e cosa ne pensi? Credi che ci possa essere un’evoluzione dell’uso di certi linguaggi e si possa smettere di usarli facendone a meno?

Ho sempre creduto nel potere delle parole, crescendo con l’idea che sia giusto esprimere se stessi attraverso l’arte, senza cercare di offendere o ferire qualcuno. Quando andavo alle battle di freestyle o agli open mic per cantare le mie prime canzoni, spesso venivo deriso per i miei testi introspettivi o per i beat “troppo lenti” a dispetto del rap modaiolo decisamente più duro e sfacciato di quegli anni. Ascolto e apprezzo la roba street, ma mi hanno sempre infastidito il machismo, le offese sessiste e/o sull’orientamento sessuale che troppo spesso vengono sciorinate nei testi. Purtroppo questo tipo di linguaggio è fortemente consolidato all’interno del genere, ma alcune volte diventa davvero esagerato e nonsense. Sempre più frequentemente siamo abituati a vedere rapper giovanissimi millantare di possedere Lamborghini e milioni in banca, oggettificare il corpo femminile come fosse carne da macello e scagliarsi contro il nemico immaginario di turno con offese tutt’altro che brillanti. Spero vivamente che, valicata una certa soglia di età, questi comportamenti vengano corretti. Costruire una carriera su queste basi significherebbe aver fallito in partenza: questo è il mio modesto parere.

Musica, sessismo, mascolinità tossica: qual è il rapporto nell’attuale panorama, visto dai tuoi occhi? Siamo lontani dalla parità di genere tra artist*? Quanto e cosa secondo te si dovrebbe fare per raggiungerla? Per esempio, nell’ambiente hip hop, è difficile per una ragazza riuscire ad emergere? Il fatto che ci siano poche rapper donne “famose” e giovani, perché succede secondo te?

Credo che siamo ancora abbastanza lontani da una vera e propria parità di genere tra artisti in ambiente hip hop e tutto questo è riconducibile al fatto che il pubblico non è abituato. C’è dunque troppo spesso il rischio di inciampare in pregiudizi negativi sui progetti femminili, all’interno di un genere visto come prettamente maschile. Questa, però, penso sia una caratteristica propria del mercato italiano, dato che negli USA, ad esempio, ci sono icone come Beyoncé, Nicki Minaj e Rihanna totalmente alla pari dei loro colleghi uomini. La scena rap italiana non mi sembra affatto inclusiva verso le donne e queste ultime fanno molta fatica a farsi strada, non senza vedersi offese o screditate. Basti guardare le playlist su Spotify per accorgersi dello scarto che c’è tra artisti uomini e donne.

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A tal riguardo mi ha molto colpito la vicenda di qualche giorno fa che riguardava Margherita Vicario, infastidita dalle parole di Emis Killa in un brano appena uscito. Ribadisco che ognuno è libero di dire ciò che vuole nelle proprie canzoni, ma vedere i fan di Killa offendere con determinate parole Vicario mi ha davvero intristito. Questi scenari al giorno d’oggi dovrebbero essere più che superati, ma l’educazione su certi temi, purtroppo, non è mai abbastanza.

Sei di Napoli, ma la tua etichetta è di Milano: ci fai i nomi di qualche musicista napoletana, giovane come te, da tenere d’occhio? E il/la musicista napoletan* che invece vorresti ci dimenticassimo quando pensiamo alla tua città?

Due artiste da tenere d’occhio sono Vale LP e SVM, molto diverse tra loro, ma entrambe molto comunicative e talentuose nel panorama campano. Più che un artista, dimenticherei tutto il filone neomelodico, ma non tanto per il genere in sé, quanto per l’immaginario distorto che ha creato nel pubblico quando si ascolta una canzone scritta in napoletano. Più volte mi è successo di sentirmi dire che la musica di Pino Daniele fosse neomelodica e sono stato a un passo dall’infarto. Il neomelodico ha un proprio valore e un proprio pubblico, ma non tutto ciò che è in napoletano è neomelodico.

“Quando non ci sono” è il titolo del tuo ultimo singolo, che racconta quella sensazione di non sentirsi a proprio agio, avere l’impressione di essere fuori luogo. Quando hai provato e/o provi questo tipo di sensazione? Come si fa a combattere quel disagio di trovarsi in determinate situazioni, lontane dalla propria comfort-zone?

Ci sono giorni in cui mi sento al top e sento di poter fare qualsiasi cosa, ma il più delle volte mi sento inadeguato, scomposto, come se mi mancasse qualcosa. Ho scritto “Quando non ci sono” in un periodo in cui mi stavo accorgendo che c’era qualcosa dentro di me che non andava, che si rifrangeva su ogni aspetto della mia vita, in primis sulla mia relazione amorosa, fino ad arrivare alla mia stanza in disordine, espressione esterna del disordine che avevo nella testa.

A volte ci sono situazioni che mi riportano più facilmente a quella sensazione, ad esempio, quando vengo messo in discussione oppure quando non mi si prende sul serio su qualcosa in cui credo fortemente. Detesto non essere ascoltato e ancora di più essere preso alla leggera. Credo che tutti più o meno abbiamo questi momenti e ci sentiamo fragili, ma, per affrontare questo problema, un’ottima soluzione è lavorare su se stessi e sulle proprie fragilità cercando di farne dei punti di forza: sono quelli che ci rendono unici e inimitabili.

Naufragare nei propri disordini è importante e fa parte della vita, ma bisogna imparare a ritornare a galla prima di affogare.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Vespro

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