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I giochetti che non faremo con l’hashtag #losapevanotutti
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I giochetti che non faremo con l’hashtag #losapevanotutti

Redazione

Lo sapevano tutti.
È una frase che fa incazzare, perché non puoi neanche raccontarti che gli altri non avevano responsabilità dato che “non potevano sapere”.
Accade fin troppo spesso.
È un sistema che ha paura, che protegge, che non parla, che giustifica, che in qualche caso gode.
Molestata dallo zio da piccola, “povera perché non ne hai parlato?”.
“Ma che parlato… lo sapevano tutti. Hanno scelto di non fare niente.”

Anche oggi pare che lo sapessero tutti, ma in un contesto pubblico, molto più ampio.
Sono 24 ore che arrivano decine e decine di racconti di ragazze molestate, intimidite, minacciate e molto altro, da un noto personaggio dell’industria musicale ed editoriale.
Ha iniziato una, le altre sono arrivate a ruota, a cascata. Un flusso inarrestabile di denunce, di silenzi pagati, di terrorismo psicologico.

Ne ha parlato per la prima volta un uomo, usando il suo privilegio per dare volume a una voce che nessuno voleva sentire. E noi abbiamo deciso di fare qualcosa di concreto.
Abbiamo creato una mail, losapevanotutti@gmail.com, dove poter raccontare la propria storia, garantendo la privacy ma soprattutto la promessa di un supporto legale.
Siamo in contatto con diverse avvocate che sono venute a conoscenza dei fatti e hanno deciso di mettere le loro competenze a servizio di queste ragazze.
Sono ore di telefoni che squillano, di caselle di posta che si intasano, di poco sonno e molta adrenalina. Sono ore concrete, di fatti, di lotta.

Onde evitare che le persone interpretino questa azione a modo loro, ci teniamo a essere chiari e dire che ci sono tre giochetti che non abbiamo intenzione di fare.



Il primo.

Non abbiamo intenzione di sostituirci alla giustizia né di essere così ingenui da colpire un singolo anziché discutere della dinamica. Non abbiamo mai fatto il nome di questa persona su Bossy, volutamente.
Perché l’obiettivo non è e non sarà mai in questi spazi la pubblica gogna.
Noi possiamo valutare le azioni delle persone, non giudicare le persone come esseri umani.
È molto difficile quando in ballo ci sono violenze ripetute, la rabbia è tanta da annebbiare, ma crediamo sia l’unico modo per restare degli esseri umani decenti.
Le persone commettono degli errori e sono gli errori ad andare sanzionati, non le persone. Chi ha commesso dei reati pagherà (speriamo) per quei reati. Altro è attaccare la persona con un sentimento di vendetta che è giustificabile solo in chi è stata direttamente vittima ma non è accettabile da un tribunale online che non esiste e anzi sarebbe pericoloso.
Sono talmente tante le testimonianze che stiamo ricevendo che non ne facciamo neanche una questione di informazione. “Le persone devono sapere il nome per sapere se si tratta proprio di lui”. Non prendiamoci in giro. Si tratta di lui, chi è coinvolto sa a chi ci si sta riferendo.
E a voler ben vedere, non si tratta SOLO di lui. Abbiamo dovuto aspettare solo 2 ore prima che al nostro indirizzo arrivasse una mail che faceva più o meno così:
“Io ho subito molestie nel mondo della musica ma non da lui, da un altro. Anche in questo caso, lo sapevano tutti. Posso parlarvene?”.

Si tratta di lui, si tratta di altri, si tratta di un sistema ed è questo che vogliamo che diventi chiaro.
 Accade ovunque e con una frequenza imbarazzante.

Il secondo.

Non prendiamo le testimonianze delle ragazze come un album di figurine da completare.
 Il messaggio non è “DEVI denunciare” ma “se VUOI e se te la senti, noi facciamo il possibile per assisterti”. Non colpevolizzeremo mai una persona per non aver denunciato. Possono esserci mille motivi. Alle persone ferite manca solo che qualcuno le faccia sentire inadatte per non voler parlare o non averlo voluto fare prima. Non insegnano l’empatia a scuola ma dovremmo tutti cominciare a fare uno sforzo e avvicinarci da soli a questo concetto.
Empatia significa anche cercare di comprendere anziché giudicare. Troppe volte abbiamo sentito la frase “se fosse successo sarebbe grave”. Se fosse successo.
La prima cosa che si fa è mettere in dubbio il racconto della vittima. La prima.
Allora che sia chiaro, le donne che mentono su molestie e violenze sono il 2% del totale. Noi ci muoviamo come se davanti avessimo il restante 98% e per questo daremo supporto e assistenza. Abbiamo davanti una persona che ci chiede aiuto e a questa richiesta rispondiamo. Decidere se, se sì quanto e in che modo, spetterà alla legge, alla quale – ancora una volta – non ci sostituiamo.

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Il terzo.

#losapevanotutti è un hashtag che ha scatenato polemiche prevedibili.
“Io non lo sapevo”. Bene, neanche noi. O ci saremmo mossi prima.
Se invece tutto quello che riuscite a dire davanti a un movimento che sta cercando giustizia ed etica è che voi non ne sapevate niente, allora abbiamo due problemi.
#losapevanotutti parla di un sistema con un ingranaggio perfetto, dove se stai zitto vieni premiato. I fatti di queste ore sono la punta dell’iceberg.
L’obiettivo non è puntare il dito contro chi sapeva e non ha parlato, perché anche qui, le motivazioni possono essere le più svariate. È provare a dirsi tutti insieme che certe cose devono valere di più. Fare la cosa giusta certe volte è una merda, ma non per questo ha meno senso farla. Stare zitti è più comodo, fa meno paura, protegge di più, ti evita delle grane, chi te lo fa fare.
Non facciamo nessuna fatica a comprendere chi – in buona fede – sceglie il silenzio.
Ma non cambieremo niente nel silenzio. E chi merita dei processi per le azioni commesse la farà sempre franca. Basta. Siamo stanchi di vedere questo copione ripetuto negli anni, nei decenni, nei secoli. Basta.
Naturalmente c’è stato anche chi sapeva e ha provato a fare qualcosa. Ma non si può pretendere che siano dei singoli a risolvere il problema, in un contesto che ti zittisce e ti affossa.
 Dobbiamo essere tutti, dobbiamo essere tutte.

Se possiamo fare qualcosa abbiamo la responsabilità di fare qualcosa.
Perché #losapevanotutti o quasi tutti, ma adesso lo sappiamo proprio tutti.
Che vogliamo fare?

PS Vi ricordiamo che se invece volete raccontare le vostre esperienze di molestie singole, anche quelle che non sa nessuno o che nessuno avrebbe potuto immaginare, esiste l’hashtag #quellavoltache, senza il quale con ogni probabilità #losapevanotutti non avrebbe visto la luce.

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