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IDAHOBIT: il punto sull’omolesbobitransfobia
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IDAHOBIT: il punto sull’omolesbobitransfobia

Jasmine Mazzarello

Oggi, 17 maggio, si celebra la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, conosciuta globalmente con l’acronimo IDAHOBIT (International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia). La data in cui cade questa giornata non è casuale: trent’anni fa, il 17 maggio 1990, l’omosessualità veniva rimossa dall’elenco dei disturbi mentali del DSM, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. La transessualità, invece, è stata rimossa dallo stesso elenco dall’OMS soltanto nel 2019.

Grazie all’Unione europea, la prima Giornata Internazionale contro l’omolesbobitransfobia viene celebrata in Europa nel 2004; oggi, il 17 maggio è una ricorrenza in 130 Paesi e un’occasione fondamentale per fare il punto della situazione, lasciando che i dati sui reati di discriminazione fondati sull’odio omofobico, lesbofobico, bifobico e transfobico ci ricordino che abbiamo ancora moltissima strada da fare. Ma anche che abbiamo un sentiero tracciato da continuare a seguire verso la parità di trattamento della comunità LGBT+.

A che punto siamo in Italia?

Il Centro Risorse LGBTI ha condotto, tra giugno e dicembre 2019, il progetto “Hate Crimes No More Italy”, per il quale sono state raccolte su tutto il territorio nazionale 672 segnalazioni di crimini d’odio o altri atti motivati da odio omolesbobitransfobico. Il progetto, partito da un questionario online, ha portato alla stesura di una relazione ora disponibile online.

La fotografia che mostra il Centro Risorse LGBTI è di un’Italia in cui le persone LGBTI sono ancora ampiamente discriminate a causa del loro orientamento sessuale e/o della loro identità di genere. Le discriminazioni rilevate riguardano anche la lettera I di LGBTI: le persone intersessuali, o intersex, nate con caratteristiche sessuali diverse da quelle della norma binaria maschio-femmina. Secondo la relazione:

“[tra] le persone che hanno riportato episodi di crimini d’odio, il 73% ha subito ingiurie ed insulti, il 24% minacce, il 13% molestia sessuale, il 12% violenza fisica, il 10,4% inseguimenti. L’1% dichiara di aver subito un tentato omicidio. Il 3% ha subito il rifiuto di accesso a servizi sanitari o altri servizi pubblici e il 3% un rifiuto all’assunzione o un licenziamento. L’1,8% ha ricevuto un rifiuto di protezione da parte delle forze dell’ordine.”

Fonte: Centro Risorse LGBTI

Il Centro Risorse LGBTI evidenzia la stratificazione degli episodi di discriminazione, rimarcando che gli atti più gravi sono sempre preceduti da insulti e altri gesti generalmente considerati meno gravi. L’appello è di riconoscere i campanelli d’allarme e prendere sul serio le molestie fin da subito, per prevenire l’escalation della violenza.

Un altro dato allarmante riguarda il fatto che oltre il 20% del totale dei casi riportati ha come cornice l’ambiente scolastico: in questo contesto la discriminazione diventa bullismo omofobico, con episodi di violenza perpetrati da compagni sotto gli occhi del corpo docente, ma non adeguatamente osservati e impuniti.

Anche Arcigay monitora regolarmente gli episodi di omotransfobia riportati sulla stampa nazionale: sforzo utile, ma purtroppo non esaustivo, per tenere traccia delle violenze e analizzarne la rappresentazione mediatica. Nel report relativo al 2019, Arcigay evidenzia un aumento di casi riportati sui giornali rispetto all’anno procedente, ricondotto al clima politico italiano in cui la propaganda di estrema destra avrebbe contributo all’istigazione all’odio e alla violenza contro la comunità LGBT+.

Unione Europea e intersezionalità

Per fortuna, la raccolta di dati su molestie e reati contro la comunità LGBT+ è agevolata da strumenti a livello europeo che permettono anche utili confronti tra gli Stati membri. È di qualche giorno fa la presentazione dei risultati dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA) dell’indagine sulla discriminazione di omosessuali, lesbiche, donne e uomini bisessuali, transgender e intersessuali nei 28 Paesi dell’Unione.

La relazione offre un interessante confronto con lo stesso tipo di indagine svolta nel 2012, ma mostra che il progresso sperato non si è verificato: la percentuale di persone LGBT+ che si è sentita discriminata sul posto di lavoro, per esempio, è aumentata dal 19% (2012) al 21% (2019).

Circa il 40% delle persone intervistate a livello europeo ha risposto di aver subito molestie a causa del proprio orientamento sessuale, la propria identità di genere o le proprie caratteristiche sessuali nei dodici mesi precedenti: guardando soltanto al dato relativo all’Italia, queste sono il 32%. Sempre a livello europeo, invece, l’11% ha risposto di essere stato aggredito fisicamente e/o sessualmente nei cinque anni precedenti.

Un fattore allarmante è che questi dati sono drasticamente più alti per le persone transgender e intersessuali, così come sono maggiormente elevati anche nella fetta più giovane della popolazione (tra 15-17 anni e 18-24 anni) nel contesto scolastico.

Fonte: FRA, EU LGBT-II 2019

L’Unione Europea è impegnata a garantire un quadro normativo che incoraggi la parità di trattamento, non solo negli ambienti lavorativi, ma anche in tutti gli altri contesti della vita dei cittadini e delle cittadine. Fattore ricorrente nella normativa europea e nella raccolta di dati del FRA è il principio dell’intersezionalità, che permette di tenere a mente l’inevitabile interconnessione tra diversi tipi di discriminazione.

Nel sondaggio, per esempio, viene anche chiesto a chi ha partecipato se si fossero sentit* discriminat* su più livelli e per più motivi. Da queste domande emerge che lesbiche e donne bisessuali tendono a subire più violenze sessuali,  mentre negli uomini sono più comuni le violenze fisiche. Inoltre, il 77% di tutti gli episodi di violenza sono commessi da uomini.

La discriminazione della comunità LGBT+ non può esulare dalla violenza di genere e dal modello di mascolinità tossica predominante nella nostra società, così come non può esulare dal razzismo e dall’abilismo. Questi aspetti sono profondamente collegati e per affrontarne la complessità è necessario innanzitutto riconoscerlo e adottare una strategia intersezionale.

La paura di denunciare

Un dato su cui tutte le fonti concordano è il basso numero di denunce di molestie e violenze omolesbobitransfobiche. Secondo la raccolta di segnalazioni Hate Crimes No More, l’83,4% delle vittime riporta di non aver denunciato quanto subìto a nessuna realtà istituzionale o non governativa. La relazione FRA stila un breve elenco dei motivi per cui non si denuncia, tra cui la disillusione che qualcosa possa mai cambiare e l’abitudine a questo genere di discriminazioni, una mancanza di fiducia nelle istituzioni e il non voler rivelare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.

Un ulteriore dato della relazione FRA è che il 51% delle vittime di molestie e il 33% delle vittime di violenza fisica o sessuale non denuncia quanto subìto perché tende a sminuire l’episodio o non lo ritiene abbastanza grave. Il basso numero di denunce, come accade anche per la violenza di genere, crea un clima di impunità che rischia di normalizzare la violenza contro la comunità LGBT+, non individuando i responsabili dei reati d’odio.

La sicurezza delle vittime deve però rimanere la priorità, tant’è che il 25% di chi ha partecipato al sondaggio FRA teme reazioni di carattere omofobo e/o transfobico da parte delle forze dell’ordine. Incoraggiare a denunciare, quindi, dovrebbe andare di pari passo con la creazione di spazi più inclusivi in cui tutt* possano sentirsi al sicuro.

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Il piano normativo

Per creare tali spazi, è necessaria una legge contro l’omolesbobitransfobia. Una legge che introduca il reato di discriminazione e istigazione all’odio e alla violenza omofobica. Come evidenzia il Centro Risorse LGBT, questa legge deve comprendere strategie di contrasto al bullismo omofobico, la formazione del personale delle forze dell’ordine sui temi LGBT+ e una corretta e giusta rappresentazione mediatica della comunità.

La raccomandazione di includere a livello legislativo i crimini d’odio contro persone della comunità LGBT+ è avanzata anche dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA), che incoraggia tutti gli Stati membri a monitorare e registrare gli episodi segnalati.

Verso la parità

La strada sarà ancora lunga, ma non è un motivo per scoraggiarsi. Le notizie e i dati raccolti non sono infatti tutti negativi e non mancano alcuni barlumi di speranza.

Secondo la relazione FRA, la percentuale di adulti che condividono più apertamente il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere è aumentata dal 36% nel 2012 al 52%, così come aumenta il numero di ragazzi e ragazze che sono più aperti nel contesto scolastico. Inoltre, i dati mostrano che le persone giovani ricevono sempre più educazione in merito a temi LGBT+.

Tra i fattori chiave per il progresso, la relazione cita una maggiore visibilità e partecipazione attiva della comunità LGBT+, oltre a un discorso politico meno critico e discriminatorio nei confronti della comunità e a un maggiore sostegno all’interno della società.

Abbiamo quindi già una ricetta, e altre sono possibili e incoraggiate, per continuare a portare avanti la lotta per i diritti della comunità LGBT+ e combattere le discriminazioni che ancora oggi sono tristemente numerose. Cogliamo l’opportunità della giornata di oggi per riconoscere la complessità del fenomeno, tentare di comprendere la situazione in tutte le sue sfaccettature e sostenerci a vicenda per continuare a lottare insieme.

Buona giornata internazionale contro l’omobitransfobia.

Buon #IDAHOBIT2020.

Fonti:
Centro Risorse LGBTI, Raccolta di segnalazioni di crimini d’odio e altri atti motivati da odio omobilesbotranfobico. Hate Crimes No More Italy, 2020
Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), “A long way to go to LGBTI equality” (EU-LGBTI II), 2020
Arcigay, Report omotransfobia 2019
Commissione europea, “Final Report 2015-2019 on the List of actions to advance LGBTI equality“, 2019

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