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Il caso Caster Semenya: lo sport diviso tra scienza ed etica
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Il caso Caster Semenya: lo sport diviso tra scienza ed etica

Arianna Latini

Caster Semenya è un’atleta intersex sudafricana specializzata negli 800 metri. Il suo palmares vanta, tra gli altri titoli continentali e record nazionali, 3 ori nei Campionati Mondiali e 2 ori ai Giochi Olimpici. Il 3 maggio a Doha, in occasione della Diamond League, prestigiosa manifestazione internazionale, la mezzofondista ha siglato il record del meeting, aggiudicandosi per l’ennesima volta la gara. Ed è con questa vittoria che Semenya ha reagito alla sentenza del TAS. Il Tribunale Arbitrale Internazionale dello Sport si era infatti nuovamente pronunciato in merito alle atlete con iperandrogenismo proprio poche ore prima della sua competizione.

La sentenza del TAS ha respinto il ricorso dell’atleta contro il regolamento della IAAF (International Association of Athletics Federation) che prevede l’obbligo, per le atlete intersex che intendano partecipare a gare femminili comprese tra i 400 metri e il miglio, di assumere farmaci che abbassino i propri livelli naturali di testosterone. Questi devono mantenersi entro i 5 nanomoli per litro di sangue, circa il doppio del valore medio nelle donne.

Nel 2015, il TAS aveva accolto il ricorso di un’altra atleta che si era ritrovata in un caso simile a quello di Caster Semenya, sospendendo il regolamento della IAAF. Mancavano infatti delle evidenze scientifiche che dimostrassero l’effettiva correlazione tra livelli di testosterone e vantaggi sportivi. Respingendo il ricorso di Semenya invece, il TAS ha confermato la validità dei parametri previsti dalla normativa IAAF.

Prima di riflettere sulle conseguenze di questa sentenza occorre però fare alcune precisazioni.

Cosa si intende per intersex?

Si definiscono intersessuali tutti coloro che nascono con caratteri sessuali non riconducibili alle nozioni binarie del corpo maschile o femminile. L’intersessualità comprende diverse variazioni fisiche che riguardano caratteri del corpo considerati “sessuati” o la loro compresenza. Tali alterazioni possono concernere le caratteristiche di sesso primarie (i genitali, i cromosomi, i marker genetici, le gonadi ecc.) o secondarie, riferiti cioè all’espressione somatica del genere di una persona (ad esempio, l’irsutismo nelle donne).

È bene sottolineare quanto l’intersessualità non abbia nulla a che vedere né con l’identità di genere, né con l’orientamento sessuale.

Sebbene l’intersessualità non comporti, salvo rari casi, dei rischi per la salute dei soggetti, spesso le persone intersex si sottopongono (o vengono sottoposte quando ancora molto piccole) a cure mediche. Tali processi di medicalizzazione vengono intrapresi al fine di modificare la condizione del soggetto intersex e rendere il suo aspetto più simile agli standard binari, considerati più socialmente accettati.

L’incidenza di terapie farmacologiche e altre cure mediche, tuttavia, può alterare la percezione di sé o rendere più tortuoso il processo identitario. Inoltre, la frequenza di esami o interventi medici può complicare la vita sessuale delle persone intersex e non sono neppure da sottovalutare le conseguenze di quella che può diventare un’attenzione quasi morbosa al proprio sesso e/o alla propria identità di genere.

L’intersessualità nello sport

La questione gender, anche in ambito sportivo, è del tutto aperta. Con Bossy avevamo già trattato l’argomento prima che Caster Semenya tornasse a far parlare di sé. La mezzofondista sudafricana aveva sollevato non poche polemiche già alla sua prima comparsa ai Campionati mondiali di atletica leggera di Berlino 2009. In quell’occasione, una giovanissima Caster Semenya vinse il suo primo oro mondiale con una volata finale che non lasciò scampo a nessuna.

Sono stati molti i commenti a caldo in seguito a quella vittoria: alcune avversarie di Semenya hanno infatti reputato sportivamente scorretto che l’atleta sudafricana gareggiasse nella categoria femminile. Di conseguenza, la IAAF procedette con delle misure volte a un esame del genere sessuale e questo comportò la momentanea sospensione di Semenya dalle competizioni. I risultati del test sarebbero dovuti rimanere segreti, ma la notizia è riuscita comunque a trapelare e, nonostante la bufera di polemiche, la ventottenne mezzofondista è successivamente tornata a vincere nelle rassegne iridate e olimpiche.

A preoccupare il mondo dello sport, in casi come quello di Caster Semenya, è la salvaguardia del principio di equità e giustizia, in base al quale ciascun concorrente deve essere messo in condizioni di parità rispetto agli avversari. Poiché è stata rintracciata una relazione, ancora da approfondire, tra i livelli di testosterone e la qualità delle prestazioni sportive, il Comitato Olimpico Internazionale ha intanto ritenuto necessario regolamentare la partecipazione di atleti e atlete transgender e intersessuali alle competizioni agonistiche.

Per quanto riguarda la recente sentenza del TAS, Semenya ha affermato di non volersi sottoporre a terapie ormonali e di non avere intenzione di cimentarsi in distanze più lunghe del miglio, come invece si vociferava a seguito dei 5000 che aveva corso in occasione dei Campionati Sudafricani. Preferisce piuttosto dire addio all’agonismo: scelta che, se confermata, segnerebbe un’enorme perdita per l’atletica mondiale. Caster Semenya ha però anche precisato che i suoi legali si sono attivati, lasciando intendere che forse questa sarà solo un’altra battaglia e non l’epilogo della sua carriera.

La scienza

È importante notare che la comunità scientifica non appoggia del tutto la sentenza del TAS. La World Medical Association sconsiglia l’uso di terapie ormonali per ridurre il livello di testosterone nelle atlete. Gli studi non sembrerebbero ancora aver fatto piena luce sugli effetti dell’assunzione di farmaci simili sulla salute delle sportive.

Analogamente, il rapporto tra testosterone e prestazione non è stato ancora indagato così a fondo da poter considerare chiusa la controversia. A parità di livelli di testosterone si possono avere prestazioni equiparabili e, viceversa, a parità di prestazioni si possono avere livelli di testosterone diversi. Tuttavia, almeno per il momento, l’incidenza del testosterone nelle prestazioni sportive non può essere messo in discussione.

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Il caso Semenya ha però fatto molto discutere e ha portato all’attenzione pubblica una questione che si pone a metà strada tra la scienza e l’etica. È infatti il rigore delle norme delle discipline olimpiche a far considerare la prestazione incontestabile e valida universalmente.

L’etica

Poi però vi è anche da considerare quell’apertura etica che lo sport si propone da sempre di perseguire. Al di là dei regolamenti specifici di una certa disciplina, lo sport deve assicurare il rispetto del valore della persona in quanto tale. Deve ricordarsi di lottare contro ogni forma di iniquità o discriminazione. Deve essere quanto più possibile inclusivo. Questi propositi si scontrano con una realtà concepita ancora in termini radicalmente binari.

E la sentenza del TAS ne è un esempio: lo stesso Tribunale Arbitrale che aveva riconosciuto le misure adottate dalla IAAF come discriminatorie nei confronti degli atleti con diverso sviluppo sessuale, oggi ha difeso quelle medesime misure, definendole “necessarie, ragionevoli e proporzionate”.

La strada verso un mondo sportivo all’insegna non solo dell’integrazione, ma anche dell’inclusione, sembra essere ancora molto lunga. Tuttavia, casi come questi sono fondamentali per stimolare l’opinione pubblica e sensibilizzare le persone a questioni che sono meno lontane di quanto sembrino. La speranza è che le lotte (e un eventuale e comunque non sperato addio all’agonismo) di Caster Semenya siano utili in futuro ad altre atlete e altri atleti.

Tutto quello che possiamo fare adesso è applaudire una stella dello sport mondiale che affronta una tale sentenza con coraggio e dignità. E per capire la sua forza possono bastare le parole di un suo tweet:

I am Mokgadi Caster Semenya. I am a woman and I am fast.

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