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Il corpo, uno strumento (peloso) di militanza

Il corpo, uno strumento (peloso) di militanza

Il diktat della depilazione femminile non è certo di recente invenzione e affonda le sue radici nell’antichità. Le donne egizie, greche e romane praticavano già la depilazione integrale del corpo. Per secoli si è combattuta una vera e propria guerra contro i peli femminili, considerati sporchi e disgustosi. Tuttavia, oggi, alcune donne hanno deciso di reclamare il proprio corpo e di lasciare i loro peli al loro posto.

La prima volta che ho fatto la ceretta avevo 12 anni. Era estate, alla fine della prima media. Da qualche mese osservavo, incuriosita, i miei peli appena nati, segno della pubertà. Li ho visti comparire, crescere, cambiare il mio corpo. Non ricordo se mi piacessero o se li odiassi, mi chiedevo solo: cosa dovrei fare con loro? Guardai le mie amiche, cercando di capire a quali di loro stavano crescendo i peli, chi li lasciava crescere, chi li radeva, chi veniva già portata dalla madre dall’estetista. E poi un giorno, al parco giochi, mentre indossavo una maglietta con le braccia scoperte, sono stata presa in giro. Un compagno di classe si accorse dei miei primi peli ascellari, mi prese in giro e divenni subito lo zimbello della classe. Ero umiliata e improvvisamente disgustata dai miei peli. Qualche giorno dopo, chiesi a mia madre il permesso di depilarmi non solo le ascelle, ma anche le gambe.

La mia esperienza non è un caso isolato e la vergogna è uno dei motivi più comuni per cui ci si depila per la prima volta. Per anni ho avuto un complesso legato ai miei peli. Mi depilavo integralmente, le gambe, le cosce, l’ombelico. Ho persino valutato di fare la ceretta alle braccia, come hanno fatto alcune mie amiche.

Era la fine degli anni Novanta-Duemila, ma ancora oggi il diktat della depilazione è molto presente. Rappresenta un mercato succulento per l’industria cosmetica: 163 milioni di euro secondo Le Monde. In Francia, oltre il 90% delle donne si depila. I peli ci fanno ribrezzo, si dice che siano sporchi. Tuttavia, non c’è nulla di razionale in tutto ciò, anzi. Ad esempio, la completa depilazione delle parti intime femminili causa micosi e odori, come ci ricorda Ovidie nell’episodio “Gazon maudit” della sua miniserie Libres!

Oggi non faccio più la ceretta alle cosce, la peluria sulle braccia non mi dà fastidio e posso mostrarmi nuda davanti a un ragazzo anche se non ho le gambe o le ascelle depilate. Peraltro, secondo uno studio Ipsos (2017), il 58% degli uomini pensa che si chieda troppo alle donne quando si tratta di depilazione. Tuttavia, l’86% di loro pensa che per essere attraente una donna debba essere depilata. I peli sono infatti un elemento determinante nella rappresentazione e nell’espressione del genere: un corpo femminile dovrebbe essere privo di peli. Questo archetipo è ancora più forte tra le donne trans, per le quali la depilazione è un problema importante e uno dei maggiori costi della transizione.

Di fronte a questa ingiunzione patriarcale e capitalista sulla bellezza delle donne, si stanno sollevando molte voci. Con coraggio, sempre più donne affrontano il tema dei peli, come hanno fatto celebrità quali Julia Roberts, Madonna, Laëtitia Casta, Miley Cyrus, Angèle e la modella e attrice Emily Ratajkowski, che ha posato con le braccia alzate e le ascelle pelose per il fotografo Michael Avedon. La foto è stata postata su Instagram, mostrando una visione femminista accompagnata dal messaggio: “Give women the opportunity to be whatever they want and as multifaceted as they can be” (“Date alle donne l’opportunità di essere tutto ciò che vogliono in tutte le sfaccettature possibili”). Il social network ha visto anche la nascita di account che difendono i peli femminili: Le Sens du Poil, Parlons Poils, Paye ton poil, nospoils…

Un passo consapevole, un atto politico

I peli non sono quindi semplicemente una parte naturale del nostro corpo, indipendentemente dal nostro genere, ma “i peli sono diventati più politici”, come dice il filosofo Thibaut de Saint-Maurice. Quest’ultimo si spinge oltre affermando che “i peli riflettono la concezione che abbiamo dell’uguaglianza tra uomini e donne” (France Inter, 2018). Così, quelli che lui chiama hipster barbuti, dirigenti o ministri “fanno della loro barba una reazione al riconoscimento della parità di genere. La pelosità è un elemento di rivendicazione della differenza di genere”. In effetti, la gestione dei nostri peli è un atto regolato dalle norme sociali, che rafforzano in modo artificiale l’apparente differenza tra i sessi, così come avviene per l’abbigliamento e il trucco. Pertanto, smettere di fare la ceretta quando si è donna non è una decisione semplice o indifferente. È una trasgressione della norma sociale, una scelta per cui bisogna assumersi una responsabilità e spiegare. “Quando non viene considerato fastidioso, il fatto di lasciar crescere i propri peli è un fatto apprezzato per il coraggio, l’audacia e la militanza che richiede”, dice una giovane donna sull’account Instagram Le Sens du Poil, che pubblica ritratti di persone che mostrano i loro peli.

Il corpo diventa quindi uno strumento al servizio delle rivendicazioni e dell’attivismo femminista. Mostrare i peli significa liberarsi da un’oppressione, da una costrizione e da un diktat, ma significa anche partecipare alla decostruzione della pelosità femminile, incoraggiandola e fungendo da modello. Sullo stesso account Instagram si legge, tra le tante testimonianze, “quando arriva l’estate, uscire senza ricorrere alla depilazione diventa una rivendicazione” o “quando sono in strada con le gambe scoperte, ci sono momenti in cui mi sento forte e mi rendo conto che posso essere un esempio, un’idea, che posso aiutare un’adolescente a vedere qualcosa di diverso, nuovo o rinato”.

Decostruire la visione del corpo femminile e aprire la conversazione sui peli femminili è l’obiettivo di un altro account Instagram, Januhairy (gennaio peloso), prima di lanciare l’omonimo movimento che invita le donne a mostrarsi al naturale e a mostrare i propri peli nel mese di gennaio. Creata nel 2019 da Laura Jackson, studentessa inglese di 21 anni, la sfida è diventata rapidamente virale con migliaia di condivisioni. Anche alcuni progetti artistici stanno affrontando questo tema, come nel caso della mostra “Soyeuses: rétablir le poil féminin”, promossa da Amandine Petit-Martin ed Enthea, il cui obiettivo è presentare la diversità delle femminilità, al di là dell’ingiunzione a depilarsi e senza feticizzarsi. Anche Harnaam Kaur, una giovane donna intersex britannica soprannominata “la donna barbuta”, fa parte di questo approccio. Affetta dalla sindrome dell’ovaio policistico, che la rende barbuta e in sovrappeso, Harnaam difende la diversità e l’accettazione di sé attraverso il suo account Instagram, le sue raccolte fotografiche e in qualità di ambasciatrice del marchio. Assumendo e rivendicando la sua barba, dopo anni di complesse e dolorose depilazioni, è diventata una figura di riferimento del movimento body positive.

La stessa aspirazione si ritrova in “Liberté, pilosité, sororité”, che organizza incontri per le donne che non si depilano o che si interrogano su questo tema. Il collettivo si batte per l’accettazione dei peli femminili e per una maggiore diversità nella rappresentazione dei corpi. Sul suo sito web si legge: “Non stiamo sostenendo un nuovo diktat per i peli, non vogliamo sostituire uno standard con un altro”. Al di là dei peli, la loro lotta si inserisce in un approccio femminista più ampio, volto a “far sì che il corpo delle donne sia percepito soprattutto come ‘un corpo per sé’, e non più come un oggetto decorativo/sessuale destinato al piacere degli altri (in particolare degli uomini)”. Un piacere che può essere dato e trovato solo nel corpo femminile senza peli, rifiutando così il corpo femminile naturale come brutto, sporco e non curato, in breve, un corpo inaccettabile.

Altre forme di attivismo corporeo

L’uso del corpo come strumento militante non si limita ai peli. Naturalmente stiamo pensando alle Femen, il cui petto è il mezzo di comunicazione degli slogan femministi. Sebbene la loro azione non sia unanime, mostrando solo corpi che corrispondono ai canoni di bellezza standard, attraverso la nudità rivendicano il diritto di “usare il corpo come strumento di protesta, di liberazione, di mostrarlo come attivo, aggressivo e politico”, secondo le parole della leader, Inna Shevchenko. Più recentemente, i tatuaggi femministi sono in aumento. Permettono alle persone di esprimersi, di affermarsi e di rivendicare un’identità o un impegno. Sono un segno di riappropriazione del corpo.

L’illustratrice e tatuatrice Anna Wanda Gogusey sottolinea che “molte donne si tatuano per riappropriarsi di parti del corpo che non amano o che sono legate a brutti ricordi o traumi. Sono molti i tatuaggi che vengono eseguiti su cicatrici, ad esempio di mastectomie, parti cesarei, ecc. e che aiutano le donne a sentirsi di nuovo forti e a controllare il proprio corpo danneggiato. Farsi un tatuaggio aiuta anche molte persone ad acquisire fiducia in se stesse, ad amare il proprio corpo e ad assumersi la responsabilità di mostrarlo; tutto ciò è positivo.” Tatuare il proprio corpo in una società che cerca di controllarlo è una riappropriazione militante.

Anche su Instagram stanno comparendo account che presentano tatuaggi positivi per il corpo, ad esempio Self Love Club di Frances Cannon, o l’hashtag #grlpwrtattoo. Se ci sono tatuaggi che si dicono femministi per i disegni che rappresentano, l’impegno e l’attivismo attraverso i tatuaggi deriva principalmente dal processo che li circonda. Come dice Anna Wanda Gogusey: “Sono ovviamente una femminista, ma non so se esista un tatuaggio femminista. Certo, ci possono essere molti tipi di tatuaggi i cui disegni evocano simboli della lotta femminista, o riferimenti femministi come lacrime maschili, killjoy, ecc. ma per me la cosa più vicina a un tatuaggio femminista è l’approccio femminista che lo circonda, quindi soprattutto i tatuaggi di rivendicazione del corpo”.

Peli, tatuaggi, ma anche capelli bianchi, capelli corti o rotolini, le donne cercano di riprendere il controllo del proprio corpo, di decostruire gli stereotipi e le ingiunzioni patriarcali. Il corpo, oggetto di oppressione, diventa uno strumento di emancipazione.

Fonte
Magazine: Les Ourses à plumes
Articolo: LE CORPS, UN OUTIL (POILU) MILITANT
Scritto da: Chloé Schiltz
Data: 27/04/2022
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: Billie Body Brand
Immagine in anteprima: @liberpilosite

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