Stai leggendo
Il Femminicidio di Úrsula Bahillo: la violenza riprodotta dallo Stato
Dark Light

Il Femminicidio di Úrsula Bahillo: la violenza riprodotta dallo Stato

Redazione

Il femminicidio di Úrsula Bahillo, la ragazza di 18 anni assassinata a Rojas, Buenos Aires, dal suo ex compagno, il funzionario Matías Ezequiel Martínez, ha riportato all’ordine del giorno i fallimenti del sistema nel fornire una risposta adeguata alle vittime di violenza di genere. Che cosa è andato storto? Quali sono i meccanismi che rallentano un processo che dovrebbe essere immediato?

“Sono qui per tutte loro, perché non ce ne sia più una come Úrsula”, ha detto in tribunale Patricia Nasutti, madre dell’adolescente assassinata lo scorso 8 febbraio. Alla marcia di protesta è arrivata con un poster di una foto della figlia, chiedendo giustizia. Úrsula Bahillo aveva 18 anni e sapeva di essere in pericolo: per mesi è stata violentata dal suo ex compagno, Matías Ezequiel Martínez, membro del corpo di polizia di Buenos Aires nella località di Rojas. La prima denuncia formale è stata presentata alla polizia dalla madre di Úrsula il 9 gennaio, e in quell’occasione le è stato concesso un ordine restrittivo. Il 1° febbraio Patricia è tornata alla stazione di polizia per presentare una nuova denuncia per inosservanza del provvedimento, che però è stata respinta dal giudice.

Úrsula aveva paura ma aveva deciso di denunciarlo personalmente il 5 febbraio per disobbedienza dell’ordine restrittivo e minacce. Aveva anche testimoniato davanti alla procura, alla stazione di polizia e al giudice di pace, e aveva richiesto un pulsante d’emergenza al giudice di pace, provvedimento approvato con un ritardo di tre giorni. È stato infatti autorizzato l’8, quando Úrsula era già morta. Martínez l’ha uccisa con quindici coltellate. L’allerta può essere fatta risalire a un anno fa: l’assassino aveva già fatto aprire un caso nel 2017 per minacce contro un’ex partner, la data per il processo era il 18 aprile, addirittura nello stesso ufficio del pubblico ministero in cui la madre di Úrsula avrebbe sporto la prima denuncia.

Secondo il rapporto su Anfibia della giornalista Florencia Alcaraz, Martínez aveva anche una cartella psichiatrica per disobbedienza e un’indagine aperta per lo stupro di una ragazza di 14 anni, la nipote di un’altra ex compagna, anche quest’ultima vittima di violenza per mano di Martínez. Il pubblico ministero incaricato del caso ne ha chiesto l’arresto in due occasioni: la prima, lo scorso gennaio, è stata respinta, e la seconda è stata richiesta il 4 febbraio, giorni prima del femminicidio di Ùrsula, il che significa che, se fosse stata ricevuta, Martínez sarebbe stato privato della libertà prima di poter commettere l’omicidio. Quando gli amici di Úrsula si sono raccolti intorno alla stazione di polizia per chiedere giustizia, sono stati colpiti con proiettili di gomma. Nerina, ad esempio, ha quasi perso un occhio: era a braccia incrociate davanti al palazzo quando le hanno sparato. Il video dell’attacco è diventato virale, portando alla luce il caso del femminicidio di Úrsula con il risultato di una nuova convocazione in tribunale per Ni Una Menos il 17 febbraio.

Niente ha funzionato, le richieste sono state ignorate, la burocrazia ha causato molti ritardi, la mancanza di una prospettiva di genere ha continuato ad alimentare il circuito della violenza istituzionale che le donne e le minoranze affrontano se cercano di uscire da situazioni di abuso. Dopo anni di denunce, di visibilità, di casi come quello di Lucía Pérez o quello di Micaela García, dove la complicità e l’inefficacia della giustizia erano segno della mancanza di risposte concrete, perché lo Stato continua ad arrivare troppo tardi? Simile al caso di Úrsula è quello di Paola Tacacho, di Tucumán, assassinata lo scorso ottobre da Mauricio Paradas Pareja, che l’aveva molestata per cinque anni e contro il quale la donna era arrivata a sporgere un totale di tredici denunce.

All’epoca erano evidenti anche alcuni difetti: la trascuratezza degli agenti statali, la mancanza di formazione e di un adeguato controllo di efficacia delle misure applicate in seguito alle denunce, il carattere frammentato delle risposte da parte del sistema, e anche un approccio che mette interamente in mano alle vittime le misure per evitare ulteriori episodi di violenza. Sono loro le responsabili del rispetto delle misure e della loro gestione. Quando l’aggressore infrange un ordine restrittivo, è la persona vittima della sua violenza che deve insistere nuovamente davanti allo Stato, quando viene consegnato il pulsante d’emergenza è lei che ha il compito di difendersi, con tutti i rischi che ciò può comportare.

Il manifesto di Ni Una Menos lanciava l’allarme già nel marzo del 2015: in molte giurisdizioni sono le vittime che devono denunciare e poi ratificare la denuncia che hanno fatto alle stazioni di polizia e dotarsi di prove e testimoni affinché i casi non vengano chiusi e archiviati. In questo senso, alcune delle richieste che furono avanzate in quell’occasione riguardavano il pieno funzionamento degli Uffici Violenza Domestica della Corte Suprema di Giustizia in tutte le province, per accelerare le misure cautelari di protezione, le garanzie per la salvaguardia delle vittime di violenza, l’attuazione del monitoraggio elettronico degli autori degli abusi per garantire che non violino le restrizioni, il collegamento delle cause di giurisdizione civile e penale per evitare di dover aprire due cause differenti.

Vedi anche

Secondo un’indagine sull’andamento del sistema giudiziario della città di Buenos Aires nei casi di violenza di genere, condotta dall’Istituto di studi comparativi in ​​scienze criminologiche e sociali, il 64% delle vittime aveva presentato una precedente denuncia per violenza e “prove di inadempienze del potere giudiziario e delle istituzioni statali (…) per quanto riguarda l’adozione di misure volte a fermare la violenza, la garanzia della non ripetizione e l’obbligo di fornire adeguati servizi di supporto alle vittime”. A questo si aggiungono le statistiche sulla violenza della polizia: tra il 2010 e il 2020, almeno 48 donne sono state uccise da partner o ex partner impiegati in corpi di polizia.

Nonostante i progressi compiuti dallo Stato negli ultimi anni, le risposte sembrano essere insufficienti, e in casi come quello di Úrsula non vengono a galla solo le carenze nell’affrontare un problema strutturale, ma anche la necessità di un’articolazione differenziale soprattutto quando si tratta di casi di violenza dall’interno delle istituzioni stesse, quando l’aggressore fa parte di esse, e quando l’assistenza non arriva al momento giusto.

Fonte
Magazine: La Primera Piedra
Articolo: EL FEMICIDIO DE ÚRSULA BAHILLO: LA VIOLENCIA REPRODUCIDA POR EL ESTADO
Scritto da: Laura Verdile
Data: 19 febbraio 2021
Traduziona a cura di: Michela Perversi
Immagine di copertina: Anete Lusina
Immagine in anteprima: freepik

Leggi i commenti (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato

Associazione Bossy ® 2020
Via Melchiorre Gioia 82, 20125 Milano - P.IVA 10090350967
Privacy Policy - Cookie - Privacy Policy Shop - Condizioni di vendita