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Il femminicidio oggi in Italia
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Il femminicidio oggi in Italia

Arianna Latini
femminicidi

Il neologismo “femminicidio” fa la sua prima comparsa con l’accezione che si intende oggi nei primi anni Novanta. Esso indica l’uccisione di una donna in quanto tale e racchiude nella sua definizione quindi tutti gli omicidi legati al genere che hanno come vittima una donna perché donna.

A riconoscere al femminicidio lo status di particolare categoria criminologica è stata la femminista e attivista Diana E. H. Russell, che approfondì il tema nel libro “Femicide: The Politics of woman killing”, scritto insieme a Jill Radford.

Dagli anni Novanta a oggi gli studi di genere e le inchieste di giustizia di numerosi Paesi hanno gettato luce su una piaga globale che non conosce frontiere e che è ancora purtroppo ben lontana dall’essere estirpata.

Prima di andare avanti occorre precisare che non esiste un fenomeno corrispettivo coniugato al maschile che possa essere equivalente per dimensione, portata, occorrenza e caratteristiche al femminicidio. E tutti noi speriamo che in futuro non si renda necessaria la coniazione di un termine ad hoc per questo tipo di reato.

Questo contributo vuole fare un rapido punto della situazione italiana, una fotografia di ciò che il femminicidio ancora è nel nostro Paese.

Quante donne?

Prima di qualunque approfondimento sul tema, occorre mettere a fuoco l’estensione del fenomeno. Quante donne sono state uccise perché avesse senso coniare un termine ad hoc per definire il loro omicidio?
Purtroppo non ne abbiamo contezza. Il patriarcato – che è una struttura vecchia quanto l’umanità – ha per secoli nascosto una serie di crimini di cui solo oggi possiamo renderci conto.

Solo per inquadrare il ritardo della Giustizia in fatto di tutela e salvaguardia dell’incolumità della donna, è sufficiente ricordare che in Italia l’abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore risale al 1981. Fino a quella data, gli uomini che si macchiavano di omicidio nei confronti delle consorti, delle figlie e delle sorelle potevano ricevere delle pene ridotte in virtù delle attenuanti relative alla difesa dell’onore personale e di famiglia.

La legge sul femminicidio in Italia è stata approvata nel 2013, a seguito della ratifica della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica).

Dal 2013 al 2016 in Italia è stata uccisa una donna ogni due giorni. In quattro anni, sono state uccise circa 600 donne perché erano donne. Mediamente sono stati registrati 150 femminicidi all’anno.

Il trend sembrava finalmente essere in calo, ma aspettate a esultare: parliamo di una media di una donna uccisa in quanto donna ogni tre giorni dal 2017 a oggi. Nel 2017 le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 123, 133 quelle registrate nel 2018 – dieci in più rispetto all’anno precedente; 26 sono invece i femminicidi registrati sul territorio nazionale nei soli primi 5 mesi del 2019. I numeri sono quindi tutt’altro che confortanti.

I dati che seguono sono tratti da un’indagine statistica condotta dal Ministero della Giustizia sulla base delle analisi delle sentenze di femminicidio emesse dal 2012 al 2016 e dal report dell’Istat sugli omicidi volontari di donne del 2018, pubblicato a novembre 2019.

Quali donne?

Il primo studio dimostra che, su 417 sentenze di omicidi di donne esaminate, 355 sono classificabili come femminicidi: l’85% dei casi.

Non è possibile circoscrivere a una precisa categoria o fascia di età le donne vittime di femminicidio.

Sebbene meno frequenti, si sono verificati casi nemmeno troppo sporadici in cui la vittima era minorenne o ultrasettantenne. L’età media delle vittime si aggira comunque intorno ai 52 anni.

Il 77,6% delle donne uccise in Italia erano donne italiane, il restante 22,4% straniere.

In circa il 75% dei casi le donne muoiono nell’ambito familiare: nel 55,8% dei casi tra autore e vittima al momento dell’omicidio esiste una relazione sentimentale attuale o pregressa. Questo significa che a morire sono soprattutto mogli, conviventi, amanti, fidanzate, ex.

In particolare, nei casi in cui il femminicida sia il partner: per il 63,8% dei casi l’autore è il coniuge o il convivente, per il 12% il fidanzato. La relazione di parentela tra carnefice e vittima si aggira intorno al 17,5% dei casi.

Per mano di chi?

Nell’87,9% dei casi il rapporto autore/vittima è di 1 a 1. Nel 9,1% dei casi lo stesso carnefice ha ucciso più vittime, nel 12,1% più autori hanno agito a danno di una o più vittime.

Sono quasi sempre gli uomini a uccidere le donne. Solo nel 2% dei casi le donne sono morte per mano di altre donne; nel 9,2% gli autori erano in complicità: donne e uomini contro altre donne. L’88,5% dei casi registra femminicidi compiuti da soli uomini.

Nel complesso, gli uomini sono coinvolti nel 98% dei casi.

Di questi – a differenza di quanto vogliono indurci a pensare – il 74,5% sono italiani, il restante 25,5% stranieri.

Delle 133 donne uccise nel 2018, l’81,2% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare, nel 54,9% dei casi dal partner attuale o dal precedente (dal partner attuale 47,4%, corrispondente a 63 donne, dal partner precedente 7,5%, pari a 10 donne), nel 24,8% dei casi (33 donne) da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e nell’1,5% dei casi da un’altra persona che conosceva (amici, colleghi, ecc.) (2 donne).

Dove?

La stragrande maggioranza dei femminicidi viene consumata tra le mura domestiche: nel 35,2% dei casi nell’abitazione della vittima, nel 34,1% sotto il tetto coniugale, nel 2,9% in casa del carnefice. Non mancano però le esecuzioni in strada, in luoghi appartati e poco frequentati, in parchi cittadini e in campagne isolate, in camere di hotel, in automobili, sulla soglia di casa della vittima, ma anche in luoghi pubblici come i posti di lavoro della vittima o i locali da essa frequentati.

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Il femminicida stesso, nella metà dei casi esaminati, avvisa le forze dell’ordine ma in molti casi occulta il cadavere, incendiandolo, gettandolo in un corso d’acqua, sotterrandolo, abbandonandolo in un luogo isolato e sezionandolo per riporlo in sacchetti di plastica, valigie, frigoriferi.

Come?

Il femminicidio è un crimine brutale. Il luogo in cui solitamente si consuma è indicativo anche del tipo di arma che spesso viene utilizzata. Il carnefice usa quello che può reperire più facilmente: coltelli e utensili da cucina, attrezzi da giardinaggio o fai-da-te, cavi elettrici e sostanze infiammabili.

Tutto ciò che gli è a portata di mano può risultare pericolosa. A volte non occorre altro oltre al corpo stesso dell’omicida: molte donne sono morte a seguito di violentissime colluttazioni corpo-a-corpo e strangolamenti a mani nude.

Spesso i femminicidi sono solo l’epilogo di altri episodi di violenze pregresse. Sono numerosissimi i casi di morte annunciata, in cui la vittima era già stata aggredita verbalmente, insultata, minacciata, molestata, picchiata, violentata, stuprata.

Per quanto ancora?

“A partire dalla XVII legislatura, con la ratifica della Convenzione di Istanbul, il Parlamento ha adottato una serie di misure volte a contrastare la violenza contro le donne, perseguendo tre obiettivi: prevenire i reati, punire i colpevoli e proteggere le vittime”.

Le nuove misure contro la violenza sulle donne al momento non si sono dimostrate risolutive del problema. Un recente report di analisi dei dati del numero verde contro la violenza e lo stalking mostra come il numero di chiamate valide sia in calo negli ultimi anni, pur non essendo così diminuito il numero di femminicidi, di casi di stalking e di violenza sulle donne in generale.

Il fenomeno insomma non accenna a fermarsi. Il femminicidio è purtroppo ancora una realtà con cui dobbiamo fare i conti.

E non è una realtà nostrana. L’Italia è assolutamente in linea con il trend europeo in fatto di omicidi di genere. I nostri dati sono addirittura contenuti rispetto agli altri Paesi per i quali si hanno a disposizione numeri recenti.

Essendo la violenza sulle donne un male socio-culturale, frutto di secoli di discriminazione e disparità di genere, risulta necessaria una vera e propria inversione di rotta socio-culturale. Una rivoluzione che miri a destituire il patriarcato e con esso l’idea della totale disponibilità della donna da parte dell’uomo.

La dignità e l’integrità della donna non dovrebbero essere messe in discussione, non dopo secoli di storia e di lotte per l’emancipazione e la parità, non in un Paese che si definisce civile.

Contatti Utili:
1522 – Numero verde contro la violenza sulle donne
Centri antiviolenza
Programmi per uomini maltrattanti

Leggi i commenti (2)
  • Vedo con piacere che state discutendo molto del caso di Amber Heard……..peccato, se solo mostraste obiettività potreste finalmente ottenere quel rispetto che state cercando 🙂 .

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