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Il femminismo sta vivendo una fase di lotta aperta

Ci troviamo in un periodo di irrequietezza e di profonde trasformazioni. Ed è nella novità di questo momento di lotta e delibera politica che le donne si fanno avanti facendo sentire la propria voce ed esternando il proprio punto di vista. Già da qualche tempo in seno al continente americano si sta manifestando la rinascita del movimento femminista e Raquel Gutiérrez Aguilar (Città del Messico, 1963) ne sa qualcosa.

Formatasi nell’ambito dei movimenti sociali ai quali partecipa attivamente, Raquel Gutiérrez Aguilar riconosce la grande forza acquisita dalle ribellioni femministe, che in alcuni Paesi sono state massicce e radicali. Specializzata in movimenti indigeni, resistenza e trasformazione sociale, Raquel parla in modo energico, intransigente e rapido, anche se, di quando in quando, chiude gli occhi per concentrarsi un istante prima di proseguire a dare voce alle sue riflessioni. La lotta femminista nel continente è parte fondamentale e integrante del suo attuale lavoro. Perché la lotta è a favore della vita e contro qualunque tipo di violenza.

Parlaci delle ribellioni femministe in America Latina. Come sorgono e come si stanno sviluppando?

La genesi è diversa in ciascun Paese, ma quasi tutti i casi hanno due aspetti in comune: l’unione tra femministe più anziane, con esperienza e consapevolezza e un certo grado di insoddisfazione rispetto all’andamento del movimento femminista negli ultimi dieci anni, e diverse donne molto più giovani che lottano: non sono necessariamente femministe, ma stanno comunque dando nuovo vigore ai capisaldi del movimento. Questo tipo di ribellioni è iniziato a sorgere tra il 2014 e il 2015. L’espressione del fastidio e della rabbia delle donne rappresenta il rifiuto collettivo della violenza.

Perché proprio in questo momento storico?

Le donne avvertono la necessità di mobilitarsi e di organizzarsi per intervenire di fronte al verificarsi di avvenimenti estremamente violenti o con livelli di impunità davvero incredibili, generalmente associati a qualche femminicidio. Ad esempio, in Messico la scintilla è stata causata dall’arresto e dal processo di una ragazza sequestrata da due tizi a Città del Messico (il caso Yakiri Rubio). La ragazza è stata condotta di forza in un hotel e violentata da uno dei due ragazzi. Quando anche il secondo ha cominciato a violentarla, lei ha afferrato un coltello e l’ha colpito alla giugulare. E chi ha subìto il processo alla fine è stata lei. Ci sono un morto, uno stupratore e un’imputata. L’indignazione è tale da dar vita alla formazione di un enorme movimento femminile. Le partecipanti non solo marciano contro i tribunali, ma anche contro l’hotel, per farlo chiudere simbolicamente (ostacolandone le attività, NdT), dal momento che è stato complice del sequestro. Le manifestanti iniziano a incontrare la famiglia della detenuta, residente in un cosiddetto barrio bravo, un quartiere selvaggio: quello di Tepito. Ed è così che la gente del quartiere, i collettivi lesbico-femministi, le accademiche, le donne legate alla tradizione messicana, le studentesse e molte altre si riuniscono e iniziano a creare legami in nome di ciò che definiamo come un’alleanza insolita, un seme molto fertile ideato da Mujeres Creando con sede in Bolivia. In linea di massima, è quasi impossibile che un’accademica, una donna del quartiere Tepito e una donna di un collettivo lesbico-femminista si incontrino in una città di 20 milioni di persone. Però, con un’azione concreta nata in seguito ai fatti orribili che stavano accadendo, si è creato un flusso di persone.

Quali aspetti hanno in comune questi raggruppamenti di persone in lotta?

Vedono il rigenerarsi della capacità di fare gruppo. Ciò che ti ho appena raccontato è un esempio di aggregazione, di capacità di unirci per raggiungere obiettivi specifici. In altre parole saper mettere da parte le differenze per poterci unire e coltivare il legame che ci consente di creare un’azione comune. Per questo diciamo che coltiviamo la vicinanza e gestiamo la distanza. Coltiviamo la vicinanza per lottare e denunciare un evento, e gestiamo la distanza per creare legami con le altre donne. Questo ci consente di tornare in sintonia con la forza collettiva, formata da persone che a loro volta tornano in sintonia con la propria forza. Per questo parliamo di azioni co-prodotte.

Tale capacità di aggregazione ha anche permesso ai movimenti femministi di diventare così massicci e radicali in America Latina?

Quelli più massicci e radicali sono stati quelli che hanno avuto luogo in Uruguay e in Argentina. L’Argentina vanta una vera e propria tradizione negli incontri tra donne. Infatti, è molto interessante osservare quanto accaduto nell’ultimo. Dall’essere conosciuto come “Encuentro Nacional de Mujeres”, ha ottenuto il nome di “Encuentro Plurinacional de Mujeres, Lesbianas, Trans, Travestis, Bisexuales y No binaries”. E il nome è ancora oggetto di disputa. Ci sono donne che non sono d’accordo, l’evento stesso è ora conosciuto con due nomi, ma vanta la partecipazione di tutte, senza distinzioni. Cosa farebbe una politica di stampo patriarcale? Uno degli incontri diventerebbe egemonico e si verificherebbero delle scissioni. Verrebbero organizzati cinque incontri e poi basta. E invece no. Si tratta di una pratica politica diversa. Non rifiutiamo la contraddizione: la rendiamo casa nostra. Seppure in un’unione tesa e scomoda, gestiamo la distanza.

Come si può riuscire a gestire la distanza e a coltivare il legame che ci unisce?

È molto faticoso e, allo stesso tempo, non lo è affatto. Il mio obiettivo non è quello di annullare l’altra. Certo, posso allontanarmi e criticarla se lo riterrò necessario, ma senza annullarla. Questa è una caratteristica in comune a tutti i movimenti e che trovo molto interessante. Essere in grado di gestire l’ambiguità in presenza. In questo modo, inizi a creare uno spazio ricco di significato che ci consente di costruire un’autonomia simbolica. Non è che ciò non sia mai accaduto prima, ma ora accade in modo massiccio e radicale. La lotta è a favore della vita e contro qualsiasi tipo di violenza patriarcale. In questo modo diverso di fare politica, possiamo unirci, possiamo intrecciare le nostre vite e darci forza l’una all’altra. È una lotta femminista in evoluzione che ne rivitalizza il contenuto anti-patriarcale. Le fondamenta di tutte le strutture si stanno muovendo. Un fatto interessante che sta accadendo ora è che, oltre a lottare, al tempo stesso ci impegniamo nella riflessione. Ecco, questo è il modo in cui posso raccontarti come funziona questa riflessione intrecciata.

Storicamente, le donne in America Latina sono sempre state protagoniste di lotte territoriali. In che modo questo aspetto ha influenzato la realtà odierna?

Non è un caso che Marichuy sia stata candidata alla presidenza del Congresso Nazionale Indigeno in Messico, così come non lo è stato l’omicidio dell’attivista Berta Cáceres. Sono donne con una voce molto potente e un’enorme capacità di creare legami. Ecco perché diventano anche bersaglio di omicidi. Tuttavia questo fatto ha un aspetto curioso: è vero che le donne hanno quasi sempre dato il via alle lotte territoriali e ambientali, ma non sono quasi mai state loro a negoziarne le battute finali. Sono sempre gli uomini a occuparsene: tra l’inizio e la fine succedono molte cose e in quello spazio gerarchico le voci delle donne e della dissidenza diventano invisibili. Ora la novità è che le donne non stanno dando voce alle lotte territoriali e stanno, piuttosto, modificando le trame comunitarie stesse.
Ad esempio, le donne hanno giocato un ruolo fondamentale nel movimento sorto in Ecuador.
Si è visto in modo piuttosto chiaro il fatto che volessero far sentire la propria voce. Non solo preparavano da mangiare, si organizzavano, portavano avanti la loro vita nel bel mezzo della lotta. Quello lo facevano anche prima. Questa volta hanno anche alzato la voce, si sono ascoltate a vicenda, hanno dato vita a un dialogo e, inoltre, hanno dimostrato una grande abilità nel generare legami le une con le altre. Ho l’impressione che ci fosse un legame molto fertile tra il femminismo urbano a Quito e le donne che venivano dalle comunità. Dalle immagini era facile evincere come il movimento fosse sostenuto dalle donne. Conoscete il detto “gallina che canta ha fatto l’uovo”. Un tempo deponevamo l’uovo, ma non cantavamo. Ora abbiamo imparato a fare anche quello. Viviamo in un momento di forte impoverimento e di resistenza. La rivolta è sorta in seguito a un decreto che prevedeva l’aumento dei prezzi dei carburanti; in altra parole, è stata una rivolta contro l’impoverimento. Il messaggio che volevano trasmettere tutte le persone che hanno partecipato e sopportato la repressione fino alla fine era il fatto che non avrebbero tollerato di trovarsi nuovamente a quei punti.
La lotta, inoltre, è a favore della vita e contro qualunque tipo di violenza.
Quando metti al centro la lotta a favore della vita, inizi a guardare il mondo da un punto di vista anticapitalista e insubordinato molto interessante. Che cosa significa difendere l’acqua e combattere contro le multinazionali? Cosa succede se concentri l’attenzione sulla tutela dei boschi? Gli orizzonti del cambiamento si rinnovano. Stiamo cercando un modo per garantire la vita fuori dallo Stato. Stiamo mettendo in pratica una politica non statale e non necessariamente anti-statale. In altre parole, si sta discutendo della necessità di mettere nero su bianco determinati diritti, ad esempio la depenalizzazione dell’aborto o le nuove leggi sull’acqua. Questo interrogativo non deve essere lasciato esclusivamente nelle mani della politica pubblica. Abbiamo sempre il dovere di scegliere, e noi diciamo no, che vogliamo rimuovere ogni ostacolo e che vogliamo uscire da quella dicotomia. In altre parole se siamo non binari, dobbiamo esserlo sotto tutti gli aspetti. Dobbiamo esserlo nel nostro modo di pensare. Questo significa non cadere nei binari discriminatori in ​​cui la politica patriarcale spesso ti colloca, qualunque sia la sua variante.

Hai anche denunciato minacce fasciste più di una volta. In che modo queste stanno influenzando il movimento?

La loro influenza la percepiamo già, e chissà come andranno a finire le cose. L’energia che ci stiamo mettendo non verrà meno, metteremo ancora più a frutto quello che abbiamo imparato, ma non possiamo negare che ci stiamo già misurando con un’offensiva molto dura. L’offensiva religiosa, al di là del suo potere ideologico e storico, ha una quantità impressionante di denaro e ciò le consente di avere una parrocchia in ogni luogo. Neanche l’offensiva economica è semplice da gestire. Gli strumenti principali di cui fa uso sono l’impoverimento e l’indebitamento. In molti luoghi dell’America Latina le persone si avvalgono del credito per acquistare generi di base. In Colombia e in Messico ci hanno militarizzato e i paramilitari sono sempre più forti. Il numero di persone disperse e assassinate è enorme. L’orientamento politico di destra ha preso il sopravvento insieme a una violenza strutturata da parte dello Stato.

Com’è organizzata la resistenza?

Non è una situazione ottimale e non è facile affrontarla, ma lo stiamo facendo. È una fase di lotta aperta ed è per questo che possiamo definirla come una ribellione: perché quando il movimento sembra perdere vigore da qualche parte o quando sembra non crescere più in un determinato posto, un altro Paese prende il sopravvento. Ora sta succedendo in Cile. Le rivolte femministe che prima avvenivano nelle scuole, il movimento dell’8 marzo… Adesso stanno conquistando le strade. Abbiamo generato delle collettività per l’intervento politico.

Ci daresti una panoramica della ribellione femminista che sta avvenendo in America Latina? Quali sono gli elementi fondamentali dal punto di vista organizzativo?

L’aspetto fondamentale è che i gruppi non comandano e vi sono alcuni meccanismi che ne amplificano il senso e contribuiscono all’organizzazione. Anche l’auto-organizzazione ha bisogno di organizzazione, ma in che modo? L’organizzazione del movimento non è l’aggregazione dei collettivi; il punto è questo. In questo caso, sono stati generati spazi organizzativi non gerarchici. Questa organizzazione assomiglia più al modo in cui avvengono i processi vitali. Abbiamo bisogno di metafore che provengono dalla vita stessa.

Fonte
Magazine: Pikara
Articolo: “El feminismo está en un momento de lucha abierta”
Autrice: Kattalin Barber
Data: 4 dicembre 2019
Traduzione a cura di: Elisa Sanguineti

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