Incontro Alberto Madrigal in un’assolata mattina di luglio in una bella caffetteria nel cuore di Berlino, “The queerest city ever” come l’abbiamo chiamata qui su Bossy.

Lui si presenta puntualissimo e sorridente, confidando che ci troviamo nel luogo dove ha dato vita al suo libro d’esordio, “Un lavoro vero”, storia di Javi, aspirante fumettista in terra straniera alle prese con il sogno di far diventare la sua passione una professione.
Due anni dopo sempre per Bao Publishing esce “Va tutto bene”, dove torna il tema del lavoro visto come realizzazione della propria identità e del proprio posto nel mondo per i protagonisti, Daniel e Sara. Proprio l’anno scorso questo talentuosissimo artista spagnolo di origine e tedesco di adozione – ma che ha scelto la lingua italiana per esprimersi nelle sue opere perché “mi aiutava a capire cosa volessi davvero dire” – chiude la sua personale trilogia berlinese con “Berlino 2.0”, realizzato insieme alla scrittrice e saggista Mathilde Ramadier, una storia che ancora una volta erode lo stereotipo del “giovane disoccupato” per restituire al lettore delle persone vere, costrette a fare scelte e sacrifici in un contesto socio-politico per il quale sembrano non esistere.

In quanto fan dei lavori di Alberto, abbiamo approfittato della sua incredibile gentilezza e non ci siamo fatti scappare l’opportunità di intervistarlo per parlare di fumetti e realizzazione personale fra passato, presente e futuro.

…ma prima abbiamo ordinato una torta.

Il tuo ultimo lavoro si chiama “Berlino 2.0” ed è il tuo terzo graphic novel ufficiale. A differenza dei due precedenti fumetti in cui hai curato tutto, qui ai testi troviamo Mathilde Ramadier. Com’è nata questa collaborazione?

Ci siamo conosciuti su Art Connect, un social network di artisti a Berlino. Mathilde mi ha contattato per chiedermi dei consigli visto che stava realizzando la sua prima sceneggiatura per un fumetto disegnato da una sua amica. Due mesi dopo mi ha scritto che era riuscita a trovare un importante editore in Francia. Dopodiché siamo rimasti in contatto, siamo diventati amici e quando mi ha detto che stava scrivendo un altro racconto su Berlino mi sono proposto per disegnarlo. Ancora non conoscevo la storia, ma conoscendo lei e visto quanto mi piace disegnare questa città ho detto “Ci sto!”. Per una volta così mi sono potuto limitare ai disegni, come un regista che sceglie le immagini per raccontare al meglio qualcosa. Essendo un suo progetto, Mathilde ha trovato l’editore in Francia e io ho poi proposto a Bao di portare l’opera in Italia.

I tuoi primi tre graphic novel sono ambientati a Berlino. Si può parlare di una trilogia?

Ad essere sincero non l’ho mai pensata come una trilogia. Berlino era presente nei primi due libri perché io ci abito e mi piace mettere la città sullo sfondo, mi viene automatico. Nel terzo libro, come ti dicevo, volevo semplicemente godermi il disegno. A lavoro finito però ho notato che effettivamente l’idea di una trilogia ci stesse perchè “Berlino 2.0” è molto diverso dai primi due: mentre io ho una visione quasi infantile, romantica della città, Mathilde ha uno sguardo più critico. Penso sia stato bello poter vedere anche l’altra faccia della medaglia.

In effetti il primo graphic novel si concentra sulla professione creativa, il secondo su personaggi che ambiscono ad un lavoro “normale” e questo invece sembra ragionare sul contesto ambientale in cui si cerca lavoro. Tesi, antitesi e sintesi, per citare un altro celebre tedesco.

È vero!

Prima hai detto che ti piace disegnare Berlino. Pensi che vivere qui abbia in qualche modo influenzato il tuo stile?

Sicuramente. Prima di arrivare qui non mi ero mai posto il problema di scrivere storie, nemmeno di colorarle. Avevo uno stile molto diverso, provavo ad essere più tecnico, con le giuste prospettive, etc. Poi per una serie di ragioni ho scritto il mio primo libro e lì ho capito quanto fosse importante per me scrivere una storia e di come questa contasse tanto quanto il disegno. Quando ho capito questa cosa, automaticamente i disegni sono cambiati moltissimo, perché non volevo più solo fare bella figura, ma esprimere delle emozioni, usando le immagini come fossero le parole di un romanzo. L’estetica decadente della città mi ha incoraggiato inoltre a rompere le regole del tratto e soprattutto a disegnare gli sfondi: essendo tutto nuovo per me qui, ho cominciato a fare caso alla bellezza nascosta dei luoghi, finendo per avere voglia di disegnarli.

Quando scopri che Alberto si è portato dietro gli acquerelli per fare una dedica a Bossy!

“Ciò che rovina tutto, nella vita, è l’immagine che ti fai di come dovrebbero andare le cose”. I tuoi personaggi sono sempre sospesi fra realtà ed aspettativa. Secondo te questo conflitto è positivo o negativo?

Entrambe le cose. È negativo perché tutta la nostra generazione (N.d.R. Alberto è classe ‘83) è cresciuta con l’idea che se ci fossimo impegnati e avessimo fatto le cose in un determinato modo avremmo ottenuto una determinata ricompensa, un risultato. Poi cresci e hai un duro confronto con la realtà.

Secondo te questa disattesa delle aspettative è un fenomeno che riguarda proprio la generazione cosiddetta “millennial”?

Non lo so, non penso di avere abbastanza strumenti per affermarlo, bisognerebbe sentire più persone di altre generazioni. Dall’esterno mi sembra di sì, direi che forse è proprio cominciato con la nostra. Magari la generazione successiva è già in quest’ottica di idee e può sentirsi meno in colpa di quanto facciamo noi, che pensiamo di stare sbagliando tutto appena non vediamo arrivare i risultati sperati.
Come tutto nella vita però c’è anche un lato positivo, ed è la possibilità di usare questa energia per fare qualcosa: quando scrivo mi rendo conto di apparire più cupo di quanto sia in realtà. Forse è perché le mie paure e incertezze le sfogo lì. Forse se non le avessi non saprei più cosa scrivere!

Siamo entrambi molto meno cupi di così…

Ti è mai capitato di assistere a fenomeni di discriminazione nel mondo del fumetto?

Per me è difficile dirlo perché lavoro quasi sempre da solo, come molti altri miei colleghi. In realtà il mondo del fumetto è molto meritocratico, se le cose che fai piacciono verranno pubblicate e non importa chi tu sia. Immagino che il rischio di discriminazioni possa sicuramente esserci, ma non ho esempi da farti personali o di persone a me vicine.

E il fumetto, pensi subisca differenze di trattamento rispetto agli altri media?

Mi sembra che in Italia grazie ad autori importanti come Gipi e Zerocalcare anche la gente che non aveva mai letto un fumetto in vita sua abbia cominciato a vedere il genere in modo diverso, ad avvicinarvisi e ad appassionarsi.
In Germania invece quando racconto che lavoro faccio pensano che disegni strisce per i giornali (ride).
In Spagna credo sia invece un po’ un mix dei primi due casi.
Oddio, non vorrei generalizzare anche perché va detto che conosco molto di più l’Italia avendo l’editore là, magari nel frattempo altrove la situazione è migliorata!

Mi piace molto come nelle tue opere si parli del presente. Negli attuali prodotti di intrattenimento c’è ultimamente un forte richiamo alla nostalgia e al revival, mentre nei graphic novel mi succede sempre più spesso di sentirmi finalmente rappresentato, di vederlo raccontato, questo presente. Ma com’è invece il tuo rapporto col futuro?

In realtà non ci penso molto. Forse perché il futuro lo sento sempre come qualcosa di immobile, visto che dopo tanti anni le cose non sono cambiate poi così tanto. Finché non sarò del tutto sereno forse non penserò così tanto al futuro. In realtà non mi sento nemmeno molto ancorato al passato. Certo, mi piace leggere certi richiami nostalgici come quelli di Zerocalcare o di Nova, una nuova autrice che ha esordito quest’anno con Bao, ma proprio perché io personalmente al passato ci penso poco. Ad ogni modo non mi ritengo una persona nostalgica, mi piace di più il presente.

A un certo punto in “Berlino 2.0” mentre sta sostenendo un colloquio di lavoro la protagonista afferma “Il mio problema è che l’Europa non esiste”. Tu come la vedi oggi, l’Europa?

Io sono molto ingenuo: mi sono trasferito qui, in un altro paese, e per me è stato quasi come spostarmi di soli 10 km dal mio paese in Spagna, con la sola differenza che in questa città la gente parla una lingua diversa. Non penso così spesso al fatto che Germania, Spagna o Italia siano paesi diversi con culture diverse. Credo che l’assenza di frontiere sia una bella cosa e che a volte ci scordiamo di quanto sia facile per noi europei poterci spostare così facilmente. Io però non sono la persona più adatta per parlarti di politica, questo dovresti chiederlo a Mathilde!

Chiudiamo con un classico: progetti per il futuro?

Da un anno a questa parte sto portando avanti un blog a fumetti e proprio in questi giorni ho finito di scrivere il mio nuovo libro: una storia che parla degli ultimi anni, una sorta di “Un lavoro vero 2.0”, cioè cosa succede dopo. Durante l’ultimo Salone del Libro ho proposto l’idea all’editore ed è piaciuta, quindi sono tornato a casa, ho scritto di getto la storia in due settimane e gliel’ho inviata. Dopo averla spedita ho però pensato di aver fatto un errore: temevo che il racconto fosse troppo personale e che non mi fossi preso abbastanza tempo per rileggere tutto nella giusta prospettiva e col giusto distacco.
Parlo di mio figlio, del lavoro, di cosa significhi fare il fumettista e inseguire la tua passione: si tratta di sentimenti molto complessi, molto facili da banalizzare, ed ero terrorizzato dal fatto che a rileggerlo mi sarei pentito di quanto avevo scritto. Proprio in questi giorni ho finito l’ultima stesura: mia moglie ancora non l’ha letto e ho paura del suo riscontro!
L’editore mi ha intanto detto che secondo lui era la cosa più bella che avessi fatto. Se tutto va bene, uscirà l’anno prossimo… Quindi se poi effettivamente me ne vergognerò, voi avete la prova che ero consapevole di star facendo una cazzata!E per concludere in bellezza questa esperienza, Bossy mette in palio per 3 persone la trilogia berlinese di Alberto Madrigal! Ogni vincitore/vincitrice riceverà infatti tutti e 3 i volumi: Un lavoro vero, Va tutto bene e Berlino 2.0. Andate sul nostro Instagram per scoprire come partecipare al giveaway, aperto fino a domenica 15 luglio!

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