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Il Nostro Pianeta e come lo stiamo uccidendo
Dark Light

Il Nostro Pianeta e come lo stiamo uccidendo

Biancamaria Furci

Che ruolo svolge nella nostra vita il fitoplancton? Nessuno, a meno che chi legge non sia una megattera o un krill. Giusto? Sbagliato. Il perché ce lo rivela la serie documentaristica “Il Nostro Pianeta” (Our Planet in lingua originale). Docu-serie originale targata Netflix, Our Planet è prodotta da Silverback Films Ltd in collaborazione con il WWF, diretta dagli autori della BBC già creatori delle acclamatissime “Planet Heart” e “Blue Planet”, e narrata dal naturalista e documentarista Sir David Attenborough. Le riprese sono durate 4 anni, coinvolgendo una troupe di oltre 600 persone e catturando immagini in oltre 50 Paesi in tutti i continenti. Un successo preannunciato insomma, una splendida occasione per metterci comodi e lasciarci travolgere dalle meraviglie del Creato, godendo di quella dissonanza cognitiva che producono a volte i documentari naturalistici, per la quale anche se sappiamo che il pianeta è in difficoltà ci consola vedere ambienti incontaminati, puri e in qualche modo “intoccabili”. Ci conforta e ci dona un senso di falsa sicurezza; perché sì, le cose potranno anche non andare per il meglio, gli oceani saranno pure pieni di plastica, alcune specie si staranno estinguendo, nelle città ci sarà sicuramente tanto inquinamento… Ma guarda che spettacolo quella ripresa della Foresta amazzonica, vedi l’incanto dell’aurora boreale nel Circolo Polare, goditi lo stupore maestoso dei ghiacciai perenni in Antartide. Le cose andranno anche male, ma finché al mondo c’è tutta questa bellezza non possono andare così male.

Noi siamo la causa del male

Our Planet però è una serie diversa. Perché ci dice che invece sì, le cose vanno davvero così male e ora possiamo vederle. Ognuno degli 8 episodi è incentrato sugli animali che vivono in un dato ambiente naturale, dai ghiacci ai deserti. Ognuno di questi ambienti è interessato, più o meno direttamente, dall’attività dell’uomo e ognuno in modo differente e consequenziale ne subisce gli effetti. Dai cambiamenti climatici, alla deforestazione, all’inquinamento di fiumi e mari, agli scarichi di plastica e rifiuti, non esiste un solo luogo sulla Terra che non sia colpito dagli errori umani. Lo spettatore può quindi osservare la vita degli animali che scorre come sempre, in una quotidianità apparentemente immutata: i rituali di accoppiamento, le migrazioni, la caccia, i rapporti di potere all’interno dei branchi. Eppure qualcosa stona, improvvisamente compare un elemento di disturbo per la vita di questi protagonisti: è il cambiamento dell’ambiente in cui vivono. Sottile talvolta, ma inesorabile. Possiamo cogliere il principio di mutamenti molto più grandi e significativi e questo ci lascia sgomenti di fronte a situazioni apparentemente tranquille. Il senso di angoscia non proviene tanto dal singolo evento (come può essere la morte di centinaia di trichechi costretti contro la propria stessa natura ad arrampicarsi sulle rocce per avere spazio sufficiente a respirare, visto che l’innalzamento dei mari ha rubato loro gran parte della terraferma necessaria al riposo prima della caccia) quanto dalla previsione di ciò che accadrà nei tempi a venire.
Il direttore esecutivo di Our Planet ha dichiarato:

“Siamo la prima generazione a conoscere l’impatto di ciò che stiamo facendo al nostro pianeta e l’ultima che ha la possibilità di fare qualcosa al riguardo. Se le persone in tutto il mondo si mobilitano chiedendo apertamente che il nostro pianeta venga protetto, i nostri leader non avranno altra scelta e dovranno agire”

I diversi episodi ci forniscono un quadro allarmante e impietoso dello stato in cui versa il nostro pianeta, la nostra casa. Allarmante (si badi bene) e non allarmistico, perché il tempo di mettere in discussione la realtà del cambiamento globale è finito. Questo è il momento di farci prendere dal panico, perché il cambiamento è già in atto (dove non è già avvenuto) ed è in buona parte irreversibile. Ma prima di gridare alla fine del mondo e scendere in strada a saccheggiare negozi e optare per conversioni religiose dell’ultimo minuto c’è ancora qualcosa che possiamo fare. Anzitutto, iniziare a capire.

Noi siamo il fitoplancton

Per fornire un esempio tangibile, torniamo al fitoplancton di cui sopra. Che rapporto abbiamo con lui? Il fitoplancton, ovvero il plancton vegetale, alimenta il plancton animale che a sua volta è il nutrimento essenziale per i mammiferi marini e i pesci e per gran parte della popolazione mondiale che si nutre di organismi acquatici. Primo collegamento: per vie traverse e non per tutti, il fitoplancton è la pappa. Ma il nostro rapporto con esso non si limita alla nutrizione.
Attraverso la fotosintesi il fitoplancton veicola una grande quantità di carbonio e questa reazione produce ossigeno che va dall’idrosfera all’atmosfera. L’ossigeno che noi respiriamo proviene in egual modo dalle foreste e dal fitoplancton, e questo significa che il 50% dell’ossigeno che respiriamo deriva da questo innesco della vita acquatica. Secondo collegamento: questa volta per tutti, il fitoplancton è l’aria. Ma non è finita qui, perché sempre attraverso la fotosintesi il fitoplancton sottrae anidride carbonica (conosciuta anche con la sua formula chimica, CO2) all’atmosfera; questo importante gas serra ha un ruolo fondamentale nella regolazione della temperatura terrestre ma la sua eccessiva concentrazione è uno dei principali responsabili dell’Effetto-Serra, ovvero il surriscaldamento globale. Terzo collegamento: il fitoplancton è un’arma contro il surriscaldamento, o almeno lo sarebbe se non avessimo passato più di un secolo ad avvelenare l’atmosfera.
Negli ultimi 70 anni il fitoplancton presente negli Oceani è diminuito del 40% e questo a causa dell’aumento della temperatura dell’idrosfera innescato dalle grandi quantità di anidride carbonica immesse nell’aria come risultato delle attività umane (come le industrie, il riscaldamento delle abitazioni e i veicoli alimentati con combustibili fossili). Quarto collegamento, questa volta da noi a lui: stiamo uccidendo il fitoplancton, che è risorsa essenziale per la vita.

Noi siamo la biodiversità

Forse allora è proprio da qui che bisogna ripartire, dalla consapevolezza della profonda interconnessione che ci lega gli uni agli altri, agli esseri viventi tutti e al pianeta che popoliamo. Se non prendiamo coscienza di questa verità elementare non potremo renderci conto degli effetti reali di ciò a cui stiamo assistendo. Il filo conduttore degli episodi di Our Planet è la biodiversità, la ricchezza di forme di vita presenti sulla Terra, che è forza motrice della nostra esistenza. Da essa deriviamo e grazie a essa sussistiamo ed è nostro preciso compito fare tutto il possibile per non minacciarla e per preservarla. Fino ad ora non siamo andati benissimo, visto che stiamo assistendo alla probabile sesta estinzione di massa. Anzi, più che assistendo, causando. Negli ultimi 500 milioni di anni la vita sul pianeta è stata quasi distrutta da cinque estinzioni di massa, causate da: una glaciazione, un impatto con grandi asteroidi, la caduta di un meteorite/un’intensa attività vulcanica, il surriscaldamento globale, un altro meteorite. In concomitanza con questi eventi catastrofici moltissime specie del pianeta si sono estinte. Sembrerebbe quello che sta accadendo oggi, visto che il tasso di estinzione è di circa 100 volte più alto del normale (potendo tener conto solo delle specie che conosciamo). La comunità scientifica non è unanimemente d’accordo sull’ipotesi di una sesta estinzione di massa in tempi brevi, eppure resta piuttosto sconcertante il numero di specie che abbiamo perso e stiamo perdendo. Potremmo essere gli ultimi esseri umani a vedere tartarughe marine, elefanti, tigri e gorilla. Queste specie, e con loro moltissime altre, sono minacciate dall’incontrollata attività dell’uomo e dai cambiamenti climatici che dette attività innescano.
Il pianeta Terra ha circa 4,6 miliardi di anni. L’Homo sapiens è comparso appena 300mila anni fa. Metaforicamente è come se ci presentassimo come ultimi invitati a una festa in una casa bellissima e iniziassimo a dare fuoco alle tende e defecare in salotto. Come minimo inappropriato.

Noi siamo la speranza per il nostro mondo

David Attenbourgh, rispondendo alla domanda sul perché fosse così importante per lui questa docu-serie, ha detto:

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“Oggi siamo diventati la più grande minaccia per la salute della nostra casa, ma possiamo ancora affrontare le sfide e rimediare ai nostri guasti, se agiamo subito. Ma in tutto il mondo le persone devono sapere qual è la posta in gioco, ecco perché ho sposato la causa Our Planet. L’Homo sapiens è una specie in grado di affrontare e risolvere problemi. Ce lo racconta la nostra stessa storia. Ma non ci siamo ancora concretamente impegnati per risolvere questo problema, dedicandogli tutta l’attenzione che richiede. Possiamo creare un mondo con aria e acqua pulite, disponibilità energetica e riserve di cibo sufficienti che ci sosterranno nel futuro”

Our Planet non è una serie che dà risposte o indaga le cause. Capire come tutto questo sia accaduto e soprattutto come poter rimediare è compito nostro. Informarci sulle modalità di produzione dei beni di consumo, sull’impatto ambientale della nostra alimentazione, sulle misure di prevenzione che sono state adottate ma ancor di più su chi non ha voluto adottarle è un dovere che abbiamo bisogno di sentire come personale e collettivo. Questa serie documentaristica ci fornisce un input, mostrandoci cosa sta accadendo ai vari ambienti del nostro pianeta e agli animali che li popolano. Non è stato il primo, non è stato il più clamoroso, non è stato il più dettagliato. Ma, questo è il suo grande merito, ci dà modo di vedere con occhi diversi la trama che ci unisce a questa nostra bellissima casa. Una casa che, suonerà lapalissiano e magari stucchevole, è l’unica che abbiamo.

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