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India: perché una nuova legge che incrimina il “divorzio immediato” musulmano ha diviso le femministe

India: perché una nuova legge che incrimina il “divorzio immediato” musulmano ha diviso le femministe

Alla fine di luglio, il parlamento indiano ha varato una legge che rende illegale per gli uomini musulmani divorziare dalla moglie pronunciando la parola “talaq” tre volte. La scelta è stata al centro di un acceso dibattito.

La legge chiamata “Muslim Women (Protection of Rights on Marriage) Act” (“Atto delle Donne Musulmane – Protezione dei Diritti Matrimoniali”, NdT) era già stata oggetto di diverse dispute legali da parte di organizzazioni religiose musulmane, che vedono la legge come sproporzionata e come mossa politica contro le minoranze.

Ma la legge ha anche diviso le opinioni tra le organizzazioni indiane di donne – e di gruppi di donne musulmane in particolare.

Questa legge è il risultato finale di un caso di alto profilo archiviato in tribunale nel 2016, il caso riguardante Shayara Bano, una donna musulmana caduta vittima di un “talaq-i-biddat” o “triplo talaq”.

Fino ad allora, il diritto del marito di divorziare unilateralmente e istantaneamente dalla propria moglie semplicemente ripetendo “talaq” (ripudio) tre volte, era parte di un atto riconosciuto dalla legge. In una precedente sentenza del 2017, la Corte Suprema indiana aveva dichiarato non validi e incostituzionali i “talaq-i-biddat” e aveva dato istruzioni al governo di legiferare in proposito.

Dopo una lunga serie di discussioni, la proposta del governo è passata a entrambe le camere del Parlamento indiano, spinta dalla presa di posizione ferrea del partito in carica Bharatiya Janata Party a seguito delle elezioni vinte nel 2019.

Opinioni divise

La legge però è molto controversa, perché criminalizza la pratica del “triplo talaq”, piuttosto che pronunciare non valido un divorzio così ottenuto. Significa che ogni marito che fa il talaq – che sia a voce, per iscritto o digitalmente – può essere sottoposto a multe e a reclusione fino a tre anni. Gli arresti possono essere fatti senza un mandato e la cauzione data solamente a discrezione di un magistrato. Ha anche valore retroattivo al settembre 2018, quindi le trasgressioni precedenti fino a questa data possono ancora essere denunciate alla polizia.

La nuova legge, dicono i critici, ha consapevolmente imposto punizioni per la sola pronuncia di parole che, dalla sentenza della Corte Suprema, non hanno comunque significato legale. Gli oppositori vedono tutto questo come una scorrettezza politica, accusando il governo di portare avanti un programma anti-musulmano. Piuttosto che proteggere le donne, affermano, la principale intenzione del governo è rendere gli uomini musulmani esposti al rischio di arresti.

Ma alcune delle più acute divergenze di opinione sono quelle tra le molte organizzazioni indiane a favore dei diritti delle donne musulmane. Ci sono sempre state delle lievi differenze tra queste associazioni, ma questa legge le ha accentuate ancora di più.

Nel 2016-17, due gruppi femministi musulmani facilitarono l’abolizione del talaq-i-biddat, costituendosi parte civile nel caso che era in corso in tribunale. Una delle organizzazioni era la Bebaak Collective, una nota coalizione guidata da Hasina Khan. L’altra era la Bharatiya Muslim Mahila Andolan (BMMA), un’organizzazione nazionale di donne musulmane. Entrambe pretendevano l’abolizione del “triplo talaq ed entrambe avevano accolto favorevolmente la sentenza che lo privava di valore.

Da quel momento in poi, tuttavia, i loro approcci si sono allontanati.

Il collettivo Beebak, assieme ad altri attivisti, a fine luglio ha firmato una petizione che condannava la nuova legge per aver introdotto punizioni per i mariti. Il collettivo riporta che piuttosto che dare potere alle donne, questa legge le renderebbe vulnerabili in altri modi. Se l’ex-marito venisse messo in carcere, non potrebbe pagare gli alimenti post-divorzio, lasciando così moglie e figli in condizioni di instabilità economica. A loro volta, le donne potrebbero essere lasciate alla mercé delle famiglie allargate ostili e rancorose. Dubbiosi delle ragioni del governo, il collettivo e gli attivisti hanno dichiarato la legge “non pro-donne, ma anti-minoranze”.

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Dalla parte opposta, il BMMA ha accolto la legge positivamente, affermando che le misure di criminalizzazione da sole possono far cessare i talaq-i-biddat. I responsabili di BMMA sono convinti che la loro prospettiva sia informata dalla loro esperienza quotidiana con la società civile, nel guidare le donne musulmane nei procedimenti legali. Affermano anche che in questi ultimi due anni, da quando il “triplo talaq” è stato dichiarato non valido, dozzine di vittime recenti si sono comunque fatte avanti per chiedere aiuto in questi casi. Alcuni mariti, che si dichiarano soggetti alle leggi della Shari’ah, e non a quelle dei tribunali, hanno comunque continuato a usare questa pratica. E le donne più vulnerabili e meno informate non sono state in grado di fare niente al riguardo. I giornali continuano anche a raccontare di infrazioni alla sentenza della corte dal 2017.

Affinché una legge diventi un vero deterrente, dicono i leader di BMMA, deve comportare sanzioni. Fanno notare che altre questioni di leggi personali, quali il non pagare il mantenimento dopo il divorzio, già includono penali, a prescindere dalla comunità religiosa, e che il talaq-i-biddat è già criminalizzato in più di 20 Paesi a maggioranza musulmana.

Reclami in arrivo

La posizione di BMMA ha suscitato varie critiche dagli oppositori. Durante il mio recente studio sui diritti delle donne musulmane in India, due attiviste BMMA mi hanno detto che la sostanza della legge non dovrebbe essere confusa con il governo che l’ha implementata. Hanno accusato le femministe liberali, che semplicemente “mettono le loro opinioni su Facebook” e non vedono il trauma giornaliero di donne comuni, di avere scopi politici. “Metto in discussione il loro femminismo”, mi ha detto una persona, aggiungendo che le femministe liberali “non hanno raggiunto nessun traguardo per le donne musulmane” in decine di anni.

Lo staff di uno degli uffici di BMMA in Mumbai mi ha detto a fine agosto, che da quando l’Atto è passato, cinque donne si sono già rivolte a loro per dei consigli per capire come appellarsi alla nuova legge, in caso di bisogno. Tutte pensano di presentare istanze retroattive contro i propri ex-mariti, per avere usato il talaq-i-biddat.
È probabile che questi numeri siano solo una minima parte delle donne che potrebbero utilizzare questa nuova legge per rimediare ai precedenti abusi.

Le donne musulmane comuni spesso vengono ignorate nei dibattiti d’élite, afferma BMMA, ma potrebbero sentirsi riconosciute grazie a questa legge. Rimuovendo la minaccia costante di divorzio immediato, questo atto potrebbe dare potere alle donne e incoraggiarle ad agire contro le minacce dei mariti. Per i sostenitori di questa legge, anche se non per tutti, questa possibilità ha la precedenza sulle dispute riguardo alle sue origini e intenzioni.

Fonte
Magazine: The Conversation UK
Articolo: India: why a new law criminalising Muslim ‘instant divorce’ has divided feminists
Autore: Justin Jones
Data: 3 settembre 2019
Traduzione a cura di: Caterina Fantacci
Immagine di copertina: The Conversation UK

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