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Instagram, uno strumento di rivoluzione femminista o di depoliticizzazione delle lotte?

Instagram, uno strumento di rivoluzione femminista o di depoliticizzazione delle lotte?

Riuscendo ad appropriarsi in maniera efficace di questa piattaforma, il femminismo raggiunge un pubblico diverso, spesso più giovane. L’obiettivo: dare visibilità alle lotte e rendere il femminismo accessibile a tuttə! Tuttavia, in quanto social network basato sulle immagini, Instagram detta le sue regole e dà un’importanza predominante all’influenza e all’estetica visiva. Rischiando di depoliticizzare le rivendicazioni?

Rivendicazioni Instagrammabili

“L’attivismo online è comunque attivismo”, afferma Anna Toumazoff, creatrice dell’account @memespourcoolkidsfeministes, in un video girato per Libération nell’aprile 2020. Ma è possibile cambiare il mondo con gli hashtag? Il confine tra giornalismo e attivismo sta diventando sempre più labile, gli account si occupano sia di fare informazione che di denunciare, conducendo le proprie indagini: ad esempio, per lottare contro la violenza sessuale e sessista, l’associazione Nous Toutes ha iniziato a segnalare il conteggio dei femminicidi e sta interpellando direttamente il governo. Le immagini sono per lo più testi brevi e d’impatto, il che li rende facili da condividere nelle storie, rendendoli virali e incoraggiando tuttə ad agire.

Con poche risorse, ma molto lavoro, le femministe hanno pubblicato contenuti impegnati e sempre più politicizzati, incoraggiando la liberazione della parola (e soprattutto dell’ascolto). Le voci dellə attivistə che non trovano una rappresentazione nei media tradizionali stanno trovando spazio, così come quelle delle persone appartenenti a minoranze escluse dai media e dal processo editoriale, tra cui persone razzializzate, con disabilità e appartenenti alla comunità LGBTQIA+, come spiega Alice Coffin nel suo libro Le Génie Lesbien. Per farlo, affronta la questione dello sguardo maschile e rimette in discussione il principio della neutralità giornalistica, un concetto illusorio: “Dovevo stare costantemente in guardia, mascherando un’angolazione che potesse essere considerata troppo femminista. È assurdo doversi scusare di essere un’attivista, dover rinunciare, per essere accettata in azienda, al fatto di essere una persona impegnata a combattere certe ingiustizie. Questo dovrebbe essere celebrato e valorizzato.”

Lə attivistə online mettono in evidenza le questioni femministe proponendosi come spazi di informazione, creazione, testimonianze, ispirazione e scambio. Certi account denunciano comportamenti discriminatori o molesti, sul lavoro o per strada, raccogliendo le testimonianze delle vittime (@TesBonneJteBaise, @BalanceTaStartUp…). Alcunə creator si impegnano a eliminare il tabù su temi come le mestruazioni, la sessualità e la precarietà mestruale (@Ca_va_saigner, @Irenevrose, @JeMenBatsLeClito…). Altrə ancora utilizzano immagini per rappresentare e normalizzare corpi che vanno contro gli standard imposti dalla società (ed egemonizzati su Instagram) e parlano di auto-accettazione, del movimento body positive o body neutrality (@TheGingerChloé, @Gigilust, @StopGrossophobia…).

Non abbiamo dovuto aspettare i social network per capire che i numeri fanno la forza: l’attivismo su Instagram risponde all’esigenza di creare una comunità e proporre visioni alternative, dando voce alle persone escluse dai circoli del potere. Tuttavia, Shérazade, la creatrice dell’account @StopGrossophobie, che abbiamo intervistato, precisa: “Ho creato Stop Grossophobie perché non mi riconoscevo negli account francesi in cui si vedevano solo persone grasse accettabili, con una figura a clessidra o a 8, con grasso ben distribuito, persone bianche, grasse ma in buona salute. Inoltre, sono stata la prima a segnalare un messaggio grassofobico che Instagram mostrava quando si utilizzava l’hashtag #fat e a lanciare un allarme su questo tema sulla piattaforma. Ciò è stato riferito ad altrə influencer più notə che hanno affrontato a loro volta la questione e, di conseguenza, sono stata invisibilizzata nella storia. È il colmo – creare un account contro l’invisibilizzazione e poi essere invisibilizzata.

Tuttavia, per diffondere il proprio messaggio, è necessario rispettare le regole. In un mondo di immagini accattivanti e di realtà fantasticate, Instagram è soprattutto una piattaforma dove le persone cercano divertimento e non si è mai dimostrato uno strumento alleato del femminismo, e questo spesso si traduce nella censura casuale di foto di nudo ritenute non conformi, o addirittura nello shadowban (un dispositivo che impedisce a follower e non follower di vedere i vostri post nel loro feed di notizie o tramite gli hashtag). Nel febbraio 2021, cinque femministe hanno lanciato un’azione collettiva: @Mécréantes, @Prépare_vous_pour_la_bagarre, @PayeTaSchnek, @Apauliner e @OlympeRev. Hanno portato il caso alla Défenseure des droits per denunciare il trattamento discriminatorio della piattaforma nella moderazione dei contenuti, mentre i commenti maschilisti e le ondate di molestie continuano a crescere. Ogni giorno porta con sé la prova che le lotte sociali su Instagram vengono ostacolate: se l’attivismo su questa piattaforma implica la censura, usarla per sperare di ottenere un cambiamento non può non suscitare domande.

Una lotta controcorrente?

Per raggiungere un vasto pubblico è necessaria una comunicazione efficace. Alcune persone saranno più avvantaggiate perché hanno una conoscenza grafica dei colori e del layout, che permette loro di catturare l’attenzione del pubblico in modo più efficace. Il mondo della pubblicità lo sa e ha trasposto i suoi codici su Instagram: a poco a poco si sono diffuse partnership a pagamento e post sponsorizzati. La professione di influencer ha fatto la sua comparsa, offrendo un’infinità di nuove tecniche di vendita per molte aziende che in questo modo si assicurano l’accesso a un pubblico giovane che sta scoprendo i grandi temi contemporanei. Se le strategie dell’attivismo si stanno evolvendo in meglio, lo stesso vale per quelle dei suoi avversari: le sfere contro cui le femministe combattono ora padroneggiano le loro stesse armi. Tutte queste aziende hanno capito che ə utenti sono sensibili ai temi sociali e politici e hanno quindi scelto quali personaggi utilizzare come protagonisti delle loro strategie di comunicazione.

Ad esempio, Nike, che è uno dei tre marchi più seguiti su Instagram, si è efficacemente rebrandizzata facendo apparire sul proprio account giovani donne razzializzate, sostenendo l’inclusività e il progressismo. Tuttavia, se è vero che la rappresentazione mediatica è necessaria per l’emancipazione di un gruppo sociale, può davvero soddisfarci se proviene da grandi aziende capitalistiche? In effetti, l’immagine di portavoce delle lotte sociali che il marchio si è creato su Instagram non è altro che una facciata. Marie-Hélène Hérouart, giornalista di France Inter, ha scritto nel febbraio 2021: “Quasi sette milioni di paia di scarpe sono state prodotte da centinaia di uiguri, costretti a lavorare in una fabbrica Nike”, mettendo in guardia lə utenti di Internet sulla realtà che si cela dietro l’immagine del marchio. Dove sono i valori dell’antirazzismo e del femminismo quando si tratta dello sfruttamento delle donne in Asia? Spesso brandita come uno scudo, questa facciata di impegno riesce spesso a far passare in secondo piano tutte le questioni etiche che si pongono oggi. Se Instagram permette a uno dei maggiori gruppi responsabili della schiavitù moderna di lucidare la propria immagine, come possiamo aspettarci che sia un alleato nelle nostre lotte?

Se i termini “feminism-washing” e “femvertising” sono sempre più utilizzati, è perché riflettono una realtà che moltə denunciano. Questi due neologismi mirano direttamente a criticare questo divario tra discorso e azione: designano “una pratica pubblicitaria in cui i marchi veicolano messaggi considerati femministi attraverso le loro campagne pubblicitarie”. Questo principio è illustrato anche in ambiti esterni ai social network, come denuncia Léa Lejeune, autrice del libro “Féminisme washing”. L’autrice sottolinea l’interesse di questi marchi per le questioni sociali e politiche: “Il 58% deə francesi si dichiara femminista, il 77% tra le donne molto giovani”. Cita anche l’esistenza della famosa t-shirt Dior, con lo slogan “Dovremmo essere tutti femministi”, venduta a 620 euro… Si possono trovare altre creazioni del marchio con gli slogan ” Sisterhood is powerful” o “The future is female”. Il principio del feminism-washing è quindi palese, poiché questi propositi politici usati come tecnica di marketing sono privi di una reale comprensione dei problemi. Durante la sfilata, le modelle che indossavano queste creazioni erano tutte magre, con corpi conformi e prevalentemente bianche. “The future is white female” sarebbe stato sicuramente uno slogan più vicino al piccolo cambiamento che Dior sta offrendo.

Le piattaforme come Instagram, che danno libero accesso ai contenuti e alle competenze del femminismo, hanno gradualmente reso popolari queste conoscenze, soprattutto tra il pubblico più giovane. È ormai comune vedere contenuti politici tra le foto delle vacanze o delle storie attiviste appuntate su un profilo. Mentre il modo in cui le persone si presentano su Instagram è sempre più politico, l’impegno che le motiva rimane discutibile. Sebbene raramente si vedano donne senza fissa dimora, la campagna di prevenzione della influencer Mybetterself e della società di mutua assicurazione Nutuus nel dicembre 2020 ha messo in evidenza il problema. Condividendo una foto sul suo account Instagram, un assorbente è stato offerto a una donna in condizioni precarie. Il principio della donazione è stato qui abilmente rivisitato, ma solo in cambio di una pubblicità. E se guardiamo la foto in questione, non è altro che l’influencer in reggiseno, con una corona di assorbenti in testa e dei soldi in mano. La sensibilizzazione di massa non diventa forse un pretesto per accrescere il proprio consenso, perdendo così la possibilità di una reale comprensione dei problemi? Questa domanda, sollevata da moltə utenti di Internet, rimane al centro delle discussioni sul divario tra ciò che è considerato attivismo “reale” (sul campo) e l’attivismo online.

Nel tentativo di informarsi politicamente su Instagram, può risultare complicato fare una cernita di tutti i contenuti a cui si è esposti: questo è particolarmente vero perché è difficile giudicare un’azione in sé, sia che provenga da un’azienda come Nike sia che provenga da influencer. Forse sarebbe più importante giudicare la coerenza complessiva degli impegni di un marchio o di una persona piuttosto che una semplice pubblicazione “attivista” pubblicata l’8 marzo… Le lotte sociali online raggiungono i loro limiti quando vengono recuperate dal capitalismo.

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Un equilibrio da trovare

L’attivismo online è spesso visto come sub-attivismo rispetto all’attivismo di base. Sherazade di @StopGrossophobia spiega: “Per moltə l’attivismo sui social network non è vero attivismo, il nostro lavoro viene regolarmente denigrato. Non dobbiamo cedere alla tentazione di opporre l’attivismo online a quello nella vita reale: ognuno trova la forma di attivismo che più gli si addice e in cui si sente a proprio agio e al sicuro, l’una non esclude l’altra. Combinare le due cose ci renderà più produttivi nel nostro attivismo.

Cosa fa l’attivismo dei social network nel mondo reale? Permette anche alle persone che si sentono escluse o che non hanno la possibilità di protestare in altri modi di agire e far sentire la propria voce: le persone con disabilità, quelle che vivono lontano dai luoghi di protesta, quelle che non possono viaggiare (gli eventi si tengono per lo più a Parigi), quelle che non hanno i mezzi finanziari o quelle che non possono dedicare del tempo. Per Shérazade, la mobilitazione online è molto importante: “Come donna grassa, razzializzata, malata e disabile, non vado alle manifestazioni. Quando ero giovane e in salute ci andavo, ma mi sentivo esclusa da questa forma di attivismo. Oggi, anche se in buona salute, a causa del razzismo e della violenza della polizia, non andrei alle manifestazioni…”. Per Shérazade, non andare alle manifestazioni è un modo per proteggersi dagli attacchi (di cui è già bersaglio online). L’attivismo non consiste solo nel far parte delle marce, ma significa anche fare educazione popolare, essere la voce delle persone coinvolte.

Con la liberazione della parola e dell’ascolto e i vari contenuti informativi ed educativi, si sarebbe potuto pensare che Instagram fosse diventato un social network a sostegno delle lotte femministe. Ma non è così: impegnandosi online, le femministe sono molto esposte a commenti misogini e pieni di odio, nonché a molestie, spesso con minacce di morte. Shérazade cita regolari incursioni maschiliste, tra cui una importante nell’aprile 2021 con 150 troll di Jeuxvideo.com, ma anche attacchi di bot (la prima volta diverse migliaia e la seconda diverse centinaia). Questi attacchi mirano a chiudere il suo account, in altre parole a cancellare la sua parola e a continuare a renderla invisibile. Cosa sta facendo Instagram contro il cyberbullismo? Non molto, come spiega Léane di @Mécréantes in un post sul blog di Patreon: “Ho lanciato un allarme, ma niente, i miei messaggi sono rimasti inascoltati, la piattaforma non ci protegge”.

Inoltre, la costante esposizione a immagini e informazioni sulla violenza e la difficoltà di non essere coinvoltə al 100% negli impegni deə attivistə possono portare al burnout dellə stessə, un fenomeno che ha iniziato a emergere di recente e che sta colpendo moltə attivistə. A livello individuale o come gruppo di lotta, sta crescendo l’importanza di mettere in discussione la nostra capacità di fare la differenza attraverso i social network. Quali sono le possibilità per ə creator di combattere la censura e le molestie? E possono aspettarsi di essere pagatə per il loro lavoro? ə attivistə online mettono in guardia su questo problema: “C’è una tendenza a pensare che le donne debbano creare contenuti gratuiti, ed è ancora peggio per le donne razzializzate”, dice Sherazade. Per trovare soluzioni, la maggior parte si sta rivolgendo ad altre piattaforme senza abbandonare del tutto Instagram: Patreon per offrire contenuti a pagamento indipendenti da un algoritmo, Twitch per live con strumenti di moderazione più efficaci, enfatizzando un’immediatezza che piace al pubblico e allə creator perché incoraggia l’interazione diretta. Se l’attivismo online ha un futuro brillante davanti a sé, spinto da questi nuovi modi di interagire e dalla possibilità di trovare una remunerazione economica, Instagram ha molto di cui preoccuparsi, essendo sempre più sommerso dalle esigenze dellə suə utenti.

Fonte
Magazine: Les Ourses à plumes
Articolo: INSTAGRAM, UN OUTIL POUR LA RÉVOLUTION FÉMINISTE OU DE DÉPOLITISATION DES LUTTES ?
Scritto da: oursesaplumes
Data: 21 settembre 2022
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: Unsplash
Immagine in anteprima: freepik

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