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Intervista al curatore di The Ballad of Sexual Dependency, il diario di Nan Goldin
Dark Light

Intervista al curatore di The Ballad of Sexual Dependency, il diario di Nan Goldin

Valeria Lucia Passoni

Nan Goldin, all’anagrafe Nancy Goldin, è una fotografa statunitense che si è avvicinata alla fotografia a fine anni Settanta.

I suoi scatti ritraggono episodi di vita quotidiana, raccontano la sua famiglia, le serate trasgressive a New York – la città dove viveva quando prese per la prima volta in mano la macchina fotografica –, la solitudine, la città e il suo sottosuolo, i club che ha frequentato, la dipendenza da alcol e droga, l’amore. 

Ha immortalato persone comuni, i suoi amici, la sofferenza della malattia, se stessa, amanti, drag queen, scene di edonismo, lussuria e morte, la violenza domestica, corpi poco coperti o completamente nudi, corpi piegati dall’Aids.

Femminista, attivista – è stata lei nel 1989 ad organizzare la prima grande mostra sull’Aids a New York –, ritrae senza filtri, senza badare alla forma, con un approccio personale, sfacciato, intimo, crudo e trasgressivo, storie di vite comuni in cui è possibile riconoscersi, ritrovarsi.
La sua arte, è puro realismo che empatizza con l’osservatore, un disarmante pugno nello stomaco, un inno alla realtà senza troppi fiocchi e manipolazioni. È stata da molti criticata, tacciata di voyeurismo, considerata scandalosa e la sua arte giudicata solo come foto ritraenti la vita quotidiana senza alcun valore artistico.

Oggi Nan Goldin è un simbolo nell’arte: le sue opere un modello di riferimento e lei una delle star indiscusse della fotografia mondiale.
Ha pubblicato diversi libri, collaborato con molti artisti in tutto il mondo.

The Ballad of Sexual Dependency è la sua opera più famosa, nonché capolavoro e pietra miliare della fotografia contemporanea. Un diario visivo autobiografico e universale, un susseguirsi di immagini che in un modo intimo e corale raccontano i temi cari a Nan: la vita, la fragilità degli esseri umani in tensione continua tra l’individualità e il bisogno di relazione, la trasgressione, la dipendenza, gli affetti.

Visitabile da settembre a novembre scorso, è stata la prima mostra-evento promossa dal Museo di Fotografia Contemporanea presso La Triennale di Milano, un work in progress avviato agli inizi degli anni Ottanta dalla Goldin e da lei continuamente ampliato e aggiornato: un’opera composta da circa 700 scatti a colori montati in sequenza filmica, per una durata di circa 45 minuti, accompagnate da una colonna sonora che spazia dal punk all’opera, proiettate ogni ora su una scenografia ad anfiteatro, precedute da una breve introduzione alla mostra.

François Hébel, curatore di The Ballad of Sexual Dependency, è un direttore artistico francese, produttore, curatore di numerose esposizioni, libri, iniziative didattiche, slide e spettacoli dal vivo nei cinque continenti.

Ha diretto le gallerie dei negozi Fnac (1983-85), il festival di fotografia Les Rencontres d’Arles (1986, 1987 e 2001-14), il Magnum Photos Paris e International (dal 1987 al 2000).

Tra il 2000 e il 2001 è stato vicepresidente dell’agenzia fotografica Corbis (2000-01) e co-fondatore di Photo Spring a Pechino nel periodo 2010-2013. Dal 2013 è direttore artistico/co-fondatore della Biennale Foto/Industria di Bologna.

Abbiamo avuto modo di fargli qualche domanda sull’opera della Goldin.

 

Come si sceglie di lavorare con un artista? E, nel caso specifico, come ha deciso di lavorare con Nan Goldin?

Passo giornate a dire “no” a progetti, ma certe volte arriva una sorpresa che non posso lasciarmi scappare e alla quale sono io a chiedere per favore di lavorare insieme.

Quando ha iniziato, la Goldin è stata profondamente criticata per il suo operato, sia perché la sua non era considerata arte, sia per il suo essere donna e ritrarre soggetti non convenzionali.
Oggi è ancora considerato scabroso che una donna mostri corpi nudi, sfatti, che ritragga drag queen, si occupi di tematiche quali il sesso, l’omosessualità, la prostituzione, la droga, e peraltro che lo faccia in una maniera cruda, sfacciata e diretta?

Sicuramente ci sono parecchi luoghi nel mondo dove non è accettabile ancora oggi. Ma questo lavoro supera lo scandalo, lascia emergere la poesia, la propria originalità: una forza che fa sì che, anche in un paese dove oggi è socialmente accettato vedere immagini di questa natura, l’opera mantenga la sua potenza straniante.

Qual è lo scatto di The Ballad che più degli altri rappresenta la tensione sessuale, il senso di dipendenza dalle relazioni sentimentali, la trasgressione, che pervadono tutta la mostra?

La tensione crescente della proiezione, molti elementi, le foto scattate in movimento, il fuori fuoco, le luce approssimativa, il ritmo della proiezione e della colonna sonora.

 

Mi è capitato di leggere e sentire da più parti l’aggettivo “scandalosa” associato – vuoi per provocazione, vuoi per convinzione – alla fotografia di Nan Goldin, che è stata, peraltro, una delle precorritrici del raccontare e documentare momenti più intimi della vita privata. Cosa che oggi facciamo in continuazione con un uso e abuso dei nostri telefonini e dei social network. Con la differenza che più che raccontare effettivamente cosa succede nelle nostre vite, la modifichiamo affinché appaia il più interessante e perfetta possibile.

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È così faticoso accettare di guardare la realtà senza filtri, rassegnandosi ad osservarla per quello che è, e di conseguenza accettare non solo che abbia diverse sfaccettature non sempre piacevoli, talvolta tristi, e che l’opera della Goldin non sia provocazione ma semplicemente puro realismo, la rappresentazione disarmante di ciò che accade nella vita quotidiana di tutti, a partire dal proprio corpo nudo allo specchio al termine di un rapporto sessuale, fino a quello di uno dei nostri cari intubato in ospedale?
Io non penso sia faticoso, ma che la fotografia sia un linguaggio giovane e che certe esperienze non fossero ancora state sperimentate prima che artiste come lei, dalla sensibilità superiore alla media, aprissero nuovi orizzonti.

In cosa e come Nan Goldin ha rivoluzionato la fotografia?

Il soggetto e poi la sua stessa materialità plasmata dal colore. Il dispositivo espositivo, cioè l’utilizzo della proiezione associata alla musica e, in assoluto, la scelta di non concentrare il messaggio in una foto sintetica, ma distribuirlo su una sequenza.

Nan Goldin è femminista e attivista. Le sue opere trasudano di una profonda sensibilità umana.

Quanto gli ideali e la personalità di un’artista influenzano non tanto il successo, ma la “potenza” di una fotografia, ancor più della tecnica con la quale è scattata?
La sensibilità molto differente di Nan è sempre stata una grande fonte di difficoltà per lei. Il suo è un animo molto generoso, ma che lascia trapelare un dolore profondo.

Per quale motivo, secondo Lei, The Ballad of Sexual Dependency è probabilmente l’opera forse più conosciuta e richiesta nelle mostre della Goldin?

L’empatia. Ognuno di noi riconosce la vita, gli affetti e le amicizie che nella sfrenatezza della gioventù si fanno famiglia, l’intimità di un diario dell’esistenza.
Ci sono poi anche altri lavori specifici, e mi riferisco a quelli dedicati alla sorella che hanno altrettanta potenza.

Qual è lo scatto di The Ballad a cui Lei è più affezionato?

La Ballad stessa.

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