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In the Image of God: intervista a Bianca Rondolino
Dark Light

In the Image of God: intervista a Bianca Rondolino

Attilio Palmieri

Il cinema italiano è spesso trattato come una cosa informe e vaga, un’idea abbastanza monolitica. Questo è dovuto al fatto che a livello mainstream i produttori sono sempre gli stessi, così come i volti e, a seconda del tipo di cinema (da quello “d’autore” a quello “commerciale”), anche i registi sono i soliti – il maschile non è casuale – così come solite sono le storie da raccontare.

Pochə sanno però che, per fortuna, fuori dal circuito mainstream il cinema italiano è da anni estremamente vitale, animato da tante giovani persone piene di talento che sperimentano sia sul linguaggio che sui temi. Una schiera di talenti che provano a raccontare storie che si discostano dall’usurato schema del quarantenne che si guarda alle spalle o della famiglia borghese romana, inserendo nei racconti esperienze autentiche, vicende di persone appartenenti a categorie marginalizzate e sguardi innovativi che allacciano legami con le produzioni statunitensi.

Una di queste autrici è Bianca Rondolino, che ha esordito al Torino Film Festival pochi mesi fa con il suo In the Image of God. Si tratta del film ideale per coloro a cui interessano le storie queer con al centro personaggi che raramente si vedono sullo schermo.

Al centro del cortometraggio c’è la storia di Levi, un rabbino di Los Angeles nato intersex che racconta la propria esperienza, le operazioni chirurgiche definite “normalizzanti” a cui è stato costretto e tutte le pressioni e le oppressioni a cui la nostra società binaria e i suoi stereotipi l’hanno sottoposto. In the Image of God ha anche il grande merito di raccontare una storia di liberazione e autodeterminazione in maniera intelligente e – per quanto possibile – serena, distanziandosi radicalmente dalla pornografia del dolore in cui spesso finiscono le storie queer, offrendo così un’esperienza completa, pacificata e dal fondamentale carattere informativo.

Abbiamo incontrato la regista del film Bianca Rondolino e le abbiamo fatto alcune domande.

Come è nato il progetto di In the Image of God?

Ero a Los Angeles e volevo fare un corto che esplorasse il tema dell’identità di genere. Ho conosciuto Levi tramite un gruppo online durante le mie ricerche…e ho pensato che avesse la storia più affascinante che avessi mai sentito.

Nel fare ricerca per il tuo film quali sono state le scoperte più sorprendenti?

Sicuramente la cosa più significativa che ho scoperto, e di cui non avevo idea, è la violazione dei diritti umani, in particolare del diritto all’integrità fisica, che le persone intersessuali subiscono fin dalla nascita in tutto il mondo. Le persone intersessuali sono più dell’1% della popolazione mondiale e vengono operate alla nascita (e nel corso della loro vita) senza il loro consenso e senza nessuna necessità medica, pur di farle conformare a “uno dei due generi”. Scoprirlo mi ha fatto capire quanto sia radicata dentro di noi la visione binaria del genere. La condizione delle persone intersessuali mostra in modo esemplare quanto questa visione sia falsa e violenta.

Cosa porti a casa dell’esperienza al Torino Film Festival?

Sono molto grata di aver partecipato all’ultima edizione del Torino Film Festival. Ovviamente mi è mancato l’aspetto fisico dell’evento, ma il Festival online ha dato la possibilità di vedere i film selezionati a tantissime persone che altrimenti non l’avrebbero fatto. Nel caso del mio corto, sono molto felice che sia stato accessibile a molte persone della comunità LGBTQI+. Abbiamo bisogno di rappresentazione e di vedere le nostre storie raccontate sul grande e piccolo schermo.

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Cosa pensi dell’etichetta di artista queer? La sentiresti più come una gabbia o più come una cosa da rivendicare con orgoglio?

Non la sento per niente come una gabbia. So che molte persone della comunità LGBTQI+ ci si sentono strette – e ne hanno il diritto. Nel mio caso è una definizione che rivendico con piacere perché è un aspetto importante della mia identità e perché, soprattutto nel caso di questo corto, ha avuto una grande influenza. Definirmi “regista queer” è per me anche un gesto di liberazione personale e spero, nel mio piccolo, possa aiutare altre persone della comunità a sentirsi allo stesso modo.

Quali sono le figure artistiche a cui ti ispiri maggiormente?

Sicuramente Joey Soloway. Come artista e regista ha avuto un’enorme influenza sia nel mio percorso personale sia in quello artistico. Consiglio a tuttə di vedere Transparent e I Love Dick – due serie illuminanti e rivoluzionarie. Anche Patti Smith ha avuto un grande ruolo nella mia formazione, in particolare la sua filosofia punk, la sua devozione verso l’arte e il suo atteggiamento nei confronti del successo. Nel mondo del cinema, le mie registe preferite del momento sono Radha Blank, Nanfu Wang e Alison Klayman.

Che tipo di storie queer vorresti vedere al cinema e in tv?

Qualsiasi tipo! Il problema della rappresentazione queer è non solo la scarsità ma anche la mancanza di diversità. Vorrei vedere personaggi queer che hanno altre caratteristiche oltre quelle stereotipate e spesso omofobe che abbiamo visto finora. Soprattutto, vorrei delle storie queer a lieto fine in cui l’appartenenza alla comunità LGBTQI+ non è problematizzata.

Puoi raccontarci qualcosa sui tuoi progetti futuri?

La storia a cui sto lavorando è una storia LGBTQI+ italiana, in particolare sto esplorando la comunità degli anni ’90 a Roma. Nel nostro Paese c’è un’enorme ricchezza di storie LGBTQI+ che non vengono raccontate, e per questo moltissime persone queer oggi si sentono isolate e hanno soltanto riferimenti anglosassoni. A volte il mondo anglosassone è “più avanti” di noi, ma questa percezione viene alimentata enormemente dal fatto che non conosciamo la nostra storia.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Bianca Rondolino e Ambra Garlaschelli

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