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“Io e Lei“: una coppia normale. Forse troppo.

Io e Lei“: una coppia normale. Forse troppo.

di Maria Sara Cetraro

Talmente “normali” da farti dimenticare che sono omosessuali. Detta così, può sembrare una battuta di cattivo gusto o un paradosso, visto che proprio la normalità – almeno nelle intenzioni degli sceneggiatori – voleva essere la cifra distintiva del film “Io e Lei” di Maria Sole Tognazzi, presentato lo scorso 25 settembre al Cinema Fiamma di Roma.
Intendiamoci subito: la mia opinione sul film non sarà una critica al fatto che una coppia omosessuale sia mostrata nella sua normalità mentre in realtà tanto normale non è (lungi da me quest’idea!), ma al fatto che questa benedetta normalità si riduca a nient’altro che banalità.

Ma procediamo con ordine…

Una trama semplice, lineare e forse anche un po’ prevedibile: Federica e Marina sono due donne adulte che da cinque anni vivono insieme; l’una architetto, l’altra ristoratrice con un passato da attrice, la loro relazione prende le mosse da esperienze di vita diverse perché, mentre Marina ha da sempre riconosciuto e accettato la sua omosessualità, Federica “non era mai stata lesbica” prima di incontrare la sua compagna; per giunta, Federica ha già alle spalle un matrimonio e un figlio 24enne, con il quale mantiene un rapporto non privo di incomprensioni.
La ricomparsa di Marco – un oculista conosciuto pochi anni prima in vacanza – mette in crisi la convinzione di Federica rispetto al suo rapporto con Marina, soprattutto per il risvolto sociale che esso porta con sé; la riservatezza e un certo senso di pudore, infatti, inducono la più “debole” delle due a nascondere l’entità della sua relazione amorosa, nel tentativo di fugare fastidiose curiosità e indelicate invadenze.
L’equilibrio di una vita normale – fatta di discussioni, complicità e ironia, liste della spesa, arredamento della casa, coccole al gatto e cene davanti alla tv mentre va in onda la serie preferita – viene spezzato, così, dalla presenza di un intruso, che non soltanto gioca il ruolo dell’amante, ma ne complica i contorni per il “semplice” fatto di essere maschio.

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Lo sviluppo della vicenda porta lo spettatore a calarsi un po’ nei panni della donna tradita e di quella che prova a ricostruirsi un’identità, ma senza dargli il tempo di andare in profondità nella psicologia e nelle dinamiche interiori dei singoli personaggi.

L’impressione che si ha guardando la pellicola è che i personaggi interpretati da Margherita Buy (Federica) e Sabrina Ferilli (Marina) non siano poi tanto distanti dai ruoli con i quali siamo abituati a identificare le due attrici. La questione del loro orientamento sessuale, a conti fatti, emerge poco se non fosse per i baci, le effusioni e qualche battuta che ogni tanto ci ricordano che le due donne sono fidanzate e non migliori amiche.

E qui veniamo al punto. La normalità. Il fatto che Marina e Federica siano lesbiche non determina una straordinarietà nella loro storia, le dinamiche che gli sceneggiatori (M. Sole Tognazzi, Ivan Cotroneo e Francesca Marciano) hanno voluto rappresentare sono quelle comuni a tutte le relazioni amorose, motivo per cui non c’è neanche bisogno di stare sempre lì a rimarcare la loro “diversità”.
Eppure questa della normalità per certi versi appare più come una gabbia che come l’elemento vincente del film, per il semplice fatto che la vicenda, presentata così, è piatta, non “decolla” mai, non contiene momenti di tensione veri e propri, ma si limita a spargere qua e là timidi riferimenti ad alcuni “classici” stereotipi senza rovesciarli realmente, ma prendendoli piuttosto come pretesto per riderci su – così nella scena in cui appare una bambina vestita da principessa o quella in cui Marco e Federica discutono sul cliché del maschio appassionato di calcio dal quale ci si aspetta che sia anche esperto di motori, o ancora quella in cui Federica e il suo ex marito parlano di gelosia, e quest’ultimo afferma di non averne mai provata nei confronti di Marina perché era una donna e anzi, in fondo, la cosa lo eccitava anche un po’.

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L’accoglienza del film da parte della stampa è stata tutt’altro che univoca; paradossalmente (o forse no?!) sono stati più entusiasti e commossi i commenti dei giornalisti di una certa età, scettici e un po’ delusi quelli di alcuni redattori di primo pelo, compresa la sottoscritta, che il pugno allo stomaco elogiato da molti non l’hanno proprio sentito.

La conferenza stampa seguita alla proiezione, purtroppo, per la maggior parte del tempo ha eluso l’obiettivo di approfondire veramente i presupposti e gli obiettivi del film; al di là di alcune “definizioni” come “film politico”, “un film che non fa paura perché ritrae la normalità”, “una storia semplice che vuole sdoganare l’immagine degli omosessuali come macchietta comica tipica di tanti film nel nostro Paese”, il dibattito si è arenato più volte su aspetti decisamente marginali.

cinema-141211130902Più si tentava di tornare al film più le risposte erano evasive, riproposizioni di concetti già sentiti: la volontà di sperimentare qualcosa di nuovo nel cinema italiano, l’impegno e l’interesse sempre manifestati dagli sceneggiatori e dalle attrici per questo genere di questioni…

“Questo film non è una bandiera per cercare di raggiungere qualcosa, ma vuole mostrare cosa accade in una coppia che si ama, anche se parliamo di una coppia omosessuale – ha affermato Margherita Buy – io credo che ci sia ancora un forte egoismo nel non capire le problematiche che vivono le persone che hanno delle vite un po’ diverse da quelle che noi definiamo normali. Io e lei è un modo per guardare al di là di se stessi.”

Vedi anche

“… l’idea di creare un prodotto adeguato al nostro Paese scegliendo di non insistere sull’aspetto prettamente sessuale” (qui il riferimento, ad esempio, a “Vita di Adele”)…

“Questa storia mi ha convinto subito perché ha raccontato, in un Paese bigotto come il nostro, un tema difficile, ma senza fare differenza tra omosentimentale e omosessuale, perché se in Italia si omettesse la parola ‘sesso’, sono certa che tutto sarebbe più semplice. Io e lei è un film che non mette paura, che arriva in punta di piedi e proprio questo è il suo valore aggiunto, tutto merito degli sceneggiatori.” (S. Ferilli)

La domanda di Bossy è arrivata tra le ultime, sollecitata da Sabrina Ferilli, mentre il tempo a disposizione stava per scadere. Il pretesto è stato l’intervento di un’altra giornalista che chiedeva spiegazioni circa la fase di preparazione del film e lo studio dei personaggi.

“Nell’accostarvi ai vostri ruoli, avete avuto modo di confrontarvi con coppie omosessuali – specificamente di donne – che avessero vissuto in prima persona le dinamiche che voi avreste raccontato? Recitare in questo film è stata anche l’occasione per approfondire tematiche legate al mondo LGBT – mi riferisco, ad esempio, a questioni come l’educazione sessuale nelle scuole, un problema che è stato posto di recente al convegno ‘Educare alle differenze’, nel quale si sono confrontati eterosessuali, omosessuali e tante altre persone appartenenti a ‘categorie’ diverse -, vi siete create un’opinione più specifica su queste realtà grazie a questo lavoro?”

Il quesito suonava più o meno così, ma la risposta, purtroppo, si è concentrata solo sulla prima parte. Sia la Buy che la Ferilli hanno affermato di avere certamente avuto occasione di confrontarsi con amici omosessuali e di aver tenuto presenti questi contributi nel modo in cui hanno affrontato i rispettivi personaggi, ma poi il grosso del lavoro è stato quello di costruire la loro coppia come un unicum, con le sue specifiche caratteristiche e la sua… normalità.

Incassato l’ennesimo intervento poco argomentato, la sottoscritta abbandonava la sala mentre un collega, grato per essersi visto rappresentato nel film in quanto omosessuale, facendo riferimento a una scena in cui le due donne ironizzano sulla loro incombente vecchiaia, domandava alle attrici come stessero affrontando nella vita reale il loro invecchiamento. […]

Mh. Poco male. Una domanda normale.

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