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Katy Perry, ti super-mega-ultra amo!

Katy Perry, ti super-mega-ultra amo!

Articolo di Giulia Sosio

Sono pazza di Katy Perry.

No ragazzi, non è una cotta passeggera o un amore recente: qui faccio coming out in piena regola.

Non la idolatro dai tempi d’oro dei delfini di lattice, delle banane gonfiabili, delle canzoni in cui Wonder Woman è in spiaggia con uno strafatto Snoop Dog o quando le sue tette supersoniche hanno fatto partire fuochi d’artificio dal tetto della Oper Haus di Vienna. No.

Lo sono da ben prima, la amo dai tempi di Katy Hudson.

Nome strano? Non suona nulla nel vostro cervello? Niente di preoccupante.

Katy era la stessa Perry, con un altro pseudonimo, e cantava quelle nenie smielate del christian rock. Gesù è bello, è la luce che mi guida, farò di tutto per lui e ora andiamo a mangiare panini bianchi assieme alla nonna di Heidi. Ecco, Katy è cresciuta con un padre-pastore estremamente bigotto, con fratelli e sorelle allevati ai discorsi di Gesù e a una bella carità cristiana. Ha unito la sua passione per la chitarra e per il gospel, e il risultato è stato questo. Album di chitarra classica e controcanti puliti e angelici, sinceri sentimenti caritatevoli e denti bianchi alla Colgate. Mi ci rivedo in questa Katy, che anche se non andava a catechismo e in oratorio aveva le stesse sensazioni, le stesse liturgie e le stesse confusioni in pancia che avevo anch’io nel 1998. Vista questa foto, posso anche giurare che come me nel 1998 voleva diventare Natalie Imbruglia.

Imbruglia a parte, sapete qual è la prima canzone che veramente mi fece innamorare di Katy Perry?

Esatto: “You’re So Gay”.

È una canzoncina che rappresenta la pre-Katy – quando ancora aveva la chitarra in mano e voleva fare la cantautrice. Dai, ci siamo passati tutti. Abbiamo avuto tutti il momento “sono nella mia cameretta, voglio raccontarvi le mie emozioni ma un po’ per paura un po’ per timore preferisco fare delle canzoni un po’ scherno contro tutto quel radical-chic che sta spopolando”. Ed è un po’ così che va presa la canzone. È uno scherno, una presa in giro di un fidanzato un po’ effeminato e narciso che non si preoccupa dei bisogni della sua pupa ma pensa di più ai suoi mocassini e a mangiare insalate Bio. Se vogliamo fare quelli politicamente attivi, è a tutti gli effetti una canzone omofoba. Madonna, eterna icona gay, l’aveva descritta come una delle canzoncine più orecchiabili e carine del 2008. Io, in segreto e non denunciandone la presenza nel mio ormai-defunto Ipod nano, l’ascoltavo e ci sorridevo su.

La conferma del mio amore arrivò dopo aver visto il documentario “Part Of Me”. Perché sì, in questo articolo in cui ammetto il mio amore, vi dico anche che sono andata segretamente da sola al cinema e mi son sparata questo documentario alle 23:35 in zona Lissone con popcorn XXL. Ed è stato bello.

Ok, il suo rapporto con quel fusto peloso di Russell Brand la fa da padrone, ma tra un gloss e un glitter qua e là si svela quella che è la ragazza dietro la diva, quelli che sono stati il sottofondo e lo scenario in qui questa personalità carismatica si è plasmata.

Mi sono rivista in Katy, nel suo essere stata cresciuta da una famiglia terribilmente cristiana e ottusa, nel suo aver pregato per allontanare l’omossessualità con il motto “pray away the gay” e del suo passare le estati nei campi estivi chiamati Jesus Camp. Come me, che i campi estivi li facevo in Valtellina ma sempre la stessa solfa sentivo, Katy ha associato i due maschietti che si baciavano o le donne vestite da uomo come uno strumento del demonio. Per poi capire che non era vero!

Katy decise di trasferirsi a LA, di parlare di limonate tra ragazze e di svecchiare le sue canzoni dandosi a dolcezze di caramelle e mega reggiseni, senza remore e senza retorica.

E ora la sua storia la sapete tutti. Milioni di dischi e miliardi di dollari in tasca in più, Katy si trova in uno state of mind e in una pace interiore tale da aprirsi, esporsi per quella che è e darsi a un bellissimo attivismo. Katy Perry è come un Pokemon che sta compiendo tutte le giuste evoluzioni, e sono così fiera di lei che quasi quasi paio sua zia che da casa col telecomando in mano la seguo e la sostengo col televoto.

Col sorriso stampato in volto, in pieno stile Katy, ha appena lanciato sul mercato una canzone che utilizza i criceti come metafore per la condizione in cui si trova il tipico millenial disilluso e disinteressato al mondo, si è tagliata i capelli e ha sdoganato un undercut che sinceramente pensavo esser stato dichiarato morto e defunto nel 2014. Katy c’è, in tutto e per tutto, e fa discorsi pazzeschi al Human Right Campaign Gala di Los Angeles.

Finalmente, a trentadue anni, ammette che non solo ha baciato ragazze che sapevano di cherry chapstick, ma che è andata ben oltre! Voglio scommettere cinque Haribo alla Coca Cola che quel qualcosa è successo nei campi estivi intitolati a Jesus!

Poteva andare meglio, poteva il mio amore e il mio essere fan-girl esplodere ancora di più verso sconfinati spazi negli alti spazi del cielo? Certo che sì.

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Katy si è dichiarata femminista, allo stesso modo in cui l’avrei fatto anch’io: prendendo in giro il tipico stereotipo dei peli sulle ascelle.

Katy si è dichiarata femminista, allo stesso modo in cui l’avrei fatto anch’io: prendendo in giro il tipico stereotipo dei peli sulle ascelle.

“In passato non mi ero mai definita femminista perché non ho mai lasciato crescere peli sotto le mie ascelle o altre cose simili, perché davvero non ne avevo mai capito il senso… Ma ora ho capito, durante tutto questo tempo… sono stata e sono una femminista.”

Trovata commerciale? Non penso proprio. Non è che le manchino i dollari o l’esposizione mediatica, non serve che pubblicizzi questo lato di sé per fare le moine ad altri pezzi di pubblico. Semmai, l’essere femminista può solo causarle pernacchie, accuse di antipatia o docce giudiziose come è successo ad Emma Watson.

Per questo ho scritto un elogio a Katy Perry, per raccontare di come una diva in realtà era una ragazza da oratorio bloccata da un’ombra religiosa, che l’ha bloccata fino a farla diventare una vera e propria gay icon. Invito tutti quanti a sentire i primi album-nenie di Katy Husdon – con avviso sul livello di glicemia riscontrabile – e a vedere il suo documentario – con avviso sui delfini e le caramelle che danzano sul palco.

 “Sappiamo tutti che per fare qualcosa di grande bisogna lavorare, ma dobbiamo evitare che il passato ci blocchi la possibilità per avere un futuro brillante”

Ben detto Katy, continua così: col biondo che ti dona, con tutta questa grinta e col tuo nuovo spirito femminista (senza peli sulle ascelle!)

 

 

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