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Kesha, quando una sentenza si trasforma in un caso di victim shaming
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Kesha, quando una sentenza si trasforma in un caso di victim shaming

Redazione

Da qualche ora su Twitter è rientrato in tendenza #FreeKesha, hashtag nato nell’estate 2014 a supporto dell’artista americana.

Dopo aver denunciato il proprio produttore per anni di violenza – e minacce che avevano lo scopo di nasconderle – si era infatti vista citare in giudizio dallo stesso.

Il processo che dura da allora è entrato ora in una nuova fase, che mette a rischio l’intera carriera di Kesha (il cui contratto prevede 6 album); dopo il rinvio della causa alla Corte d’appello di New York, nella giornata di oggi il giudice Shirley Kornreich ha sentenziato che non c’è nessuna prova effettiva delle accuse avanzate da Kesha e che, come da contratto, non potrà registrare musica indipendente o sotto la supervisione di altri discografici finché non avrà terminato la sua collaborazione con l’attuale etichetta discografica.

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Se infatti la cantante è sostenuta dalla madre, Dr. Luke – questo il nome dell’uomo che a detta di Kesha abusava di lei fin da quando era appena diciottenne, verbalmente e non – ha potuto contare fin da subito sull’appoggio della Sony, la casa discografica che lega le due parti in causa.
Ora, per quanto in presenza di accuse così pesanti sia legittimo andare a fondo della questione senza affrettare il giudizio (e indipendentemente da ciò che indagini più approfondite porteranno alla luce), siamo comunque davanti ad un caso di victim shaming: non solo Kesha sta passando per “la cattiva” della situazione per aver scoperchiato un vaso di Pandora del quale nessuno vuole farsi carico, ma la motivazione addetta dai rappresentanti della giustizia americana come giustificazione del rinvio fa infatti passare il messaggio terribilmente deleterio che “non è violenza finché non si vedono i segni”.

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Per ora il supporto a questa artista è arrivato da parte di personalità importanti nel mondo della musica come Miley Cyrus, Lady Gaga, Jeffree Star e Sky Ferreira.
Speriamo che altre/i artiste/i abbiano voglia di esporsi rispetto al tema.

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Leggi i commenti (2)
  • Esiste la presunzione di innocenza, non di colpevolezza. Se Keisha non ha prove a sostegno delle sue accuse, c’è ben poco da fare, che ciò che dice sia vero o no è poco importante: l’importante sono le prove. E la frase “non è violenza finché non si vedono i segni” la trovo invece più che fondata è ragionevole. Per quanto ne sappiamo Keisha potrebbe essersi inventata tutto per abbandonare Sony o chissà cosa.

    Se io denuncio il mio vicino di casa per avermi rubato la macchina dovrò almeno avere qualche prova, altrimenti la giustizia se ne va ancora più a quel paese.

    • Hai ragione Loris, esiste la presunzione di innocenza. La cosa che ci fa arrabbiare però è questo perenne atteggiamento “hollywoodiano” che premia i silenzi. Se accusi qualcuno diventi “scomodo” e dunque trattato di conseguenza. Una cultura che ti porta al silenzio, perché appena parli nessuno ti sostiene (o comunque molto pochi) e gli altri hanno come unica domanda “chi te lo ha fatto fare?”. La mancanza estrema di empatia, questo ci irrita. Ed è vero in questo caso specifico così come in molti altri casi simili. Questo far sentire in colpa chi ha deciso di non tacere, per cui al netto delle prove e delle sentenze, sei già colpevole per non esserti fatto gli affari tuoi.

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