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Kobe Bryant: quanto vale il mio dolore?

La discussione pubblica sui casi di stupro o presunti tali è sempre molto accesa e complicata, specie se ad essere coinvolte sono delle figure celebri. In situazioni del genere, a intrecciarsi sono concetti complessi come “reputazione”, “presunzione di innocenza”, “rispetto”, e tutto questo, compreso il rapporto affettivo che ci può o meno legare a questa persona, si amplifica ancora di più se tali questioni vengono a galla al momento della sua morte.

È quanto sta succedendo in questi giorni con l’incidente tragico che ha ucciso Kobe Bryant e la figlia di 13 anni Gianna: un lutto collettivo per un’icona dello sport e della comunità afroamericana, molto sentito ma anche “macchiato” dal riemergere, per volontà di rape survivor e femminist*, della vicenda che lo ha visto al centro di un caso di stupro.

Non è questo lo spazio per analizzare nel dettaglio la vicenda giudiziaria del 2003 (descritta in maniera accurata da altre fonti), per quanto si dovrebbe poter concordare almeno sul fatto che il caso non si concluse né con un’assoluzione (dato che l’assenza di una condanna non la costituisce) né con un’idea chiara e definitiva dell’accaduto, come d’altronde spesso succede quando si tratta di violenza sessuale.

Quello su cui vale la pena riflettere, piuttosto, è il contesto culturale in cui si inserisce non soltanto il fatto in questione ma anche la reazione dei fan, da un lato, e delle vittime di violenza dall’altro (due categorie che possono anche sovrapporsi).

La storia di Kobe Bryant è quella di un atleta leggendario, celebrato oggi per i meriti sportivi ma anche per la sua immagine di uomo di famiglia, per la sua passione e la sua perseveranza e soprattutto in quanto simbolo di riscatto per la comunità afroamericana. Un’icona, dunque, non soltanto per gli appassionati di basket, soprattutto perché si è mosso e ha avuto la possibilità di riscattarsi in un contesto sociale delicato e razzista.

Ma la storia di Kobe Bryant è anche quella, l’ennesima, di un uomo ricco e potente che è riuscito a mettere sotto il tappeto gravi accuse di stupro grazie al suo status sociale e ad andare poi avanti con la propria carriera più forte di prima. È il prodotto di una cultura che silenzia le donne, insomma, e che rende irrilevante la violenza di genere (e le sue vittime). Una cultura che impedisce qualsiasi riflessione anche a posteriori, blindandosi dietro l’eventuale assenza di condanne definitive per non ammettere alcuna discussione anche sul piano non strettamente giuridico, e scatenando in maniera spesso violenta la propria indignazione contro chi sceglie di portare una testimonianza e un pensiero diversi.

Così come per tante persone, Kobe Bryant è stato un eroe sportivo e un modello di uomo a cui aspirare, per altre, la sua figura ha un valore altrettanto simbolico, ma in senso negativo: è l’espressione di una società che si preoccupa degli scheletri nell’armadio delle celebrità solo quando non hanno niente a che fare con la sofferenza delle donne, che mette i meriti sportivi (o artistici, ad esempio) davanti alla giustizia per le vittime di stupro, che contestualizza solo quando le conviene e attacca senza pietà se invece di mezzo ci sono il benessere e le opinioni di chi si riconosce nel genere femminile.

Certo, di fronte a una tragedia che si è portata via anche una ragazzina di 13 anni queste considerazioni possono sembrare stonate, inopportune. In realtà sono reazioni perfettamente legittime, umane tanto quanto le altre.

Il dolore per la morte di una figura che è stata importante per noi è sempre valido perché è un’emozione umana e personale, anche quando viene espressa pubblicamente. A ciò si aggiunga che una persona non è solo l’insieme dei suoi errori, del suo status o del suo privilegio – e a ben vedere anche dei suoi meriti – e per questo ha diritto a non essere definita soltanto dalle proprie colpe (in senso giuridico o meno). Non può essere ritenuto sbagliato, quindi, ricordare con affetto Kobe Bryant, che si creda o no alle accuse di stupro. Così come non può esserlo fare presente quanto accaduto nel 2003, perché risponde a un identico bisogno e allo stesso legame emotivo con il “simbolo”, solo di segno opposto. La rabbia delle vittime di stupro e la solidarietà di chi ne ha a cuore le storie ha altrettanto diritto di esprimersi, e non rappresenta un tentativo di strumentalizzazione quanto al massimo una richiesta di supporto in una situazione che può essere complicata e traumatizzante e un’opera di bilanciamento di forze ed equilibri sociali.

Il dolore di chi resta non sparisce se a morire sono persone comuni o più facilmente catalogabili come “cattive”, ma nessuno in quel caso si preoccupa della sensibilità di amici e parenti o del modo in cui verrà ricordata questa persona, che abbia o meno avuto anche importanti qualità. Il motivo per cui adesso succede il contrario ha a che fare con le gerarchie e gli equilibri all’interno della nostra società. Per via di come è strutturata, infatti, lo stupro è spesso percepito come una macchia sul CV facilissima da cancellare e una motivazione non sufficientemente valida per “rovinare la vita di un uomo”, come dimostrano certe sentenze. Possiamo quindi essere portati a considerare i meriti sportivi e l’aura di leggenda che circondava Bryant qualcosa che sulla bilancia pesa di più rispetto all’aver violentato una donna di 19 anni. E questo è il punto da cui dovremmo partire per ripensare le nostre reazioni a eventi come questo, a movimenti come #MeToo e a tutta la discussione pubblica sulla violenza di genere.

Farlo non significa in alcun modo negare il diritto a essere giudicati in maniera equa e imparziale, la presunzione d’innocenza o l’esistenza di denunce false, seppur statisticamente irrilevante (nell’ultimo report disponibile riferito agli Stati Uniti, si parla di cifre che vanno dal 2% al 7% dei casi e che oltretutto includono non solo accuse dimostrate false, ma anche situazioni in cui non era possibile né escludere né confermare la violenza). Né tantomeno significa ignorare il pericolo che certe legittime richieste possano trasformarsi in gogne mediatiche o facili semplificazioni. Ma proprio se si vuole restituire complessità a queste vicende ed esercitare giustamente il proprio scetticismo non si può dimenticare il doppio standard legato alla percezione della violenza di genere e delle sue vittime, o negare la pervasività della cultura dello stupro, il clima di omertà e le disparità in gioco.

Se, anche quando le accuse sono estremamente credibili, supportate da prove mediche o magari perfino accolte dallo stesso interessato (come nel caso di Bryant, che ha ammesso di aver compreso perché “la ragazza non riteneva il rapporto consensuale”), non si ammette la possibilità di giudicare ragionevolmente colpevole il protagonista della vicenda e si taccia di estremismo chiunque lo faccia, non è probabilmente per amore della giustizia o per rispetto del defunto, ma

perché siamo portati a dubitare delle donne di default, a chiederci come sono vestite, che background hanno, cosa ci guadagnano… Atteggiamento che non assumeremmo in nessun altro caso con la stessa spinta. In altre parole, non stiamo difendendo la reputazione di Kobe Bryant, ma piuttosto quella del patriarcato.

Analogamente, il valore che una figura come Bryant ha avuto per una comunità fortemente esposta alle discriminazioni è difficile da comprendere per una persona bianca italiana. Se questa liquidasse come semplice estremismo eventuali remore ad accogliere con favore le reazioni femministe di questi giorni da parte di persone ad esempio afrodiscendenti, soltanto perché emergono da un contesto culturale molto diverso, negherebbe ancora una volta la complessità dei rapporti sociali in cui queste vicende vanno a inserirsi.

Insomma, nel cordoglio per la morte di una figura dal fortissimo valore simbolico c’è spazio per tante reazioni e tanti dolori diversi, tutti personali e tutti validi. Non dovrebbe esserci spazio, invece, per l’attacco meschino nei confronti di vittime di stupro che si sono esposte con coraggio, sapendo probabilmente a cosa andavano incontro, né, d’altra parte, alla tendenza cinica a sminuire ciò che ci lega a certe figure, all’affetto che possiamo provare per loro e il ruolo che hanno avuto nella nostra vita, come simboli e come persone.

Commenti (1)
  1. Avatar Remo ha detto:

    “il caso non si concluse né con un’assoluzione (dato che l’assenza di una condanna non la costituisce)”bello far sembrare che la cosa sia stata insabbiata, quanto furono gli stessi avvocati dalla donna a ritirare le denunce sul piano penale per continuare solo su quello civile.
    Ma l’importante è gettare fango, l’insinuazione, lasciando credere che in quanto famoso si sia mosso qualcosa da parte dei giudici per non condannarlo. Ho il vomito!

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