Stai leggendo
“La fiera del sessismo”: una riflessione sulle festività russe
Dark Light

“La fiera del sessismo”: una riflessione sulle festività russe

Redazione

Tra il mese di febbraio e il mese di marzo, in concomitanza con l’arrivo della primavera, in Russia si celebra una serie di festività che hanno come comun denominatore i ruoli di genere. Proprio come i fiori che, dopo il rigido inverno russo, emergono uno a uno dalle vaste distese innevate, si susseguono in questo periodo la festa di San Valentino, il Giorno dei difensori della patria e, dulcis in fundo, l’Otto marzo, la giornata in cui si celebrano le nostre splendide donne.

Questa ordinata sequenzialità, assieme a un’aura carnevalesca memore della tradizione contadina, fa immediatamente pensare alle prime scene de “La Sagra della Primavera”, celebre balletto di Stravinskij”: ecco che arrivano gli uomini, brutali e bellicosi; ecco che arrivano le donne, fragili e delicate; ed ecco il consueto rituale di corteggiamento, ormai parte integrante della cultura di massa ed elemento imprescindibile di qualsiasi strategia di marketing.

Tali festività hanno inoltre il compito di tracciare i confini e le gerarchie del mondo patriarcale, che coinvolgono da un lato la patria e l’esercito, e dall’altro la famiglia e il matrimonio. In totale accordo con la biopolitica statale, gli uomini hanno il dovere di combattere, e le donne quello di generare figliə.

In questa configurazione, il genere è innanzitutto una questione politica. Il consumismo e la propaganda statale hanno allontanato entrambe le giornate dai loro significati originari. Il Giorno dei difensori della patria, in origine dedicato a chi serve o ha servito nell’esercito, è diventato progressivamente “la festa di tutti gli uomini”, evoluzione che solleva non poche questioni: perché gli uomini dovrebbero mostrare la propria mascolinità attraverso un Kalašnikov, e non, ad esempio, attraverso uno scalpello chirurgico o una bacchetta da direttore d’orchestra? Se davvero ci troviamo, come sostiene Steven Pinker, nell’ “epoca più pacifica della storia dell’umanità”, e se la guerra è ormai sinonimo di morte e distruzione, perché mai dovremmo servirci dei simboli dell’immaginario bellico per affermare la nostra virilità? E ancora, chi ha stabilito che i Difensori della patria sono unicamente gli uomini? Non dovremmo festeggiare anche le 60mila donne che servono nelle Forze armate della Federazione Russa? E che dire delle donne che presiedono il Ministero della Difesa in Spagna, Australia, Libano, Bangladesh e altre decine di Paesi? La sua connotazione prettamente maschile rende questa festa un mero retaggio del secolo scorso, un “sovietismo” terribilmente obsoleto.

L’Otto marzo ha conosciuto un’evoluzione ancor più sbalorditiva. Le sue origini affondano nell’epoca del femminismo delle suffragette, di Clara Zetkin e di Rosa Luxemburg. La propaganda sovietica l’ha poi trasformato nel simbolo della ribellione delle lavoratrici contro la schiavitù domestica. In seguito, negli anni Trenta, la restaurazione staliniana lo piegò all’immaginario per cui la donna è innanzitutto moglie e madre, l’angelo del focolare, un trofeo da vincere e da esibire. Negli ultimi anni dell’Unione Sovietica, infine, si è trasformato nell’accozzaglia di volgarità, lusinghe e ipocrisie da cui è caratterizzato tuttora. Si tratta dell’unico giorno dell’anno in cui le donne, oltre a ricevere dediche, fiori, poesie e complimenti, vengono sollevate dal “doppio fardello” della cura della casa e deə bambinə, che l’indomani tornerà a gravare sulle loro spalle.

In altre parole, il consumismo e la propaganda hanno svuotato una festività militare e una femminista dei rispettivi significati professionali e politici, che sono stati sostituiti da un trionfo di stereotipi sessisti. A rafforzare la dicotomia “sesso forte-gentil sesso” ci pensano le formule stucchevoli quali “i nostri protettori”, “le nostre rocce”, “la metà serena del cielo”, “le nostre bellissime ragazze (per riferirsi a colleghe e/o dipendenti)”, “i sorrisi che illuminano le nostre giornate”.

Nel mondo reale, inutile dirlo, il quadro appare ben più complesso. Già negli anni Novanta, la filosofa americana Judith Butler descriveva, nel saggio “Questione di genere”, una società post-patriarcale in cui mascolinità e femminilità si intersecano, emergono le identità non binarie e l’autodeterminazione degli individui passa per paradigmi che prescindono dallo stesso concetto di genere. Gli uomini, pur conservando il proprio privilegio, non sono più “il sesso forte”.

Ciò è particolarmente evidente in Russia, dove l’imperativo “sii uomo” e le aspettative che ne derivano portano gli uomini a sperimentare elevati livelli di stress e nevrosi, che li rendono più inclini a subire eventi traumatici. Chi non riesce a raggiungere il successo, ovvero la ricchezza e il prestigio professionale, cade nella depressione e nell’alcolismo. In Russia, il tasso di suicidi degli uomini è sei volte superiore rispetto a quello delle donne. La situazione è aggravata dal fatto che l’ideale russo di mascolinità non contempla che si parli apertamente dei propri problemi, che si esprima un disagio, che si esterni qualsiasi emozione che possa essere considerata “una debolezza”, un qualcosa di “prettamente femminile”. È questo il paradosso della mascolinità russa: il culto della forza e dell’autosufficienza a tutti i costi rende gli uomini estremamente vulnerabili, facili prede di disturbi difficili da curare e persino da individuare.

A questo punto, se ci venisse il ghiribizzo di eleggere “il sesso biologicamente più forte”, la scelta ricadrebbe necessariamente sulle donne, da sempre considerate cittadine di serie B. Gli embrioni femminili sono in genere più resistenti di quelli maschili, le bambine si ammalano meno dei bambini e le donne vivono più a lungo degli uomini (stando ai dati del 2019, le donne vivono in media fino ai 78 anni, gli uomini fino ai 68). Ancora, il coronavirus sembra colpire gli uomini più delle donne, le quali, inoltre, sarebbero meno vulnerabili agli effetti dell’alcol e gestirebbero meglio lo stress. In effetti, quando si è bloccati in mezzo al traffico, non è difficile notare chi ne approfitta per darsi una sistemata e chi suona inutilmente il clacson. (alcune ricerche russe sostengono che il “sesso forte” da un punto di vista biologico siano le donne, qui riportate con tono volutamente ironico, NdT).

In Russia, sembra che siffatta “superiorità biologica” giustifichi un maggiore carico di responsabilità sociale. Sulle donne si regge infatti il peso di un intero microcosmo sociale, a cui appartengono la famiglia, il gruppo di amicə ed anche ə colleghə. Dalle donne ci si aspetta che siano più attive nelle chat dei genitori, che organizzino le rimpatriate tra ex compagnə di scuola e che si ricordino ogni singolo compleanno e anniversario. Si stima che in Russia ci siano 17 milioni di famiglie, un terzo delle quali sono costituite da madri single con ə loro bambinə; il numero dei padri single è invece pari a un decimo, circa 600mila.

Se è vero che, in caso di divorzio, il tribunale tende ad affidare ə bambinə alla madre, è altrettanto vero che, anche nelle famiglie unite, i ruoli di cura ricadono ancora quasi esclusivamente sulle donne. Infine, non è raro che, in una stessa famiglia, il ruolo genitoriale sia esercitato non da una mamma e da un papà, bensì da una mamma e da una nonna.

Vedi anche

Probabilmente, il carico di responsabilità sociale che grava sulle spalle delle donne è una risposta alla struttura dello Stato russo, paternalista e repressiva allo stesso tempo. Il lato paternalista impone che sia l’uomo, e non la donna, a provvedere materialmente al mantenimento della famiglia, impedendo ad entrambi qualsiasi iniziativa al di fuori di questo schema. Il lato repressivo, invece, fa sì che gli uomini vengano chiamati alle armi*, costituiscano la maggioranza della popolazione carceraria e siano le prime vittime della principale tecnologia del Governo russo: la vodka. Spossati dalle guerre e dalla modernizzazione, dall’alcolismo e dagli infortuni sul lavoro, dalle alte aspettative sociali e dalla bassa autostima, gli uomini russi raggiungono a malapena l’età pensionabile e sembrano, più che “il sesso forte”, una specie in via di estinzione. Per questo, alla fine, è “il sesso debole” che tiene insieme la famiglia e la società.

In un’epoca come quella odierna, caratterizzata da una politica fortemente repressiva, quello delle donne è un ruolo sempre più di primo piano. Basti pensare alla vicina Bielorussia, il cui modello politico è estremamente simile a quello russo. Qui, nel 2020, la protesta ha assunto dei connotati spiccatamente femminili: parliamo non solo del “triumvirato d’opposizione” costituito da Svetlana Tichanovskaja, Marija Kolesnikovaja e Veronika Zepkalo, ma anche delle “marce delle donne” contro il regime di Lukašenko, e in generale della “femminilizzazione” della rivolta. Varə osservatorə hanno paragonato tali fenomeni al contributo delle donne nell’ambito della Seconda Guerra Mondiale. Tornando al panorama russo, un esempio di forza e coraggio è senz’altro rappresentato da Julija Navalnaja. L’unione familiare dei coniugi Navalnyj è un vero e proprio schiaffo agli stereotipi di genere e riempie i concetti di “moglie”, “marito” e “amore” di una nobiltà e di una semplicità che non hanno nulla a che fare né con San Valentino, né con la “festa” della donna. Come non ricordare il gesto di Aleksej che, poco prima di essere condannato, ha “disegnato”, dalla cella dell’aula del Tribunale, un cuore in direzione della moglie? Questo gesto vale più di mille mazzi di rose rosse.

La nuova normalità, l’immagine del futuro, potrebbe essere proprio questa. Un giorno, in Russia, la “Festa degli uomini” e la “Festa della donna” non avranno a che fare né con la guerra, né con i ruoli di genere, e saranno il trionfo della diversità, del rispetto e della dignità di ciascunə.

(*NdT: in Russia vige ancora l’obbligatorietà del servizio militare. Come riporta l’Osservatorio LUISS sulla Sicurezza Internazionale: “Al momento la legge russa prevede un anno di servizio militare, su base volontaria o di leva obbligatoria, per tutti gli uomini di età compresa tra i 18 e i 27 anni, secondo quanto stabilito dal decreto del Presidente della Federazione n.1237/1999 firmato da Boris El’cin.”)

Fonte
Magazine: Радио Свобода
Articolo: Музей сексизма. Сергей Медведев – о гендерных праздниках
Scritto da: Sergej Medvedev
Data: 8 marzo 2021
Traduzione a cura di: Paola Galluccio
Immagine di copertina: Tengyart
Immagine in anteprima: freepik

Leggi i commenti (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato

Associazione Bossy ® 2020
Via Melchiorre Gioia 82, 20125 Milano - P.IVA 10090350967
Privacy Policy - Cookie - Privacy Policy Shop - Condizioni di vendita