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La libertà di espressione al tempo dei social: un vademecum
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La libertà di espressione
al tempo dei social:
un vademecum

Arianna Latini
Pic credit: William Iven

 

Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente.

 

Questa frase, erroneamente attribuita al filosofo e intellettuale Voltaire, è tra le più celebri in fatto di libertà di espressione. Racchiude il principio del diritto inalienabile dell’essere umano all’autonomia del pensiero. Ma afferma anche il diritto, non meno importante, di esternare liberamente la propria opinione.

L’idea che qualcuno possa sacrificarsi perché il mio parere, seppur espressione di posizioni divergenti dalle sue, abbia modo di esprimersi, è tra le più nobili che la civiltà abbia mai partorito. E di certo non è stato facile giungere a questo ambito traguardo. La censura, il confino, l’internamento, i roghi in piazza, l’esilio, la tortura sono solo alcuni esempi di come i poteri costituiti hanno messo a tacere (a volte in maniera definitiva) le voci fuori dal coro.

È semplice condannare la Santa Inquisizione, le leggi-bavaglio, l’omertà mafiosa e tutte le negazioni del diritto di autodeterminazione tipiche dei regimi dittatoriali. Nessuno (forse) si sentirebbe oggi di sentenziare sull’assoluta ingiustizia di queste buie pagine di storia.

Non è altrettanto semplice, però, difendere ogni singola espressione di pensiero e di parola in un tempo in cui tutti dispongono di mezzi di socializzazione di massa. Il nostro è un mondo in cui si registrano, nemmeno tanto raramente, casi di suicidio dovuti al cyberbullismo. Viviamo in un’epoca di estrema disinformazione a causa delle fake news e siamo continuamente bombardati da pareri non richiesti.

È il caso di tracciare dei limiti alla libertà di espressione sui socialnetwork? Oppure è giusto difendere il diritto di proprietà su tutto ciò che concerne i nostri profili Facebook, Twitter e Instagram? Che succede quando il mio “libero” pensiero risulta deleterio per gli altri o minaccia i diritti di terzi?

Al fine di fare un po’ di chiarezza, forse può essere utile riflettere sui casi più frequenti ed esemplificativi di questa spinosa questione.

Offese pubbliche attraverso post e commenti

Insultare pubblicamente una persona, commentando i suoi post o creando dei contenuti che puntino a tale scopo, non è una forma di libertà di espressione ma una grave mancanza di rispetto. Non abbiamo alcun diritto di offendere, denigrare e infamare gli altri. La mia libertà di espressione deve sempre rapportarsi al dovere, assoluto e categorico, di rispettare il prossimo. Se attivo un profilo sui social o apro un canale su qualche piattaforma, non sto autorizzando nessuno a prendermi di mira. Per caso abbiamo mai acconsentito di essere screditati dagli altri utenti al momento dell’iscrizione a Facebook o Youtube? Allora secondo quale criterio dovrebbe essere lecito, o addirittura giusto, denigrare gli altri sugli stessi social network?

Molestie in chat private

Il fatto che le conversazioni non siano immediatamente visibili a terzi spinge alcuni utenti a farne un pessimo uso. Una tastiera e uno schermo non bastano per rendere alcuni messaggi o foto, evidentemente inopportuni, meno molesti. Anche se il molestatore di turno è un profilo fake che si nasconde nell’anonimato di un nome fittizio e in una chat impersonale, le sue molestie restano tali. La realità di una molestia non dipende dalla realità del molestatore: gli effetti prodotti, per esempio, da una non gradita richiesta di prestazioni sessuali purtroppo sono reali, sempre.

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Calunnie e false informazioni

Le menzogne sugli altri non sono mai innocenti: divulgare delle notizie false sul conto di una persona non è giusto in ogni caso, anche se il contenuto delle calunnie ci sembra un’inezia. Non è sufficiente non rendersi protagonisti di un’ingiuria. Occorre prestare attenzione a ciò che circola nel web perché, anche se in buona fede e con la semplice condivisione di un post, si rischia di rendersi complici di un atto diffamatorio.

Qualunquismo e tuttologia

La totale assenza di controllo sia sull’oggetto che sulla forma dei messaggi veicolati attraverso i social, ha provocato una sorta di anestetizzazione collettiva contro “la qualunque”. Una volta nei bar non ci si sorprendeva se si incontravano tutti i mancati o potenziali CT della Nazionale di calcio. Allo stesso modo, oggi chiunque può dire la sua su tutto. La differenza è che ora possediamo i mezzi per diffondere la nostra opinione immediatamente e a un discreto pubblico. A quanto pare, nella terra di mezzo dei social, la mia opinione in tema di vaccini, o magari quella del mio macellaio di fiducia, possono diventare più popolari di quella di Burioni.

Forse è giunto il momento di chiedersi, prima di rendere pubblico un nostro pensiero, se la società ha davvero bisogno del nostro parere in merito a una certa questione. Posso apportare un reale contributo al dibattito dicendo la mia, o sto solo cercando un pretesto per appagare il mio bisogno egoistico? Se vogliamo renderci protagonisti sui social basta aprire la fotocamera interna: un selfie è molto più innocuo di uno sproloquio non richiesto e privo di fondamenti.

In generale, è bene ricordare che le parole, in qualunque ambito e contesto vengano utilizzate, producono degli effetti reali sulle persone. Effetti che sul web non è sempre possibile vedere, ma che non facciamo fatica ad immaginare. Se davvero crediamo che la nostra opinione valga qualcosa, allora dobbiamo anche accettare l’idea che essa abbia delle conseguenze sugli altri. Proprio in virtù di ciò, è giusto assumersi la responsabilità delle ricadute della propria idea, prima di esternarla.

Io non credo che Voltaire, o chi per lui, si sarebbe fatto uccidere perché io, nel 2018, su Facebook, potessi dire che la Terra è piatta, e voi?
Leggi i commenti (1)
  • Sono completamente d’accordo
    Libertà di espressione non vuol dire aprire la bocca o aprirea tastiera e sparare tutto quello che ci passa per la mente.
    E soprattutto le opinioni di persone che hanno studiato valgono di più.

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