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La maternità è davvero una scelta?
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La maternità è davvero una scelta?

Benedetta Geddo

Ogni mattina, unǝ italianǝ si sveglia e sa che c’è la non trascurabile possibilità che un qualche articolo uscito sulla nostra stampa nazionale lǝ faccia rimanere a fissare il muro con sguardo vacuo a chiedersi per l’ennesima volta come possano certe cose essere scritte, approvate e distribuite.

Per me è una ricorrenza quasi giornaliera, e ci sono casi talmente eclatanti che poi mi assillano per giorni: ci penso e ripenso, ne parlo con chiunque, mi arrabbio e mi rattristo e poi di solito decido di scriverci su. Proprio come ho deciso di fare oggi, dopo aver letto l’ennesimo articolo che osanna le donne che hanno fatto “la scelta di essere mamme in un Paese che non fa figli”. Questa lettura mi ha suscitato una serie di ragionamenti che ho provato a condensare in tre domande, che vanno molto oltre l’articolo da cui sono scaturite e che provano a guardare alla maternità in maniera diversa rispetto alla versione stereotipata che spesso si trova sui giornali.

1. Perché bisogna dividere sempre tutto in “mamme eroine vs maledette egoiste”?

Una frase che ripeto costantemente almeno una decina di volte al giorno è che le parole sono importanti: portano un significato preciso e già da sole contribuiscono a dare questo o quell’altro taglio a una storia. Spesso si parla di donne che scelgono di fare figliə, in un Paese che non fa figliə, la cui implicazione è che il campo sia diviso in due: le donne che fanno la scelta giusta, ossia diventare madri, e quelle che fanno la scelta sbagliata e contribuiscono al problema della bassa natalità del Paese.

In pratica, si sta dicendo che ci sono donne “brave” (che sa tanto di quel “vere donne con la D maiuscola” che ci ritroviamo a leggere ogni 8 marzo e non solo) che fanno le mamme e donne “egoiste” che non amano ə bambinə e preferiscono pensare a divertirsi.

Il problema di una simile distinzione è che non lascia spazio alla complessità: tra una donna che vuole essere e diventa madre e una donna che invece non lo vuole essere (entrambe vie validissime, ma su questo ci torniamo) c’è un’immensità di casi che qui vengono asfaltati da una schiacciasassi.

Per esempio, ci sono le donne che vorrebbero diventare madri ma non ci riescono. Come si può sentire una donna che deve affrontare problemi di infertilità o aborti spontanei a vedersi lanciata nel gruppo delle “donne egoiste che non diventano mamme”? Perché, a quanto pare, o si fa la scelta di essere mamma o si è parte dell’Italia che i figliə non li vuole. È scritto nero su bianco.

2. Perché ci si ferma sempre al momento della nascita?

È facile dire che il tasso di natalità in Italia è crollato a picco. È facile perché è vero e ci sono valanghe di dati a confermarlo. In qualche modo però la colpa ricade sempre suə cittadinə privatə, anzi proprio nello specifico, sulle cittadine: l’Italia che non fa figliə sono le donne che non fanno figliə. Ma la questione non si può ridurre al “non nascono bambinə perché le donne moderne sono troppo impegnate col femminismo per fare le mamme”. Non nascono bambinə perché l’atto di farlə nascere è una minima parte di un lungo processo.

Dopo il parto, la registrazione all’anagrafe e un numeretto in più nel grafico della natalità dell’anno, ci si ritrova con un essere umano che ha bisogno di cure e attenzioni: unǝ figliǝ ha bisogno di cibo e vestiti e pannolini e giochi, di visite mediche, tasse e libri di scuola; ha bisogno di affetto e persone che si prendano cura di lǝi. Per avere unǝ figliǝ ci vogliono soldi e tempo, per dirla in parole crude ma vere, due cose che non sono proprio facili da reperire per le persone che si trovano attualmente “in età da genitorǝ”.

Come si fa a prendersi cura di un’altra vita quando si ha un contratto di lavoro precario o quando il lavoro non lo si ha affatto? Come si fa a mantenere unə bambinə quando lo stipendio mensile non supera i cinquecento euro? A chi si lascia unǝ bambinǝ piccolǝ quando si deve andare a lavorare? Prima che iniziassi ad andare all’asilo mia madre mi affidava a mia nonna, che aveva appena sessant’anni, era in pensione ed era perfettamente in grado di prendersi cura di una neonata. Ma io non potrei lasciare unǝ miǝ ipoteticǝ figliǝ a mia madre, che lavora e lavorerà ancora per un bel po’; e non potrei lasciarlǝ nemmeno a mia nonna, che nel frattempo ha superato gli ottantacinque anni e non ha più le energie per stare dietrǝ a unǝ neonatǝ piangente o a unǝ treenne che corre da una parte all’altra della casa. E molte persone giovani poi hanno anche dovuto lasciare la città in cui sono nate e cresciute e dove ancora risiede la famiglia per trovare un lavoro altrove.

Tutto questo per dire che ci sono anche qui complessità da considerare: non è che in Italia non si fanno figliə perché siamo diventatə tuttə egoistə, spesso non si fanno perché ə figliə costano e la disoccupazione giovanile sfiora il 30% e lo Stato non offre così tante tutele e supporto economico ai neo-genitori. Non si fanno figliə anche perché ci si chiede quanto sia giusto portare al mondo una persona che poi dovrà gestire le conseguenze dei cambiamenti climatici appena affacciata all’età adulta: sembra una motivazione campata per aria ma in realtà è una preoccupazione legittima, soprattutto per chi già adesso protesta, manifesta, si informa ed è perfettamente consapevole del destino del Pianeta. Non si fanno figliə perché sarebbe doveroso offrire loro la versione migliore di noi stessə, il che comprende una salute mentale florida che le condizioni sociali ed economiche contemporanee continuano ad affliggere. Non si fanno figliə perché la maternità è senza dubbio una scelta, ma una che non tuttə sono liberə di fare.

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È un discorso simile (ma ovviamente non troppo, il parallelismo è ampio) a quello che si fa per l’aborto: “la vita è sacra e ə bambinə sono un dono prezioso” finché sono nella pancia delle loro madri, ma dal momento in cui ne escono chi se ne importa di come camperanno. Se vuoi unǝ figliǝ, ma non lo fai perché non hai la stabilità economica, logistica, affettiva e mentale per farlo allora rimani comunque parte di quella manica di egoistə che contribuiscono ad abbassare la natalità del Paese.

3. Perché tutto quello che possono e devono fare le donne è essere mamma?

Avevo detto che sarei ritornata sulla validità di voler essere una madre o non volerlo essere. Ecco, questa è la linea base sulla quale comunque torniamo sempre a battere: una donna che non vuole avere figliə è ancora una donna che ha qualcosa che non va (in Italia ma non solo), una donna immatura che cambierà idea crescendo, una donna che sta silenziando una parte di se stessa.

Così come non va bene ignorare le esperienze di vita di donne che vogliono figliə e non possono o non riescono ad averlə, non va bene screditare ogni possibilità di autodeterminazione di una donna per quanto riguarda il suo corpo— anche se è una cosa che in Italia è ancora all’ordine del giorno (looking at you, antiabortistə di ogni latitudine che vorreste solo vedere la 194 cancellata).

Bisogna eliminare la nozione di “scelta giusta” e “scelta sbagliata” che ancora grava sulla questione della maternità: una donna non è meno valida o meno donna o più egoista se sceglie di non avere figliə. Sarebbe anche ora di abbandonare l’idea della “brava italiana fattrice di tantə bambinə per la Patria” al passato e capire che le donne non sono uteri con le gambe, ma persone. Che idea radicale, no?

L’Italia è un Paese dove si parla delle donne solo se sono madri o se sono puttane: persino quando sono vittime, si cerca sempre di infilarle in una delle due categorie, “la santa che non meritava quello che le è successo” e “la ragazza che l’aveva lasciato e quindi un po’ se l’è andata a cercare”. Poche cose ci farebbero collettivamente bene come riuscire finalmente a superare il complesso Madonna-Maddalena e prendere coscienza che la realtà è complessa e piena di sfaccettature: che le donne possono voler figliə o non volerne e va bene così, è giusto così, è da rispettare così; che sì, tra il desiderare unǝ figliǝ e averne unǝ ci sono molti ostacoli, alcuni dei quali insormontabili; che la soluzione al problema della natalità va ben oltre il puntare il dito contro l’insieme delle donne che vivono dentro ai confini di questo stivale e dire “partorite di più”.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Yuris Alhumaydy, Standsome Worklifestyle, Thought Catalog, Igor Starkov, Karl Magnuson su Unsplash.

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