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La morte di Caroline Flack è un’altra ragione per arrabbiarsi per il modo in cui i media trattano le donne

Nell’ottobre 2019, pochi giorni dopo la Giornata mondiale della salute mentale, Caroline Flack, rinomata conduttrice televisiva e fino a poco tempo fa conduttrice dello show di punta di ITV, “Love Island”, ha scritto su Instagram delle pressioni che sentiva:

“Volevo scrivere qualcosa riguardo alla salute mentale la scorsa settimana, ma ero sommersa dal lavoro. E alcuni giorni è difficile scrivere dei propri sentimenti se non si è sereni. Le ultime settimane sono state difficili… È difficile per me parlarne… Credo che sia l’ansia e le pressioni della vita… E quando ho provato finalmente a parlarne con qualcuno, mi sono sentita dire che sono estenuante. Credo sia per questo che alcune persone si tengono le emozioni dentro. Io odio parlare dei miei sentimenti. E essere un peso è la mia paura più grande… Sono felice di riuscire a tirarmi su quando tutto sembra una merda. Ma che succede quando qualcuno non ce la fa? Siate buoni con gli altri. Non sapete mai quello che può star succedendo loro. Mai.”

Questo avvertimento, diretto sia ai media tradizionali sia a detrattori e fan, non è stato recepito da tutti. Quando Flack e il suo compagno, Lewis Burton, sono stati presumibilmente coinvolti in una rissa a casa di lei, giovedì 12 dicembre, Caroline è stata arrestata e accusata di aggressione. Il furore dei tabloid che ne è seguito può essere descritto solo come “allegro”.

Il Daily Mail ha pubblicato fotografie di macchie di sangue sulla porta di casa rosa di Flack, insieme a un elenco intitolato “A History of Flack’s Toyboy Lovers” (una cronologia dei ragazzi di Flack, NdT). Dipingendo Flack come una “cougar” (donna aggressiva, generalmente alla ricerca di ragazzi più giovani di lei, NdT), l’implicazione era che Flack fosse in qualche modo disturbata e che le accuse di aggressione fossero un risultato inevitabile del suo comportamento. La sua penitenza.
Ovviamente è impossibile sapere cosa sia successo, ma il trattamento mediatico subito da Caroline Flack è tristemente familiare ed emblematico di una più vasta tendenza del trattamento delle celebrità femminili nei e dai media. Nel corso degli anni il mio lavoro si è concentrato da vicino sulla rappresentazione di genere da parte dei media. Ho visto innumerevoli casi in cui le donne – che hanno sia talento che giovinezza dalla loro parte, e che osano uscire, vestirsi in modo glamour ed esprimere la propria opinione – sono state viste come una minaccia dalla stampa popolare.

Kathleen Rowe, un’ex giornalista ed editor americana diventata accademica, già scriveva delle “donne ribelli” negli anni Novanta, come quelle donne che “usano umorismo ed eccessi per minare le norme e l’autorità patriarcali”, citando esempi da Mae West a Roseanne Arnold. Ma le donne ribelli di adesso sembrano comportarsi diversamente. Come suggeriscono studi recenti sulle celebrità, le persone famose di oggi sono spesso interpretate come immagini, invece che come persone vere.

E questo è particolarmente vero per le donne. Nel loro studio delle forme e delle funzioni delle celebrità femminili, le accademiche Su Holmes e Diane Negra hanno identificato una specifica “dinamica di genere” nel trattamento delle celebrità di oggi, trasmessa chiaramente attraverso “l’interesse popolare e il piacere nelle sventure delle celebrità femminili”. Citando gli studi comparativi intrapresi dal reporter Alex Williams e pubblicate sul New York Times, le due ricercatrici hanno posto l’attenzione sulla sua scoperta, ovvero che vi è una disparità di genere nel trattamento mediatico di incidenti che coinvolgono il consumo di droghe, tentativi di suicidio, rotture delle relazioni e problemi di salute mentale. Williams ha concluso che:

“Gli uomini che cadono in rovina sono trattati con serietà e distanza, mentre le donne in simili circostanze sono oggetto di derisione, trollaggio e humor nero.”

Celebrità come merce

Mentre l’idea che le storie e le immagini possano ferire è già ben conosciuta, è facile dimenticare che le notizie giornalistiche non sono neutrali, a questo proposito. Le donne di alto profilo il cui compito, come quello di Flack, è quello di “esibirsi” o di condurre spettacoli in prima serata sono particolarmente esposte ai rischi di intrusione e diffamazione da parte della stampa. Il ruolo dei media nel “far abbassare loro la cresta” non è nuovo, ma parla di una lunga storia di abusi mediatici verso le donne, abusi che prendono e rigurgitano la dicotomia santa/puttana. In parole povere, le donne sono caste e materne oppure cattive, pazze e promiscue.

Certamente, una rappresentazione così semplicistica delle donne lavora a beneficio di una società in cui viene mantenuto il potere e il controllo maschili. E molte donne oltre Flack hanno subito trattamenti simili di recente, da Amy Winehouse a Meghan Markle.

Questo non è un gruppo di donne omogeneo, ma lo schema del loro trattamento lo è. Come per tutte le donne, la vita di Flack è stata senza dubbio complessa, ma è stata appiattita per il beneficio di fornire una narrazione popolare e poter esporre titoli sensazionalistici.

La salute mentale è un aspetto importante delle conversazioni che sono emerse sulla stampa dopo la tragica notizia del suicidio di Caroline Flack del 15 febbraio. Mentre gran parte delle notizie è stata empatica e ha messo in evidenza il suo talento e la sua gentilezza verso gli altri, in altri tipi di copertura mediatica c’è ancora l’idea che il suo lottare con la salute mentale dimostri quanto, dopo tutto, non fosse una donna degna [di essere ricordata con empatia, NdT]. Il Daily Mail non ha potuto fare a meno di riprendere la sua “turbolenta vita amorosa”, mentre The Sun – sebbene comprensivo – ha speculato su alcuni dettagli riguardo la sua salute mentale.

È importante notare che la stessa Flack non aveva avuto l’opportunità di parlare di quello che era successo. Nei mesi successivi al suo arresto, è stata messa a tacere, a parte un raro post su Instagram in cui ha accennato alla pressione sotto cui si trovasse.

“Mi è stato consigliato di non usare i social media … ma volevo dire buon Natale a tutti coloro che sono stati incredibilmente buoni con me quest’anno… questo tipo di attenzione e speculazione è tanto da sopportare per una persona da sola… Sono un essere umano, in fin dei conti e non verrò zittita quando ho una storia da raccontare e una vita da continuare… Mi prenderò del tempo per stare meglio e imparare alcune lezioni dalle situazioni in cui mi sono messa. Non ho altro che affetto e i migliori auguri per tutti <3”

Che si tratti di una strategia di silenzio stampa per vie legali o di una strategia di PR, è evidente che Caroline Flack non ha raccontato la sua storia, almeno non pubblicamente. E considerando il livello di trollaggio tossico a cui le donne di alto profilo sono spesso soggette online, non c’è da sorprendersi. Jesy Nelson, delle Little Mix, è solo un esempio recente di celebrità che ha denunciato i troll online che l’hanno spinta a tentare il suicidio.

Molto deve ancora cambiare. Il trattamento delle donne di alto profilo sulla stampa e online influenza tutte le donne perché è così visibile, così tangibile – dalle parlamentari, alle celebrità, alle adolescenti che cercano di destreggiarsi nella quotidianità. Ma colpisce anche tutta la società. Ci meritiamo di meglio. Ed è vero che, comunque, i media non sono una siringa ipodermica, che ci inietta un messaggio che viene ricevuto in modo diretto e assoluto. Ma la studiosa britannica Rosalind Gill ha anche affermato che la stampa non riflette solo la società e le norme di genere: li forgia.

Queste rappresentazioni e narrazioni sulle donne non sono autentiche ma, più che altro, sono dannose. Il cambiamento può avvenire ma deve essere strutturale, collettivo e buono. E se unissimo le forze per farlo accadere?

Fonte
Magazine: The Conversation UK
Articolo: Caroline Flack’s death is yet another reason to be angry at the way the media treats women
Autrice: Beth Johnson
Data: 17 febbraio 2020
Traduzione a cura di: Caterina Fantacci
Immagine di copertina: Unsplash
Immagine in anteprima: Ted Blog

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