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La paura di subire violenza non è “paura di vivere”
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La paura di subire violenza non è “paura di vivere”

Arianna Latini

Succede spesso che quando una persona esprime il proprio disagio e la paura che prova in certi contesti, anziché trovare il sostegno e il conforto che spera e che meriterebbe, si sente rispondere che “è esagerata”, “che non può vivere così”, che non sono problemi reali e che la sua è un’ossessione, una “paura di vivere”.

Data la frequenza con cui molte persone ne vengono tacciate, forse allora è il caso di riflettere un momento su quella che viene stigmatizzata come “paura di vivere”.

La paura di cosa, esattamente?

Innanzitutto dovremmo precisare, senza mezzi termini e senza girarci attorno, che le persone non hanno paura di vivere, semmai hanno paura di essere molestate, aggredite, violentate, picchiate, stuprate, uccise. È di questo che molte persone hanno paura.

E non si tratta solo di donne. Sempre più spesso membri della comunità LGBTQ+, persone nere e/o con disabilità vengono accusate di sottolineare con un po’ troppa enfasi, con eccessiva frequenza o senza sufficienti eufemismi, quali difficoltà e disagi quotidiani siano costrette ad affrontare.

Ed ecco che tenere all’incolumità della propria persona, alla tutela del proprio corpo, alla salvaguardia del proprio diritto all’integrità, alla salute e alla vita diventa quasi un’azione che richiede delle giustificazioni, un inquadramento, una contestualizzazione. Sicuramente un’attenuazione. Ci ritroviamo a spiegare quali ragioni ci spingano ad adottare determinati comportamenti, a motivare i nostri atteggiamenti, a commentare con note esplicative le nostre reazioni. Comportamenti, atteggiamenti e reazioni che tra l’altro non ledono nessuno, eppure hanno la capacità di turbare l’animo di chi non li comprende.

Il punto è che non possiamo imporci di non avere paura né tantomeno dobbiamo scusarci per averne.

Perché questa paura?

La paura è un campanello di allarme: è il nostro corpo a suonarlo per avvisarci di un possibile pericolo, che sia reale o eventuale, imminente o remoto. Non si sceglie di avere paura: la si prova e basta. Come altre emozioni, accade prima che noi possiamo comprenderla e interpretarla, è pre-razionale. E questo non equivale a dire che la paura sia immotivata. Ad esempio, la lista delle buone ragioni per cui alcune persone preferiscono non usare un mezzo pubblico affollato sarebbe lunghissima: sicuramente in un bus vuoto la probabilità di ricevere sguardi, commenti o tocchi non richiesti si azzera. E viceversa: evitare di camminare la sera per strada da sol* toglie di mezzo il pericolo di incontri potenzialmente pericolosi. Ma il punto è che non dovremmo limitarci per sentirci al sicuro.

Piuttosto che chiederci perché abbiamo paura, chiediamoci perché qualcuno ce ne incute. Anche non volendo. Chiediamoci e chiedeteci perché in un autobus pieno ma privo di molestatori alcune persone hanno paura lo stesso e cercano comunque i posti esterni o più vicini all’uscita.

E soprattutto non fermiamoci alla storia personale nostra o di chi ci sta di fronte. Non si tratta solo di questa o quella persona, non si tratta soltanto di me o di te, del nostro vissuto, della nostra esperienza personale. Siamo inevitabilmente davanti a un problema sociale sistemico. E i problemi sociali sistemici non si risolvono a colpi di “Che esagerata!”, “Addirittura?”, “Allora fai prima a non uscire di casa”.

Prima accettiamo che il problema non sia di pochi sfortunati soggetti che casualmente e sfortunatamente si sono trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato, prima possiamo cercare di rimediarvi. No, non tutti gli uomini sono da temere e no, non tutte le donne hanno paura. E, rispettivamente, non tutti i bianchi e non tutti i neri, non tutte le persone etero cisgender e non tutta la comunità LGBTQ+. Ma in una società giusta chi ha il privilegio della sicurezza dovrebbe stare al fianco di chi non ce l’ha, invece di deriderl*.

Cosa si può fare quando qualcuno ci dice di avere paura?

Ammettiamo pure di avere compreso la natura sociale e sistemica del problema – che poi è un problema tanto di chi questa paura la prova quanto di chi la vede negli occhi dell’altro: che ce ne facciamo della comprensione? Come possiamo sfruttarla positivamente?

Sicuramente non basterà una singola parola o un’azione individuale a cambiare strutturalmente le cose. Certo è che se da qualche parte non si comincia, se nessuno inizia a fare qualcosa, sarà impossibile uscirne. Se una persona decide di esternare e condividere le sue paure, non servirà a niente sminuirle nell’intento di aiutarla ad affrontarle. In primo luogo, è importante prestarle ascolto e rispettare le sue emozioni.

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Il tono polemico o paternalistico non porta mai a nulla, se non a un’ulteriore frustrazione che chi in quel momento sta già esprimendo paura non merita di provare. Uno sterile commento personale, tendenzialmente non richiesto, da parte di chi quella paura non l’ha mai provata e non si sforza minimamente di comprenderla, non è mai proficuo. In che modo essere oggetto di scherno o di minimizzazione dovrebbe aiutare a superare una paura?

Non aiuta nemmeno sostituirsi alla persona in difficoltà, dicendole quello che dovrebbe fare, pensare o dire in determinati contesti. Nessun essere umano si diverte a vedere la propria libertà limitata o condizionata o, più semplicemente, a dover affrontare situazioni in cui non si sente a proprio agio. Non serve a niente sciorinare “cosa farei io”, perché io non sono la persona che mi sta parlando, non ho il suo vissuto alle spalle, la sua storia, le sue esperienze, né provo o posso provare le sue stesse identiche emozioni.

Metodi alternativi al giudizio

Anziché giudicare, biasimare, sminuire potremmo cercare di fare qualcosa di utile. Essere di supporto è di solito quello che ci vuole. A volte basta essere fisicamente o moralmente vicini alla persona spaventata: se una persona che conosco ha paura di prendere un mezzo pubblico posso, ad esempio, sedermi accanto a lei o tenerle compagnia a distanza, magari con una telefonata o dei messaggi. Nel caso le paure dovessero farsi più gravose e insistenti e si rendesse auspicabile un aiuto esterno, posso suggerirle chi di competenza per affrontarle.

Metodi risolutivi

È scontato, ma visto che siamo ancora qui a parlarne forse è bene ribadirlo: l’unica soluzione definitiva alla “paura di vivere” è educare le persone a non incuterne. Piuttosto che insegnare ai bambini e alle bambini, agli uomini, alle donne e alle persone tutte come difendersi, dovremmo cominciare a insegnare come comportarsi per non rappresentare una minaccia agli occhi degli altri.

Il modo risolutivo per sconfiggere la paura, dunque, è annientare il mostro.

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