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La prima volta che ho creato un gruppo maschile
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La prima volta che ho creato un gruppo maschile

Lorenzo Gasparrini

Certamente non ci si alza la mattina avendo voglia di creare un gruppo maschile che discuta le questioni di genere, con l’obiettivo di creare i presupposti per ripensare il maschile in maniera non patriarcale. È qualcosa che si è formato, in me, piuttosto lentamente. Frequentavo già le riunioni di un gruppo simile, che però non mi davano una grande soddisfazione: non c’era molto confronto con generazioni diverse dalla mia, soprattutto generazioni più giovani, e non era quasi mai rappresentata una maschilità diversa da quella etero – due cose che desideravo molto.

Le desideravo perché il confronto con tanti femminismi mi ha fatto capire che molte cose sul proprio genere e orientamento sessuale (nel mio caso, l’eterosessualità maschile) non riesci a comprenderle né a conoscerle finché non ti confronti con altre sensibilità. Un corpo diverso dal tuo vede, sente, subisce cose e si esprime in modi che per te possono essere del tutto invisibili. Per svelare il più possibile i poteri che sono in gioco nelle relazioni, le minime violenze attuabili con un gesto o una parola, stereotipi e luoghi comuni dolorosi per molti e molte, serve il confronto con chi è diverso da te. Altrimenti ci si racconta sempre le stesse cose e non si va molto avanti.

Quella precedente esperienza mi ha comunque aiutato a capire un fenomeno interessante – oltre che a conoscere ottime persone. Sono venuto a conoscenza di tantissimi gruppi maschili sparsi sul territorio italiano che fanno molte attività interessanti – CAV maschili (CAM), attività nelle scuole, sensibilizzazione alle questioni di genere, riflessione sul maschile, e così via – che vengono molto poco pubblicizzate.

Da una parte, ed è ovvio, c’è una grossa resistenza al diffondersi di attività che sono subito colpite da opinioni stereotipate o da veri e propri stigmi sociali. Ricordiamoci che questo è un paese dove chi va dall’andrologo è “uno che ha un problema a fare sesso”, e non uno che semplicemente si occupa della propria salute.

Dall’altra, si tratta di fenomeni politicamente molto poco gestibili e che quindi si tende a ignorare o a sottostimare, perché si è già visto più volte che un gruppo di uomini pronti a mettere in discussione il potere patriarcale sono decisamente poco tollerati sia “da destra” che “da sinistra”.

Insomma, nel più banale dei modi, un bel giorno metto un annuncio su Facebook: cerco maschilità di ogni sesso, genere e orientamento per creare un gruppo che rifletta sulle questioni di genere, con una particolare attenzione alla violenza di ogni tipo e ai rapporti con i femminismi.

Ho voluto iniziare il lavoro con un gruppo adoperando lo strumento del separatismo che, ci tengo a ripeterlo, è uno strumento politico, e non una identità o una ideologia politica; questo perché può capitare che la presenza dell’elemento femminile possa imbarazzare o comunque inibire durante la discussione, specie se sono sul tavolo argomenti delicati e personali. Ho anche desiderato che tutto ciò avvenisse in uno spazio politicamente liberato, e non “a casa mia” o in un locale commerciale, sempre per dare il giusto connotato politico agli incontri.

Dopo due anni e mezzo eccoci ancora qui, riusciamo a vederci almeno una volta al mese e si lavora sempre parecchio e con molto divertimento. Come in tutti i gruppi, c’è l’incontro in cui siamo in tre e quello in cui siamo quasi in venti; c’è la volta che si finisce in un’oretta e la volta che si tira avanti fin dopo mezzanotte, ma credo sia del tutto normale. In più, dopo circa un anno e mezzo, abbiamo smesso col separatismo e sono ammessi ai nostri incontri, a seconda dell’argomento, tutti i sessi, i generi e gli orientamenti.

A cosa serve un gruppo come questo?

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È facile da spiegare: non ci sono luoghi, soprattutto per gli uomini, nei quali ci si possa confrontare, personalmente e politicamente, sulle questioni di genere in maniera libera. Sono argomenti che non si toccano a scuola se non per iniziative sporadiche, né sul luogo di lavoro, né attraverso i media, che anzi ne distorcono spesso la percezione e il linguaggio.

Credevo che un gruppo del genere fosse solo una mia necessità: mi sono ricreduto provando a condividerla.

Un gruppo permette anche di interagire con altri gruppi già esistenti su questi stessi argomenti, condividendo parole e pratiche. Si smuovono intelligenze collettive e modi di partecipare che il singolo, per quanto competente, illuminato e con molto tempo a disposizione, non può contribuire a sviluppare da solo. Così, quasi per scherzo e per scommessa, si crea qualcosa per fare politica insieme e per fare cultura insieme, dal proprio territorio a chissà dove.

E, cosa da non sottovalutare, ci si diverte davvero tanto.

Leggi i commenti (2)
  • Per lavoro sono immersa quotidianamente in un ambiente prettamente maschile, uomini sono tutti i miei colleghi che ho avuto negli anni, uomini i contatti e via dicendo e… Ho notato che moltissimi di quelli che a contatto con il “pubblico” si sentono in dovere di fare commenti e battute da macho stereotipato, poi nel privato e parlandogli direttamente in realtà non le pensano davvero.
    È che purtroppo è ancora diffusa questa idea che un uomo per essere tale debba fare certi commenti e certi discorsi, molti non si soffermano neppure a valutare se sono cose che pensano davvero o se più spesso sono stereotipi che stanno recitando.

    Quindi ben venga una iniziativa del genere, molti “machi” credo che sentano perfino il bisogno della possibilità di parlare in modo serio di certi argomenti, senza dover reggere la parte… Ma non osano farlo nella società.
    C’è solo da guadagnare quindi!

  • Interessante articolo sulle “questioni di genere” da un punto di vista etero, cosa ancora abbastanza rara. Così com’è interessante tutta l’attività di blogger di Lorenzo Gasparrini (da salvare la pagina “altre cose che faccio in rete” da leggere poi con calma). Attualmente è un punto di vista assai outsider. Si può aggiungere che la prima linea di discriminazione è quella sessuale? Soprattutto dei luoghi comuni fisici. Per esempio che una caviglia grossa generi rifiuto fisico sull’intera persona. Alla fine il sessismo sessuale è trasversale, impone i suoi modelli, genera compartimenti stagni, produce una marea di insicurezze e infelicità che esisterebbero anche in un mondo paritario. Se poi uno ha gusti diversi, gli si dice che gli va bene “di ogni” basta che respiri.

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