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La questione della simmetria (che non c’è)
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La questione della simmetria (che non c’è)

Lorenzo Gasparrini

Ancora nel 2021, puntualmente assistiamo a uno spettacolo sconcertante: si continua a commentare la notizia di una violenza di genere contro una donna (dal femminicidio allo stupro, allo stalking al catcalling) con una frase, un link, uno pseudo-ragionamento che contrappone a quella notizia un altro esempio di violenza che si vorrebbe “simmetrica”. Si tratta di violenza fatta dal genere della vittima a una persona del genere che era, nella notizia originale che si vuole commentare, colpevole della violenza. Questo “vizio” della simmetria lo si ritrova anche in commenti di qualsiasi tipo sui femminismi come pratiche, movimenti, lotte, idee: si argomenta cioè che tanti femminismi “violenti” o “estremi” diventino, simmetricamente, maschilismi.

Chi scrive cose del genere, va detto chiaramente, è una persona molto confusa: i rapporti tra i generi non sono simmetrici e non lo diventano perché due individui di genere diverso “fanno le stesse cose”. La differenza tra loro li posiziona socialmente in maniera diversa, quindi la violenza che subiscono (o che agiscono) non è e non può mai essere simmetrica. Per riportare un esempio: non c’è dubbio che una persona particolarmente magra possa subire body shaming, ma questo non è nulla di “simmetrico” al body shaming subito da una persona grassa (che fa parte dell’oppressione sistemica subita, lo ricordiamo). Le forme di potere discriminatorie nascono per ratificare una gerarchia tra le persone in senso verticale, lasciandone qualcuna più in basso – socialmente, economicamente, moralmente – rispetto a chi agisce quella forma di potere. Non c’è un “contrario”, il rapporto non è “simmetrico”, altrimenti non esisterebbe quella gerarchia verticale.

Gli esseri umani sono tutti differenti tra loro, e riunirli in categorie a seconda di queste differenze non serve tanto a spiegare i fenomeni sociali quanto a cercare più efficaci soluzioni a problemi sociali proprio attraverso l’isolamento di alcune caratteristiche significative. La violenza di genere subita dalle donne è tale in virtù del loro genere e dei significati che storicamente si sono dati alle caratteristiche del loro corpo – a ciò che può fare o subire.

Uno stupro subito da una donna non è simmetrico a uno stupro subito da un uomo: è un’altra cosa, del tutto differente seppur mai più o meno “grave”; perché le diverse persone (etero, omo, cis, trans*…) non sono “intercambiabili” nei fatti sociali e nei significati sociali di quei fatti. In più, gli eventi storici che hanno colpito negativamente quelle categorie, che hanno caratterizzato la storia del loro genere, non sono “simmetrici” a nessun altro genere proprio per via di quelle differenze: infatti, il significato sociale (sociale, si badi bene) di una violenza cambia a seconda di chi la subisce.

Dentro il discorso ipocrita e fuorviante della simmetria si nasconde sempre e ancora, oltre a ignoranza e malafede, la differenza non capita tra uguaglianza e parità. La violenza che una donna infligge al marito non è quella che un marito infligge a una moglie perché un “marito” non è socialmente equivalente a una “moglie”: sono ruoli sociali diversi, costruiti e insegnati socialmente in maniera diversa e del tutto non simmetrica. Rispondere “eh ma anche le donne lo fanno” semplicemente non significa nulla: nessunə mette in dubbio che persone di ogni genere possano fare violenze di ogni tipo, ma è altrettanto indubbio che nessuna di queste violenze si possa intendere “simmetrica” – cioè speculare, identica a parti invertite, corrispondente socialmente all’altra – alla stessa violenza fatta scambiando vittima e colpevole. Vittima e colpevole non sono mai “la stessa cosa” per cui “a generi invertiti” la violenza sarebbe identica. Chi si occupa professionalmente di una violenza non deve occuparsi dell’altra perché non sono la stessa cosa. Serve prepararsi, studiare e fare ricerca lungo strade diverse, non attraverso contrapposizioni che non hanno senso.

Lo stesso livello di inutile tossicità ce l’hanno definizioni pseudoscientifiche, come ad esempio l’ultima scritta da un conosciuto psicanalista e saggista in un suo spazio social. Dire una frase come “il femminismo ideologico è il riflesso speculare del maschilismo” denuncia in chi la scrive gravi mancanze teoriche e pratiche. L’uso negativo del termine ideologia e dei suoi derivati viene da una misinterpretazione della parola in uso presso la peggiore retorica politica, e non ha alcun rapporto col significato del termine, che di suo non ha un’accezione negativa in nessuna delle discipline dove di solito viene usato.

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Anche volendo accettare quel significato spregiativo, il “femminismo ideologico” semplicemente non esiste, perché i femminismi nascono come pratiche di libertà e non come forme del pensiero, e poi perché femminismo e maschilismo non possono per definizione essere mai simmetrici. Nessun femminismo odia gli uomini – al massimo, manifesta per loro indifferenza politica. Nessun femminismo può essere “riflesso speculare” di un maschilismo, perché nascono da posizioni sociali differenti, incompatibili, lontane e certamente non connesse da nessuna simmetria.

Chi trova sensate le simmetrie di cui abbiamo parlato cerca solo di mescolare indebitamente cose che non hanno nulla in comune tra loro, trascinando pratiche e teorie essenzialmente e storicamente diverse in uno stesso calderone per far vedere che in fondo non sono tanto diverse – cioè per negare la gerarchia verticale che le genera diverse: il patriarcato. Nessunə femminista potrebbe avere motivo di farlo; evidentemente, questa abitudine è tipica di chi femminista non è e non sa cosa vuol dire.

Bibliografia:
G.M.Pacilli, Uomini duri, Il Mulino
J.Katz, The Macho Paradox, Sourcebooks Inc
M.Vianello, E.Caramazza, Donne e metamorfosi della politica, Editori Riuniti
R.Connell, Questioni di genere, Il Mulino
V.Tripodi, Filosofie di genere, Carocci
Lasciatele vivere, Pendragon
Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Alex IbyEric Wardian dooley su Unsplash e di inesbazdar

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