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“La Russia non tace”: come ə cittadinə comunə si oppongono alla guerra

“La Russia non tace”: come ə cittadinə comunə si oppongono alla guerra

Dal 24 febbraio, quando sono iniziate le manifestazioni contro la guerra, in Russia sono state arrestate più di 7.600 persone. La gente continua a scendere in piazza, ben consapevole di rischiare detenzioni, multe e problemi sul lavoro. Anna Gavrilova, che attualmente si trova a San Pietroburgo, ci racconta le proteste da una prospettiva interna.

“Chi sono io? Un russo, un cittadino della Federazione Russa. Rispetto la legge, pago le tasse, mi considero un patriota. Ma mi rifiuto di associarmi alla Russia, all’esercito e allo Stato che hanno intrapreso questa guerra. Ma la mia Russia non tace. Si infuria, scende in piazza e dice no alla guerra. E se noi siamo ə ultimə cittadinə di questa Russia, di questa Narnia che ormai esiste solo nei nostri cuori, allora vorrei solo che il mondo ci ricordasse così.”

Queste parole le ha scritte il mio amico Slava Malachov, creatore della pagina web “Dorevoljuzionnyj sovetčik” (“Consigliere prerivoluzionario”), abbastanza nota in Russia, e fondatore dell’omonimo gruppo musicale.

Slava partecipa regolarmente alle manifestazioni di Mosca e San Pietroburgo e fa attivismo contro la guerra sia sulla sua pagina che ai suoi concerti. Io vivo a San Pietroburgo, nota per i suoi musei e la sua vivace vita letteraria. Nei bar si declamano poesie e sui muri si dipingono ritratti di Charms. Ho moltə amicə artistə, e quasi tuttə, con rarissime eccezioni, sono contrarə alla guerra. Anche ə più filorussə, quellə che credevano che l’Ucraina dovesse cedere il Donbass, sono sotto shock e non trovano giustificazione ai bombardamenti di Kiev e Charkiv. La città protesta ogni giorno: la gente si raduna a Gostiny Dvor (galleria commerciale nel centro della città, ndT) e affigge volantini contro la guerra a ogni angolo.

Le nostre chat raccolgono le notizie dai vari fronti. “Ragazzə, stanno trattenendo Tanya in centrale, vado a portarle un pacco.” “Evitate la prospettiva Nevsky: ci sono ə cosmonautə (è così che chiamiamo ə poliziottə antisommossa).” “Accidenti, è un miracolo che non mi abbiano caricato sul furgone. Hanno preso alcune persone a un paio di metri da me.”

Volantini bianchi, cosmonautə nerə

Capisco immediatamente che, se non mi unisco alle proteste, non riuscirò più a guardare negli occhi né la mia amica ucraina, né il mio riflesso nello specchio. Inizio a cercare qualcunə con cui andare alla manifestazione del 27 febbraio, ma nessunə deə mieə amicə è liberə. Poi, all’improvviso, uno deə mieə più acerrimə oppositorə nelle discussioni politiche scrive che suo figlio, Misha, va alle manifestazioni ogni giorno. Gli chiedo di metterci in contatto, e in pochi minuti fissiamo un appuntamento. Arrivo alla stazione della metro un po’ in anticipo e mi siedo su una panchina. A venti metri da me c’è una pattuglia, ə poliziottə indossano giubbotti antiproiettile e ogni tanto perquisiscono ə ragazzə che passano. Non fermano me: non ho un aspetto pericoloso.

“Ci sono le guardie. Prendiamoci per mano, facciamo finta che siamo una coppietta e che stiamo facendo una passeggiata”, mi fa subito Misha. “Ə ragazzə mi hanno detto che le coppie non le fermano mai. Lə ho conosciutə ieri. Andiamo, te li presento.”

Vicino al Gostiny Dvor c’è una folla compatta. Gridano “no alla guerra”, “vergogna”, “l’Ucraina non è nostra nemica”. Raggiungiamo ə amicə di Misha. Uno dice di chiamarsi Sasha, mentre ə altrə si rifiutano di dire i loro nomi e indossano la mascherina. La polizia urla dall’altoparlante che stiamo violando le restrizioni anti Covid. Il che suona a dir poco cinico, considerando che ə detenuti vengono messi a sedere in gruppi da 30 in stanze minuscole.

“Ci sono ə cosmonautə”, mi fa Misha mentre mi tira per la mano. Camminiamo a passo d’uomo lungo il Gostiny Dvor, e a un certo punto, a pochi metri da noi, alcunə poliziottə afferrano una manifestante e la trascinano via. La folla intorno a noi si assottiglia e si suddivide in tanti piccoli gruppi, e “no alla guerra” inizia a risuonare altrove.

Sembra che ci fosse moltissima gente, ma è pressoché impossibile capire chi fosse qui per la manifestazione e chi fosse solo di passaggio. A un certo punto, iniziano a spingere le persone verso destra, sul lato opposto della piazza. Facciamo finta di essere deə semplici passantə e superiamo con calma la polizia.

Ci riversiamo lentamente sulla prospettiva Nevsky, che percorriamo camminando sui marciapiedi e fermandoci al semaforo rosso, come fanno le persone per bene. Tuttə continuano a gridare slogan e ad affiggere volantini contro la guerra. Le macchine suonano il clacson, una donna ci fa il gesto del cuore dal finestrino.

Non è molto chiaro dove stiamo andando. Sul canale Telegram “Pietroburgo contro la guerra”, in cui si condividono informazioni sulle manifestazioni, all’improvviso appare un messaggio: il corteo si sposta sulla prospettiva Liteyny e procederà lungo via Kirochnaya. Va bene, diciamo. Misha, nel frattempo, mi racconta che sta studiando per intraprendere la carriera marittima, ma non sa come riuscirà a svolgere il tirocinio obbligatorio: nelle acque interne non servono moltissimə marinaə, e la maggior parte dei Paesi non concede più visti aə russə.

“Furgone!”, gridano da dietro. A venti metri da noi, la polizia inizia ad afferrare ə manifestanti. Noi ci tuffiamo nel cortile più vicino, ma ci accorgiamo immediatamente che è chiuso da una grata. Il furgone nel frattempo si avvicina…

Passa un’anziana signora, e una delle ragazze la supplica di lasciarci entrare da lei. La signora borbotta qualcosa suə giovanə che non conoscono la vita, ma poi apre il cancello con una chiave magnetica. Ci tuffiamo dentro, corriamo attraverso il cortile e raggiungiamo la porta d’ingresso. Restiamo in piedi. Aspettiamo. Non c’è campo. Stabiliamo che, se ə inquilinə minacciano di chiamare la polizia, noi diremo che stavamo semplicemente parlando di un compito in classe di fisica, e che non avevamo idea della manifestazione in corso.

Dieci minuti dopo, iniziamo a controllare i paraggi: niente polizia, niente manifestanti. La città appare silenziosa e tranquilla. Bene, ora dove andiamo?

“Su Telegram hanno scritto che stanno andando tuttə allo Smolny.”

“La cattedrale o l’edificio del governo di San Pietroburgo?”

“E che cavolo ne so.”

“Beh, se scrivono “lo” Smolny, non credo che intendano la cattedrale …”

Attraversiamo i Giardini Tavrichesky e camminiamo verso il palazzo del Governo. Nel giardino, tranquillə e serenə, passeggiano bambinə e coppiette. Da uno degli altoparlanti suona la canzone “Poezd v ogne” (“Treno in fiamme”) di Grebenšikov: “Siamo in guerra da settant’anni, ci è stato insegnato che la vita è una battaglia. Ma stando ai nuovi dati dell’intelligence, eravamo in guerra con noi stessi”.
Siamo quasi all’uscita dei Giardini, quando vediamo un corteo che grida “no alla guerra”. Sembra che venga proprio dallo Smolny. Cosa sta succedendo? Il corteo si è diviso? Si è esteso? Su Telegram non risponde nessunə. Procediamo lo stesso, finché non ci accorgiamo che allo Smolny ormai c’è solo la polizia. Decidiamo che per oggi può bastare, e andiamo a mangiare una pizza. La città è tranquilla e noi mangiamo la pizza, come se niente fosse, come se non ci fosse la guerra.

Pacifismo, ovvero estremismo

Verso sera, sul canale Telegram “Pietroburgo contro la guerra” viene condiviso il link ad un’altra chat, in cui migliaia di persone si chiedono come fare per andare avanti, per continuare a protestare, per non restare semplicemente a guardare. Qualcunə propone il flash mob “zelyonaja lenta” (“nastro verde”): l’idea è andare in giro per la città e legare dappertutto nastri di tessuto verde, a simboleggiare la pace e la primavera. In questo modo, dicono, la polizia non ci prenderà. Sì, come no.

Io e il mio amico riusciamo a legare alcuni nastri alla ringhiera di un ponte. Ci avvicina un furgone da cui saltano fuori cinque poliziottə con indosso mascherine e giubbotti antiproiettili. Afferrano il mio amico e lo caricano in macchina, e poi iniziano a interrogarmi. Mi perquisiscono la borsa, ma non trovano nulla di illegale. Non mi controllano le tasche, dove tenevo i nastri. Sequestrano invece i nastri del mio amico.
Dopo qualche conversazione alla radio, decidono di lasciarci andare, ma ci avvertono che la prossima volta non ce la caveremo così facilmente. Andiamo oltre, e una comitiva di ragazzə ubriacə viene verso di noi, suonando una chitarra e cantando un brano di Letov: “Uccidi lo Stato in te stessə!” Chissà se lə hanno arrestatə.

Mentre venivamo fermatə con i nostri nastri verdi, altrə attivistə facevano picchetti in metropolitana. Il piano era mettersi in piedi, a turno e uno alla volta, vicino alla stazione più vicina, esibendo un cartello contro la guerra.

C’era circa una chat per ogni distretto, ed era lì che avveniva il coordinamento. Com’è andata? Nessunə diceva a nessunə cosa fare. Le persone si mettevano d’accordo tra di loro, cercando al contempo di organizzare le prossime mosse. Qualcunə suggeriva di organizzare un incontro con unə deputatə; qualcunə altrə, di trovare un lavoro da promoter, così da poter distribuire volantini senza destare troppi sospetti; altrə ancora, di organizzare finte analisi statistiche, durante le quali avrebbero chiesto l’opinione della gente riguardo alla guerra e avrebbero cercato di informarla.

Accetto di incontrare un utente della chat che vive nelle vicinanze, ma subito mi chiedo: e se questa persona non fosse il dolce studente Žora, ma un agente federale? Tuttə questə utentə si mettono d’accordo e organizzano picchetti alla metropolitana, ma quantə di loro sono in realtà spie o troll? Dopotutto, chiunque può entrare nella chat. Moltə deə iscrittə non sono né rivoluzionarə né agenti 007, ma persone comuni, che sono inorridite da quanto sta accadendo e che, forse per la prima volta in vita loro, si mettono davvero in discussione.

Unə utente con un nickname arabo intasa la chat con centinaia di video porno. L’ amministratorə, a quanto pare, è sparitə, visto che non interviene. Qualcuno fa una battuta amara: “Ci manca solo che adesso, oltre che di estremismo, ci accusino anche di diffusione di materiale pornografico”. Non posso fare a meno di pensare che anche l’ amministratorə potrebbe essere in realtà unə agente federale. Alla fine, viene fuori che è statə arrestatə.

Poetə contro la guerra

La petizione per porre fine alla guerra conta già più di un milione di firme e sarà ufficialmente inoltrata al presidente. Inoltre, diverse comunità professionali hanno sottoscritto lettere collettive. Persino i sacerdoti: al momento, l’appello dei sacerdoti della Chiesa ortodossa russa è stato firmato da più di 250 persone. Si tratta di un numero irrisorio ma significativo, considerando quanto sia difficile per un sacerdote trovare un’altra occupazione. La lettera deə architettə e deə urbanistə della Russia è stata firmata da oltre 6.600 persone, quella deə medici da oltre 11.000. Moltə mieə amicə e conoscenti hanno firmato la lettera collettiva deə poetə della Russia, ideata da Elizaveta Alekseeva (in arte argentum).

Elizaveta si dice consapevole del fatto che la gente firma queste lettere principalmente per sentirsi a posto con sé stessa, e non perché creda davvero che esse arriveranno al destinatario. Dichiara inoltre:

“Ma l’importanza di queste lettere sta anche nella solidarietà. La solidarietà di una comunità fa più rumore di quella di un singolo, anche se quel singolo grida con tutte le sue forze. Negli ultimi giorni ho pensato molto ai risultati non solo di questa lettera, ma di tutte le mie iniziative, e non ho potuto fare a meno di pensare a quanto nulla di tutto ciò sia sufficiente. Le parole, gli appelli e le persone in piazza non basteranno a fermare tutto questo. Ma questo pensiero non è utile. Per questo, preferisco concentrarmi sulle persone intorno a me, sulle firme che vedo su questa lettera, sul fatto che noi ci siamo e siamo tantə, e che nel giro di a malapena due giorni sono nate migliaia di iniziative contro la guerra”.

Alle serate open mic, dove vado spesso, almeno due terzi delle poesie e delle canzoni riguardano la guerra. Quasi tuttə esprimono il proprio dissenso, in maniera chi più, chi meno diretta. Anche ə mieə amicə musicistə si apprestano a organizzare un evento contro la guerra. Si sono rivoltə a numerosi locali, ma nessuno ha dato la propria disponibilità; non perché non siano a favore della pace, ma perché hanno paura. Un bar, alla fine, ha acconsentito.

“E sapete qual è il bello? Sul retro c’è un’uscita di sicurezza, entrambe le porte sono blindate e possono essere chiuse a chiave. Utile, nel caso in cui arrivino i soldati imperiali”, scherza amaramente l’organizzatore.

Le persone hanno paura. Molte di loro hanno figlə e si chiedono: a chi potrò lasciarlə se mi sbattono dentro per due settimane? E se invece me ne danno quindici per “diffusione di notizie false sulle operazioni dell’esercito russo”? È per questo che a scendere in piazza sono perlopiù ə giovanə, che dal canto loro rischiano di essere espulsə dall’università. La prossima grande manifestazione si terrà il 6 marzo, nelle piazze principali di tutte le città. Moltə deə mieə amicə, che hanno deciso di partecipare, stanno già cercando qualcunə che, eventualmente, possa poi andare a dar da mangiare ai loro gatti.

“Dov’ero otto anni fa?”, dice il mio amico, imitando la retorica patriottica. “Avevo 11 anni, i miei genitori stavano divorziando, non avevo tempo per gli eventi storici. E ora guardo a quanto sta accadendo e cerco di svegliarmi. Così non va bene. Non è giusto. Che cavolo stiamo facendo?”

“Pensare aə nostrə giovanə ragazzə, che vengono gettatə in pasto alla guerra con l’inganno e che muoiono di morti improvvise, assurde e indegne, mi lacera il cuore. Ma mi fa ancora più male cercare di mettermi nei panni di chi vive schiacciatə dalla propria codardia. Di chi vive tradendo se stessə. Se l’inferno esiste davvero, esso si regge sull’anima di queste persone, che trovano qualsiasi genere di scusa: ə figlə, i debiti, la transitorietà dell’esistenza, la confusione a livello mondiale, la geopolitica. Preferirei morire all’istante piuttosto che essere come loro. Ora mi è spaventosamente chiaro che la cosa peggiore che possa capitare nella vita è nascere codardə. Io continuerò a parlare, forte e chiaro, fosse anche l’ultima cosa che faccio”, scrive Slava Malachov.

Lui è coraggioso. Io non molto. E inizio a pensare che probabilmente sarebbe meglio lasciare la Russia, prima che sia troppo tardi. Ma a quel punto, come farò a guardarmi allo specchio senza vergognarmi di me stessa?

Fonte
Magazine: Delfi
Articolo: “Россия не молчит”. Как простые россияне протестуют против войны
Scritto da: —-
Data: 03/03/2022
Traduzione a cura di: Paola Galluccio
Immagine di copertina: Unsplash
Immagine in anteprima: freepik

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