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La sessualità, una questione di educazione

La sessualità, una questione di educazione

I rettori delle accademie francesi hanno ricevuto giovedì (13 settembre 2018, NdT) una circolare ministeriale che ricordava loro che i corsi di educazione sessuale sono obbligatori dal 2001. L’occasione di torcere il collo a una campagna di disinformazione orchestrata dalla Manif pour tous e compagnia bella.

Il governo sarebbe «satanista», vorrebbe «legalizzare la pedofilia» o ancora «insegnare la masturbazione nella scuola materna»… Cosa potrà mai scatenare un simile incitamento sulle reti sociali e negli ambienti conservatori? Una semplice circolare, destinata a ricordare ai rettori d’accademia la legge in vigore da diciassette anni in materia di educazione alla sessualità. E a spingerli a metterla in pratica. La Segretaria di Stato per le Pari Opportunità Marlène Schiappa aveva annunciato l’invio di questo testo verso la metà di luglio, precisando che questo tipo di educazione alla sessualità potrebbe essere l’occasione di affrontare la parità tra i generi e insistere su nozioni come il consenso («rispetto per gli altri»). È iniziata allora una vasta campagna di disinformazione che ha raggiunto l’apice verso la fine di agosto, quando Marlène Schiappa si è trovata costretta a smentire ufficialmente tutte le voci, persino le più strambe, per rassicurare genitori di allievi talvolta preoccupati e spesso persi. Questa circolare che fa tanto arrabbiare (arrossire?) è stata pubblicata sul Journal officiel (Gazzetta ufficiale, NdT) e inviata giovedì ai rettori d’accademia dal Segretariato di Stato per le Pari opportunità e dal Ministero dell’Istruzione. È proprio necessaria? Si tratta di una svolta radicale nell’educazione delle testoline bionde (i bambini francesi, NdT)? Perché una tale agitazione?

Chi agita lo spettro della masturbazione?

Alcune politiche di «depravazione sessuale» qualificate come «nocive» e che meritano senza mezzi termini che «venga condotta una lotta per la protezione dell’infanzia»… Come molti detrattori dell’educazione alla vita affettiva e sessuale a scuola, Farida Belghoul esagera. Le sue argomentazioni, troncate come virulente, hanno l’aria di essere un déjà-vu. E a ragione: già nel 2014 era stata proprio questa insegnante e militante vicina al saggista di estrema destra Alain Soral ad aver portato avanti la battaglia contro gli ABCD dell’uguaglianza (programma destinato a smontare gli stereotipi maschio-femmina), lanciando un appello per delle giornate di ritiro dalla scuola. La protesta contro questa disposizione aveva quindi spinto il governo sotto François Hollande ad abbandonarlo in piena campagna.

A questo giro, è più o meno la stessa solfa dell’epoca che ritorna: nessuno tocchi la scuola, no alla “teoria del gender” (anche se è solo finzione), non corrompiamo i bambini… Il tutto condito con confusione sapientemente mantenuta mediante i riferimenti alla legge Schiappa sulle violenze sessuali e sessiste (anche se questo testo non ha niente a che vedere con la storia in questione.). Non sorprendentemente, anche la Manif pour tous, movimento nato in opposizione al matrimonio per tutti, ha alzato la voce. «Incitiamo i genitori a parlare di educazione sessuale con i loro figli, non è compito della scuola», ha martellato così la presidentessa dell’associazione, Ludovine de la Rochère, a fine agosto a Sud Radio.

L’associazione approfitta anche del rientro a scuola per riesumare Ecoleetsexe.fr, il suo sito internet lanciato a febbraio del 2017, sul quale figura un numero incalcolabile di condizionamenti psicologici. Il più famoso? La scuola insegnerebbe ai bambini a masturbarsi e fornirebbe agli allievi dei “lavori pratici” per imparare le posizioni del kamasutra. Di nuovo, un vecchio ritornello già intonato a squarciagola durante la “lotta” contro l’ABCD dell’uguaglianza. La masturbazione sembra decisamente creare molta ossessione. «Alcol, porno, sex toy… L’obiettivo? Godere un sacco», grida il sito, pretendendo di riassumere lo spirito delle lezioni di educazione sessuale dispensate a scuola.

Per quanto grossolana sia la modalità, ha ugualmente obbligato la Segretaria di Stato per le Pari Opportunità a mettere i puntini sulle i durante una diretta Facebook a fine agosto. «È fuori discussione insegnare sia la masturbazione sia alcuna pratica sessuale ai bambini», ha insistito, denunciando dei documenti falsi diffusi da degli «estremisti» su internet e richiamando i genitori alla più grande prudenza. Abbastanza per dare ragione al Ministro della Pubblica Istruzione Jean-Michel Blanquer, per il quale questo tipo di argomenti sono molto spesso un «ventilatore alimentato a fantasmi» (con questa espressione si intende che, anziché essere alimentato a elettricità o a pile, questo ventilatore viene fatto funzionare tramite pericoli inesistenti, come quelli che si nasconderebbero dietro l’educazione sessuale, NdT)

Cosa dice la legge?

Non se la prendano quelli che la vilipendono a grandi colpi di disinformazione, ma l’educazione sessuale è un obbligo legale democraticamente suggellato da un voto con l’adozione nel 2001 della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e sulla contraccezione, che estende il diritto all’aborto previsto dalla legge Veil del 1974. «All’epoca questo testo, che includeva un’educazione alla sessualità, è stato votato senza scossoni», ricorda Danielle Bousquet, allora relatrice del progetto di legge. Oggi Presidentessa dell’Haut Conseil à l’égalité entre les femmes et les hommes, piange l’attuale polemica, una tale «regressione».

Concretamente, questo testo del 2001 stabilisce che «un’informazione e un’educazione alla sessualità devono essere dispensati nelle scuole e in gruppi di età omogenea». Precisiamo per le correnti reazionarie che riguarda solo la scuola primaria, non la materna.

L’apporto della legge del 2001 è considerevole: il termine clinico e tanto restrittivo di “educazione sessuale” fino ad allora in vigore nelle circolari viene respinto e gli adolescenti non sono più i soli a essere toccati da questa educazione. Una circolare del 2003 precisa le modalità di applicazione di questa «responsabilità» della scuola «in complemento al ruolo di primo piano che giocano le famiglie» (che la Manif pour tous si tiene per detto). Bene. Concretamente, qual è il contenuto di queste lezioni? Si tratta naturalmente di rispondere a delle domande di sanità pubblica (malattie sessualmente trasmissibili, accesso alla contraccezione…) ma, per la prima volta, si fa anche riferimento alle nozioni di «uguaglianza», di «diritti dell’uomo», di «diversità», di «lotta contro le violenze sessiste e omofobe»…

E il cammino fatto da quei primi impeti all’idea di provocare sesso e sentimenti è vertiginoso. La prima pietra? È stata posata nel 1948 da un rapporto ordinato dall’Educazione nazionale che sottolinea che «i bambini e gli adolescenti vengono istruiti nel modo meno aderente alla morale e più malvagio» e raccomanda di fare comprendere alla gioventù francese che «l’istinto sessuale è un istinto temibile che, lasciato senza controllo, può rovinare l’equilibrio mentale dell’individuo e l’equilibrio morale della società». La rivendicazione del piacere nella sessualità del Maggio del ‘68 e la legalizzazione della pillola distenderanno la questione. E nel 1973, la circolare Fontanet autorizza per la prima volta l’educazione sessuale negli istituti scolastici. La posta in gioco? Finirla con «le favole raccontate ai piccoli e con il silenzio opposto ai più grandi» . Ma si rimane nel facoltativo. È l’inizio dell’epidemia di AIDS nel 1985 che inciterà l’Educazione nazionale a sollecitare il tema prima che diventi un obbligo nel 2001. Il seguito? Ahimè, obbligo non vuol dire messa in atto. A tal punto che nel 2012 il candidato alla Presidenza François Hollande faceva dell’applicazione della legge del 2001 il tredicesimo dei suoi 40 impegni per la parità tra uomini e donne. Promesse, sempre promesse…

I genitori sono esclusi?

Normalmente (nei testi di questa legge), l’educazione sessuale è faccenda di tutti gli attori educativi nel contesto delle lezioni a essa dedicate e nella vita quotidiana. Nel ruolo di personaggio influente, ogni rettore o rettrice deve designare presso di lui o lei un coordinatore e un’équipe di guida. Al gradino più in basso, al secondo grado, il capo di istituto è incaricato di stabilire all’inizio dell’anno scolastico le modalità e la pianificazione delle lezioni di educazione sessuale. Questa disposizione è integrata al piano di istituto e presentata al consiglio di amministrazione e al comitato di educazione alla sanità e alla cittadinanza. Anche nei licei si dibatte questa organizzazione in seno al consiglio della vita liceale. Questa è la cornice.

Concretamente, nella primaria, questa educazione spetta ai professori delle scuole. Alla scuola media e al liceo, le sedute sono prese in carico da un’équipe di volontari formati appositamente (insegnanti, personale sociale e sanitario…) e se necessario da esterni autorizzati a effettuare interventi negli ambienti scolastici (Planning familial, SOS homophobie, Ni pute ni soumise…). E i genitori in tutto ciò? È possibile, se si può dirlo, tradire la loro fiducia? Sono coinvolti in questa storia tramite la loro rappresentanza nel consiglio scolastico, al consiglio di amministrazione e al comitato di educazione alla sanità e alla cittadinanza. E nessuno impedisce loro di fare il lavoro a casa.

C’è bisogno di un nuovo slancio?

Migliorare l’educazione sessuale è chiaramente un’ «urgenza», afferma Planning familial, una delle associazioni autorizzate a lavorare in ambito scolastico. «Spesso, quando andiamo nelle quarte, ci rendiamo conto che gli allievi non hanno avuto altre lezioni in precedenza durante il loro percorso di studi», ha recentemente avvertito la co-presidente, Caroline Rebhi.

Questo bilancio allarmante raggiunge quello stabilito dall’Alto Consiglio all’Uguaglianza (HCE). In un rapporto molto completo del giugno del 2016 basato sull’ispezione delle attività di 3000 istituti francesi, l’organismo indipendente consultivo ha rilevato che il 4% delle scuole medie e l’11,3% dei licei non avevano preparato nulla sull’argomento, disdegnando la legislazione. Una revisione condotta attualmente dallo Stato conferma già questo triste bilancio, ci ha detto il Segretariato di Stato per le Pari Opportunità. O, come ha rilevato l’Unesco nel 2015, «i programmi di educazione sessuale possono rivelarsi molto efficaci, redditizi ed economici per ridurre i rischi sanitari, tra cui le infezioni da HIV, le altre infezioni sessualmente trasmissibili e le gravidanze indesiderate». In altri termini, è una questione di sanità pubblica.

E contrariamente a quello che sostengono i suoi detrattori, l’educazione sessuale non accelera il passaggio degli allievi alla pratica. Sempre secondo l’Unesco, «non provoca una maggiore precocità dell’attività sessuale; tutto il contrario, ha un impatto positivo sui comportamenti sessuali sani e può persino ritardare i primi rapporti sessuali e accrescere l’utilizzo dei preservativi». E poi banalmente, permette di rispondere a quesiti che talvolta possono sorprendere. Come testimonia questa domanda fatta da un adolescente durante un intervento di Planning familial e registrata nel rapporto di HCE: «Se una donna ingoia lo sperma, può rimanere incinta?» Ehm…

Fonte
Magazine: Libération
Articolo: La sexualité, une question d’éducation
Autrici: Catherine Mallaval e Virginie Ballet
Data: 13 Settembre 2018
Traduzione a cura di: Gloria Spagnoli

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