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La storia del femminismo rom che dobbiamo conoscere

La storia del femminismo rom che dobbiamo conoscere

Articolo di Morena Shirin

Vestita di stracci, dedita al furto, sottomessa, analfabeta, cartomante, truffatrice, mendicante, strega.
Quando la società gagè (non rom) pensa alla donna rom, in lingua alla romnj, pensa a questo, incasellandone la figura in una serie infinita di stereotipi e narrazioni tossiche in cui, sempre, manca la voce principale, ossia quella della romnj stessa. Quasi come fossimo una sorta di “animale esotico”, senza storia e senza parola. Come se, ancora una volta, il nostro corpo e la nostra parola non ci appartenessero.

La verità, però, è molto lontana da tutto questo. Sapevate, per esempio, che la prima donna laureata in Matematica in Europa, Sofia Kovalevskaya, era proprio rom? O che, in Spagna, le mujeres kalè sono riuscite nel 2022, dopo anni di lotta, a far approvare un nuovo programma scolastico nazionale in cui fosse finalmente inserita la storia dei popoli romanì? O, ancora, che il padiglione della Polonia alla Biennale d’Arte di Venezia 2022 è curato interamente da un’artista rom, Malgorzata Mirga-Tas?

Pare che inizialmente, al momento della prima migrazione dall’India, le società romanì fossero matriarcali. Erano proprio le donne, più precisamente quelle anziane, a guidare la kumpania (insieme di famiglie rom che vivono, lavorano e si spostano unitamente). A testimonianza di ciò abbiamo vari miti e leggende rom sulla creazione del mondo e sulle figure principali che lo costituiscono.

Abbiamo, per esempio, la favola della Phuri Bibì (la vecchia zia), appartenente ad alcuni gruppi rom dei Balcani ma anche a vari gruppi sinti del Nord Italia. La Phuri Bibì è una figura magica di donna anziana che, vestita di stracci, vola sulle carovane per benedire i neonati e confortare i moribondi. Quando nasce una bambina, soffia su di lei la vita e le bagna i capelli con la ruzengo paj, l’acqua di rose, che in alcune tradizioni si prepara per il giorno di Ederlezi e con la quale le donne si intrecciano a vicenda i capelli per celebrare la phenjalipen, la sorellanza.

Per non parlare del culto di Sara e Kali, la Madonna Nera o Madonna rifugiata, frutto a quanto pare di una sincrasi tra la dea indiana Kalì e la Madonna cristiana. Sara e Kali, arrivata in Francia come rifugiata e accolta dal mare, è guida e protettrice di tutte le persone rom, ma più in particolare delle donne, che protegge e rafforza e attraverso il proprio culto celebra come perno del cambiamento e dell’autodeterminazione.

Al di là delle leggende, anche nella vita di tutti i giorni vediamo come il ruolo della romnj all’interno della comunità sia fondamentale al suo stesso sostentamento e ai movimenti di liberazione e autodeterminazione nell’attivismo. Basti pensare a come si sono evolute le pratiche di lettura della mano, dei fondi del caffè, dei tarocchi e della divinazione che tanto vengono stereotipate, ossia come forma di indipendenza economica e sociale delle romnja e come metodo per tramandare e custodire la Romanipen (la cultura rom).

Ma perché, allora, le donne rom e sinte in Italia (come nel resto d’Europa) continuano ad essere escluse o scarsamente prese in considerazione dagli ambienti del femminismo più convenzionalmente conosciuto e dalle sue narrazioni? E perché l’intersezionalità, ancora una volta, è così fondamentale?

Non è raro sentire, nei discorsi politici di propaganda antizigana, che rom e sinti siano fortemente maschilistə e le loro società patriarcali. Ora, bisogna fare una precisazione. Il maschilismo esiste all’interno della comunità rom così come esiste all’esterno perché il problema non è della singola etnia e/o cultura ma della società e del sistema che alimenta e viene alimentato dal patriarcato. Avviene, però, che quando a sbagliare è il membro di una minoranza, la sua colpa diventi collettiva e non più singola. Non dobbiamo farci ingannare da questa propaganda: se è vero che le persone rom, essendo parte del tessuto sociale italiano (nonostante qualcunə continui a negarlo, nonostante non siamo ancora riconosciutə a livello nazionale), possono non essere esenti dalle narrazioni del patriarcato, è anche vero che l’attivismo moderno si basa, principalmente, sulle donne rom e sinte e sulle loro capacità di creare rete e comunità. E anzi, sappiamo che in realtà sono sempre state le donne le vere organizzatrici del cambiamento.

Un’altra motivazione sul perché spesso il tema del femminismo rom fatica ad emergere è perché in Italia viviamo il risultato di secoli di politiche persecutorie che hanno fatto dei rom corpi da studiare, rinchiudere, eliminare. Le comunità rom vengono costantemente spinte al margine, e come le altre realtà esterne al “white activism”, faticano a trovare spazi sicuri in cui potersi esprimere e portare avanti dei progetti. E invece sarebbe molto importante che questo avvenisse proprio perché la Resistenza delle romnja ha tanto da insegnare.

Ho accennato, prima alle arti esoteriche, partiamo da queste. Nascono come eredità della cultura indiana e vengono riprese dalle romnja al fine di essere indipendenti economicamente e per il sostentamento dell’intera comunità. Queste arti sono state per molti secoli custodi della cultura, tramandate principalmente per via femminile, di madre in figlia. E se si pensa che la cultura rom fino al secolo scorso era tramandata prettamente per via orale possiamo accorgerci dell’importanza di questo ruolo per la vita e l’identità dell’intera comunità. Era anche un modo, secondo la cultura, di onorare e rispettare le antenate, le quali guidavano le arti stesse. Ancora oggi esistono famiglie in cui queste arti vengono tramandate e molte donne che ne hanno accolto l’eredità anche come atto di rivendicazione del proprio ruolo e della propria consapevole autodeterminazione all’interno della società.

Se pensiamo al passato, ci sono state varie figure romnja importanti per il cambiamento. Ho nominato Sofia Kovalevskaya, ma potrei citare anche Alfreda Noncia Markowska, una romnj polacca che durante la Seconda Guerra Mondiale contribuì a salvare più di un centinaio di bambinə ebreə e rom dai campi di concentramento. E ancora: Bronislawa Papusza Wajs, poetessa e autrice di ballate, Cejia Stojka, artista sopravvissuta all’Olocausto, Katarina e Rosa Taikon, attiviste leader dei movimenti svedesi per i diritti civili che riuscirono a far riconoscere da parte delle autorità svedesi il diritto a casa e istruzione per tuttə ə minori rom svedesi, fino ad allora vittime di pesanti discriminazioni istituzionali. Pensiamo, anche alle partigiane rom e sinte della Resistenza, come Erasma Pevarello, nome di battaglia “Vincenzina”.

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Ricordiamo anche Mariella Mehr, recentemente scomparsa, vittima da bambina del programma eugenetico Kinder der Landstrasse del governo svizzero che prevedeva la divisione di tuttə ə minori rom, sinti e yenisch dalle famiglie d’origine per essere “rieducatə” in manicomi, istituti appositi o famiglie affidatarie. Il programma la sottrasse alla famiglia ancora bambina, mettendola in istituti o affindandola a famiglie non rom. All’interno degli istituti e delle famiglie affidatarie, Mariella subì violenza e torture e riuscì ad uscirne soltanto attraverso la poesia, usata come arte terapeutica e di riconnessione alle origini ormai perdute.

Oggi, i movimenti per l’autodeterminazione della donna rom costruiti e portati avanti da romnja sono tantissimi e diffusi in tutta Europa. Pensiamo alla compagnia teatrale Giuvlipen (in romanes, Resistenza) fondata da Mihaela Dragan, attivista rom rumena. Le loro produzioni artistiche si concentrano sul ruolo della donna rom nella società, sulla violenza che questa ha subìto in Europa attraverso sterilizzazioni forzate, violenze, feticizzazione e, soprattutto, sulla Resistenza che le donne romanì portano avanti contro tutto questo da secoli, spesso cristalizzata in riti e preghiere. Recentemente, Mihaela ha anche prodotto un album di musica trap proprio su questi temi, insieme a un’altra attivista rom, Nicoleta Ghita. Un album che parla di riappropriazione del proprio corpo come manifesto politico, come liberazione.

Un’altra attivista molto importante per i movimenti di autodeterminazione è Antonella Lerca-Duca, donna rom rumena, trans, sex-worker, artista e attrice teatrale che ha vissuto in Italia per 11 anni, prima di tornare in Romania e con la quale ci siamo confrontate ultimamente in una diretta disponibile su @non_chiamateci_zingare. Lerca-Duca è stata la prima donna rom candidata alle elezioni di Bucarest e una voce importantissima per la comunità LGBTQIA+. Rivendica con forza il potere della comunità per distruggere l’oppressione, la forza delle romnja nel costruire una nuova narrazione e la storia della Resistenza rom.

In Italia abbiamo poi Ivana Nikolic, artista rom italo-balcanica. Attraverso il teatro sociale e le danze tipiche rom fa un lavoro di riappropriazione del corpo e del potere della romnja. Ha un podcast (+Rom-Rum) in cui affronta i temi dell’antiziganismo, del femminismo e della body positivity. Nel 2019, abbiamo portato in scena, insieme lo spettacolo di denuncia sociale “Non chiamateci zingare”.

C’è ancora Dijana Pavlovic, attivista e attrice rom italiana di origini serbe instancabile e fondatrice di Movimento Kethane-Rom e sinti per l’Italia (qui la pagina Instagram). Attiva da sempre, nel 2021 ha ricevuto il premio CIDU della Farnesina per i diritti umani.
Potete trovare tante altre storie di romnja che hanno cambiato la storia, ognuna a modo suo sulla pagina Instagram @romani_herstory, a sua volta curata da donne rom ricercatrici.

In conclusione: c’è un universo di rabbia, speranza, amore e rivolta che sta emergendo dalle nostre comunità in lotta da secoli e che prima o poi tuttə dovranno riconoscere e vedere. Sarebbe significativo per tutte le realtà di attivismo includere percorsi con rom e sinti e non più parlare in nostra vece (o non parlarne proprio). Come diceva Antonella Lerca-Duca nella nostra recente diretta: “Se non ci daranno gli spazi, ce li prenderemo e costruiremo, di nuovo, come sempre abbiamo fatto, una nuova rivolta per la liberazione. Come le nostre antenate hanno sempre fatto.”

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di  @giuvlipenAsk wikiManfred Werner – TsuiSwedish Arts Council/Jonas Hallqvist
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  • Grazie per questo articolo, l’ho girato ad alcuni cari amici e tra questi qualcuno ha espresso la richiesta di poter organizzare un incontro in una Biblioteca comunale di Roma, potrebbe interessarti?

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