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La violenza di genere nelle operazioni di peacekeeping: le promesse vuote di un sistema internazionale che non funziona

La violenza di genere nelle operazioni di peacekeeping: le promesse vuote di un sistema internazionale che non funziona

Le operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite vengono spesso promosse come uno dei più importanti sistemi internazionali per il mantenimento della pace nelle società a rischio di conflitto, celebrate come un vero e proprio faro di speranza verso la pace globale. Tuttavia, dietro le azzurre e candide facciate istituzionali si nascondono verità terribili e troppo spesso nascoste. Una di queste è la persistente violenza di genere all’interno delle missioni, nonché lo sfruttamento sessuale di donne e bambine locali perpetuato da coloro che, invece, avrebbero la loro difesa e protezione come incarico prioritario: i peacekeepers internazionali. Basandosi sullo studio della professoressa, attivista e femminista Olivera Simić, i cui risultati sono stati riportati nel 2010 dal giornale International Peacekeeping, questo articolo spera di riuscire a portare almeno un po’ dell’attenzione pubblica sulla necessità di una riflessione critica urgente a proposito del problema della violenza di genere all’interno delle operazioni dell’ONU.

Prima di tutto è importante capire che le operazioni di peacekeeping sono pensate come misure a breve termine, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di garantire la sicurezza fisica delle persone nelle società post-conflitto, in attesa di sforzi più profondi e prolungati organizzati dalle attività di peacebuilding, che si occuperanno invece di affrontare le cause profonde del conflitto e le possibilità di ricostruzione. Le operazioni di peacekeeping dovrebbero essere il più possibile rappresentative delle società in cui operano, in modo da aumentare la probabilità che la pace raggiunta venga mantenuta in maniera efficace e duratura. A questo scopo, sarebbe ideale che nel team in missione venissero incorporate donne e uomini in maniera equa. Tuttavia, questo non è ancora mai successo. Infatti, nonostante il fatto che donne e bambini siano colpiti in modo sproporzionato dai conflitti armati, alle donne è stato a lungo negato l’accesso ai processi per la pace, così come la partecipazione significativa e un ruolo importante negli sforzi di peacekeeping. Settant’anni dopo la creazione dell’ONU, la presenza maschile domina ancora tutte le funzioni dell’organizzazione.

Proprio come vediamo su scala ridotta in Italia, anche il panorama internazionale soffre le conseguenze di un ambiente iper-maschile nelle forze militari e di polizia. La voce di denuncia della violenza di genere all’interno delle operazioni di peacekeeping ha cominciato a farsi udire per la prima volta nel 1992, nel contesto dell’Autorità Transitoria delle Nazioni Unite in Cambogia (UNTAC). Trentuno anni fa, una lettera aperta firmata da membri dell’UNTAC e dalla comunità cambogiana, ha lanciato un grido di allarme a proposito di molestie e violenze sessuali, prostituzione e la proliferazione di malattie sessualmente trasmissibili all’interno della missione. “Noi, come gruppo di donne e uomini che vivono e lavorano in Cambogia, proviamo un senso di indignazione per il comportamento inaccettabile di alcuni uomini dell’UNTAC”, hanno scritto. “Le molestie sessuali avvengono regolarmente nei ristoranti pubblici, negli alberghi e nei bar, nelle banche, nei mercati e nei negozi, al punto che molte donne si sentono fortemente intimidite. […] Le donne cambogiane e di altri Paesi asiatici sono vittime di stereotipi e spesso sono costrette a ruoli di sottomissione. […] Il comportamento inappropriato di alcuni uomini del personale UNTAC lascia le donne con una sensazione di impotenza. Questi uomini ricoprono posizioni di autorità per conto della comunità internazionale e dovrebbero essere d’esempio per gli altri”. Hanno poi riportato un esempio concreto di quanto accadeva quotidianamente alle donne e bambine vicine alle basi della missione: “Una bambina khmer-americana di sei anni è stata invitata nel cortile della casa di alcuni poliziotti civili dell’UNTAC che invitavano regolarmente un flusso costante di prostitute nella stessa casa. La bambina ha descritto l’esperienza con queste parole: “Mamma, mi hanno chiamato e abbracciato e poi non mi hanno lasciato andare”. A prescindere dalle intenzioni, questo non è appropriato. La madre si è sentita impotente perché se avesse affrontato questi uomini avrebbe potuto causare ulteriori problemi”. In risposta alla lettera aperta, nell’ottobre 1992 il Rappresentante Speciale Yasushi Akashi (in parole povere, il capo missione) annunciò la creazione di un Ufficio per le Relazioni con la Comunità, diretto dalla peacekeeper Hiroko Miyamura. L’ufficio di Miyamura aveva il compito di ricevere le lamentele della comunità cambogiana nei confronti del comportamento del personale UNTAC e di mantenere i contatti con la comunità per l’educazione del personale su questioni di sensibilità culturale e consapevolezza di genere. Tuttavia pare che l’esempio cambogiano non sia servito, e tredici anni dopo, nel 2005, le denunce presentate contro il personale delle Nazioni Unite coinvolto in missioni di peacekeeping erano 373: i casi più preoccupanti riguardavano sesso con prostitute e sesso con minori.

Sempre nel 2005, una relazione dettagliata che raccontava le violenze sessuali commesse dai peacekeeper in Sierra Leone, Guinea e Liberia ha spinto l’ONU ad affrontare di nuovo il problema. Nel 2006 è stato sviluppato e pubblicato un Modello di Memorandum d’Intesa (MoU), volto a migliorare la disciplina e il comportamento delle truppe e incoraggiare la presa di responsabilità da parte dei paesi d’origine dei militari. Nel 2007, tuttavia, altri peacekeepers sono stati denunciati per l’abuso sistematico e lo stupro di bambini di 12 anni in Sudan.

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Sebbene l’idea di includere più donne nelle operazioni di peacekeeping possa sembrare una soluzione, purtroppo non sarà mai sufficiente. Infatti le donne coinvolte in queste missioni tendono spesso a conformarsi all’ambiente militare iper-maschile esistente, anziché sfidarlo o trasformarlo. La lotta contro la violenza di genere nelle operazioni di peacekeeping dell’ONU richiede un cambio radicale. Occorre promuovere la partecipazione femminile a tutti i livelli delle operazioni di peacekeeping, da decisioni strategiche a compiti di base. Le voci delle donne, non solo quelle coinvolte nelle operazioni di peacekeeping ma anche le donne locali, devono essere ascoltate e considerate nell’elaborazione di politiche e procedure in grado di affrontare efficacemente il perseguimento dei crimini sessuali e la presa di responsabilità a tutti i livelli della missione. Solo allora si potrà sperare davvero che da queste operazioni si possa trarre un cambiamento duraturo e una pace sostenibile.

​​Bibliografia:
Simić, Olivera. “Does the Presence of Women Really Matter? Towards Combating Male Sexual Violence in Peacekeeping Operations.” International Peacekeeping 17, no.2 (2010): 188-199.
Stockholm International Peace Research Institute. The Legacy and Lessons of UNTAC. Oxford: Oxford University Press, 1995.
“An open letter to Yasushi Akashi.” Phnom Penh Post. October 11, 1992. https://phnompenhpost.com/national/open-letter-yasushi-akashi
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