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(L’aborto in) Molise non esiste. Nella regione in cui tutto scompare anche l’aborto rimane una chimera.

(L’aborto in) Molise non esiste. Nella regione in cui tutto scompare anche l’aborto rimane una chimera.

Dopo scuola finivo velocemente i compiti e mi precipitavo da mia nonna per fare merenda. Mi faceva sedere sul divano, poggiava una scatola di latta blu sulle mie ginocchia, sempre sbucciate, e mi osservava mandare giù una quantità ragguardevole di biscotti al burro. Di solito le chiedevo di raccontarmi una storia.
Così, mentre d’inverno mescolava pazientemente la cioccolata nel pentolino e d’estate versava tè solubile nelle caraffe piene di acqua ghiacciata, mi narrava di bambinə disobbedienti, di incontri con lupi mannari e dei miracoli dei suoi santi preferiti. Mia nonna, cresciuta in un paesino della provincia meridionale, ignara del boom economico e della grande rivoluzione hippy, aveva assimilato una cultura del rispetto che si traduceva, soprattutto per le donne, in passività; di conseguenza non giudicava una cattiva idea raccontare a sua nipote, che la fissava a bocca aperta scoprendo i buchi lasciati dai denti da latte, la vicenda di una donna adultera, costretta a dare alla luce un figlio ucciso dal marito subito dopo il parto.

La ragazza, appena sedicenne, era stata data in sposa a un uomo molto più vecchio di lei. Il marito la picchiava e la trascurava; “non era un brav’uomo”, sussurrava con fare circospetto. E così, oltre al concetto di matrimonio combinato, appresi troppo presto che per le donne fosse meglio non lamentarsi troppo ad alta voce. “Poi incontrò un giovanotto che l’amava tanto.” Il tono si faceva più disteso quando mi raccontava dei baci scambiati di nascosto, delle risatine delle comari, delle notti insonni ad attendere un segnale per poterla raggiungere. Ben presto tutto finì: lei rimase incinta, il marito lo scoprì e la costrinse a portare avanti la gravidanza.

Il bambino nacque. Era fine gennaio; in collina fa freddo. Chiamato dalla levatrice, il vecchio entrò nella stanza da letto e, spalancate le finestre e

ripulita di ogni gingillo la superficie di marmo sul comodino di fianco al letto, prese il bambino e lo lasciò lì, sulla pietra dura e resa ancora più fredda dall’aria invernale, in attesa della sua morte. “I bambini hanno bisogno di calore”, mi suggeriva a questo punto mia nonna vedendomi confusa. Quello che davvero mi lasciava perplessa non erano però le cause pseudoscientifiche dietro il decesso, quanto più le motivazioni dell’arrendevolezza della madre. “Il marito aveva deciso così. Poteva andare peggio.”, sentenziava mia nonna in tutta risposta, estinguendo ogni mia protesta.

La storia era dunque un avvertimento. Il mondo non è fatto per le donne, ma se si impara a portare rispetto, il padrone, l’uomo avrà pietà. Ho visto le donne più importati della mia vita annichilirsi nella “soggezione”, isolate nell’accettazione del peggior dei mondi perché incapaci di pensare a un’alternativa, perché effettivamente nessunə ne ha offerta loro una. La protagonista invece è passata dall’essere soggetta all’essere soggetto. La sua colpa coincideva con l’essere donna e, in seconda battuta, con l’aver scelto, probabilmente senza grandi intenti rivoluzionari, di essere sessualmente libera. La rivendicazione spontanea di un diritto era un segno di ingenuità: in breve, la ragazza era stata stupida a non capire come funzionasse il mondo, perfino arrogante nel pensare di poterla fare franca, e questa era stata la sua punizione. Ma quale nello specifico: un compagno crudele? la perdita del vero amore? o, infine, un figlio? La gravidanza da dono divino si trasforma in uno strumento di tortura per coloro le quali non avevano rispettato le modalità prescelte da altrə, per coloro le quali erano state malvagie, sceme, che avevano scelto, male, finendo infine per non poter scegliere mai più.

A quattordici anni scelsi un liceo lontano da casa, un classico di una cittadina che contava poco più di trentamila abitanti. Al secondo anno una ragazza della mia classe rimase incinta. La mia vicina di banco si limitò a fare spallucce, aggiungendo che in fondo doveva aspettarselo. Avrebbe usato lo stesso tono per commentare nei giorni successivi la notizia di un ragazzo dell’altra sezione sospeso perché beccato a fumare in bagno. Entrambə avevano osato e infine erano statə coltə in fragrante e, per la gioia di tuttə, punitə. La notizia che non avrebbe abortito inasprì ancor di più le opinioni. “Se ne è accorta troppo tardi”. L’astio mal celava una profonda soddisfazione. Non ne parlai mai con lei; smise di venire a scuola e tuttə alla fine dimenticarono la questione. Dal canto mio non riuscivo a smettere di chiedermi cosa sarebbe successo se ci fossi stata io al suo posto. Oggi mi separano quattrocento chilometri e quattro anni da quel liceo e non riesco ancora a mimare lo sguardo arrogante della mia compagna di classe, pur avendolo riconosciuto su un’infinità di altre facce. Non faccio fatica però a mettere a fuoco un contesto sociale in cui il sesso per una donna viene nel migliore dei casi solo ignorato e, nel peggiore, demonizzato.

La sessualità non è un affare femminile e la ricerca del piacere è concessa solo agli uomini. Su di loro il godimento non ha conseguenze, non porta dolore. Ma quale sofferenza? Quella di dare alla luce un nuovo essere umano? O forse quello di non poter scegliere di farlo? Di essere costrette a perdere se stesse per cercare di adattarsi alla coercitiva definizione di madre? Ricordo ancora distintamente la mia di madre che urlava da in cima alle scale dalle quali mi precipitavo per uscire con il mio primo ragazzo: “Stai attenta, mi raccomando!”. Dovevo essere cauta come avrebbe dovuto essere anche la ragazza della storia della nonna. Nessuna vuole finire come lei. Le donne della mia famiglia invano hanno cercato di proteggermi, apprensive e affettuose, ma attenzionandomi purtroppo al nemico sbagliato. Non il sesso, non la gravidanza, non l’amante, ma il sistema patriarcale che mi impedisce di poter compiere l’atto costitutivo di ogni persona: scegliere. Si parlava di sesso solo per mettermi in guardia. Il timore del quale la mia sessualità fu ammantata nella mia prima adolescenza rappresentò terreno fertile per condizionamenti ed errori. Le energie necessarie per educarmi sessualmente e affettivamente confluivano esclusivamente nel tentativo di farmi esperire prematuramente la vergogna. Dovevo conoscere il prezzo da pagare, come se un rapporto sessuale rappresentasse una pistola carica. Non potevo essere così ingenua o folle da puntarmela addosso. Il gioco non vale la candela, se le regole sono state fatte per farti perdere sistematicamente. E se fosse successo? Cosa avrei dovuto fare?

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Qualche settimana fa ho accompagnato un’amica in un bagno di un bar per fare un test di gravidanza. Fissavo lo stick poggiato sul bordo del lavello di fianco a una bottiglia di birra mezza vuota. Lei se ne stava seduta sulla tavoletta abbassata e continuava a intimarmi di non guardarlo finché non fossero passati dieci minuti. Alla fine mi confessò di non avere la più pallida idea di come si facesse ad abortire. Io annuì; per me era lo stesso, eppure avevo rapporti sessuali da anni ormai. “Sai è questo il peggio: non rimanere incinta, ma non sapere se avrai davvero delle opzioni dopo.” Il senso di solitudine che segue alimenta i sensi di colpa, il terrore e il silenzio. La bolla che si crea intorno al sesso in quanto potenziale fonte di rischio finisce davvero per renderlo tale. E il pericolo maggiore è che diventi un atto in cui la donna sia privata costantemente della propria libertà.

Da piccola pensavo che il vecchio marito fosse stato davvero crudele nel consegnare il neonato alle intemperie, ma anche se fosse sopravvissuto, lo scempio in questa storia si era già consumato. Nel momento in cui si priva una persona della facoltà di poter decidere o si riconosce a un terzo la possibilità di poter giudicare e condizionare il risultato di questa sua decisione, la storia che ci raccontiamo dovrebbe iniziare a farci paura. Eppure in Molise in un solo ospedale viene praticata l’ivg. Su circa trenta ginecologə stipendiatə statalmente solo una pratica l’aborto; il 96% di essə, il 90% del personale medico e il 70% deə anestetistə lo considera eticamente controverso. Se si è abbastanza fortunate da possedere un buon retroterra economico, culturale, famigliare e affettivo si andrà ad abortire fuori regione. Altrimenti qualcun altrə deciderà per te, manipolerà la tua vita con il pretesto di volerne salvare un’altra, sentenziando con un paternalismo e un moralismo socialmente e legalmente accettati. La nonna aveva cercato di avvertirmi: nessuno si prenderà cura di te davvero, alla fine è l’uomo che decide. La prima, la seconda e forse anche la terza ondata di femminismo hanno fatto fatica a superare i dolci pendii sui quali il mio paese molisano è arroccato.
Ho chiamato mia madre per chiederle se anche lei sapesse qualcosa di tutta quella terribile storia. Abbiamo parlato a lungo e alla fine a bassa voce si è lasciata sfuggire che in fondo erano altri tempi. Vorrei tanto poter dire lo stesso.

Fonti:
1. Cfr. L’ultimo ginecologo non obiettore del Molise | il manifesto
2. Per avere un quadro più completo della situazione molisana, anche in relazione al piano nazionale, si consulti la Relazione del Ministero della Salute in merito alla tutela sociale della maternità e all’interruzione di gravidanza. Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza – dati definitivi 2020
Immagine cover sito –  Foto di Karolina Grabowska (pexels)
https://www.pexels.com/it-it/foto/vintage-liberta-macchina-da-scrivere-retro-5993629/
Immagine sito orizzontale (ragazza con la valigia) – Foto di Oleksandr P https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-che-cammina-sul-percorso-mentre-si-passeggia-con-i-bagagli-1008155/Immagine sito orizzontale (macchina da scrivere) – Foto di Karolina Grabowska (pexels) https://www.pexels.com/it-it/foto/vintage-liberta-macchina-da-scrivere-retro-5993629/
Immagine sito verticale (test gravidanza) – Photo by Olia Danilevich https://www.pexels.com/photo/pregnancy-test-kits-on-red-surface-5974130/
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