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LALLAB: “Ci organizziamo politicamente, ci organizziamo collettivamente”

LALLAB: “Ci organizziamo politicamente, ci organizziamo collettivamente”

Come lottare di fronte a sessismo, razzismo e islamofobia? Sarah Zouak, cofondatrice e direttrice dell’associazione Lallab, creata nel 2015 e lanciata nel 2016, ha risposto alle nostre domande. Imprenditrice sociale, femminista e attivista antirazzista, è anche autrice e regista del documentario Women SenseTour in Muslim Countries.

Puoi presentare l’associazione, i suoi obiettivi e le sue modalità d’azione?

Sarak Zouak: Lallab deriva da “lalla” che in arabo significa “signora” e “lab” che significa laboratorio. Per noi Lallab è un laboratorio di utopie, idee e incontri a vocazione femminista e antirazzista dove sperimentare modelli alternativi, nuovi modi di vivere, di lottare insieme e di produrre così un ambiente e delle risorse per aiutare le donne musulmane a definirsi. L’associazione si basa su 5 valori: giustizia, libertà, solidarietà, gentilezza e audacia.

Lallab si propone di amplificare le voci e i diritti delle donne musulmane. Le donne musulmane sono infatti protagoniste di oppressioni sessiste, razziste e islamofobiche. In breve, si tratta di creare una nuova voce per la difesa dei diritti delle donne musulmane, rendendole protagoniste del proprio percorso di emancipazione. L’obiettivo è semplice: cambiare il sistema politico francese ed europeo costruendo soluzioni concrete e specifiche per la realtà delle donne musulmane. Per farlo, attingiamo alla storia e al patrimonio di donne, femministe, afrofemministe e musulmane.

Siamo guidate da tre obiettivi. Il primo è quello di creare una comunità solidale, rinnovando i legami interrotti dalla società in modo che le donne musulmane possano diventare più potenti. Per questo organizziamo sessioni di formazione e workshop mensili in cui si costruiscono nuove conoscenze. Abbiamo anche avviato due programmi di educazione popolare – uno sull’occupazione e l’istruzione, l’altro sulla salute/sessualità – per decostruire i meccanismi di oppressione e trovare strategie collettive.

Il secondo obiettivo è quello di creare una comunità di espressioni e conoscenze proponendo narrazioni realistiche e plurali sulle donne musulmane per rendere visibili le loro esperienze. Ad esempio, il 27 marzo, Giornata della donna musulmana, offriamo workshop, conferenze e interventi sui media. Abbiamo anche il Lallab Birthday, un festival femminista che mira ad amplificare le voci delle donne musulmane (artiste, ricercatrici, attiviste e scienziate)! Infine, il terzo obiettivo è creare una comunità di potere, per ottenere un cambiamento a livello sistemico. Interveniamo a livello nazionale ed europeo, moltiplichiamo le presenze sui media, i seminari, le conferenze, ecc.

Come siete riuscite ad adattarvi dopo il primo lockdown?

Di norma, la stragrande maggioranza dei nostri eventi si svolge in presenza; questo è essenziale per creare i legami di solidarietà insiti nel nostro lavoro. Ci piace realizzare eventi belli e creativi, che entusiasmino tutt*! Quindi tutto doveva essere ripensato online e con nostra sorpresa… è andata bene. A parte il festival che ha dovuto essere cancellato, abbiamo fatto lo stesso numero di workshop, se non di più! Per esempio, durante il primo lockdown, abbiamo organizzato un piccolo incontro quotidiano ogni mattina: alle 10, una delle nostre socie ha fatto una piccola lezione di yoga per aiutarci a svegliarci. Durante il Ramadan è stato molto, molto difficile: è un mese di spiritualità che condividiamo collettivamente con le persone che ci circondano e in cui riunirsi è fondamentale. Una volta alla settimana, facevamo un ftour [rottura del digiuno] online, ognuno con il proprio piatto dietro il computer.

Dall’inizio del 2021, abbiamo anche potuto reinventarci con eventi online, invitando donne che non potevamo necessariamente ricevere in Francia per mancanza di risorse: l’attivista palestinese, americana e musulmana Linda Sarsour, l’incredibile Amina Wadud, professoressa e autrice di The Koran and Women: A Rereading of the Koran from a Woman’s Point of View, con sede in Indonesia, o la dottoressa e autrice femminista musulmana Asma Lamrabet, che si trova in Sudafrica.

Tuttavia, da marzo 2020, si è diffuso un senso di tristezza e disagio che ha avuto un impatto sulla salute mentale delle donne musulmane.

Quali social network utilizzate?

Siamo presenti su tutti i social network. Quello che usiamo di meno è Twitter, a causa delle numerose campagne di cyber-bullismo. Su Facebook raggiungiamo relativamente meno persone; anche se dipende dal formato, i nostri eventi online degli ultimi mesi hanno comunque raggiunto oltre 1000 persone in diretta. Quindi Instagram è il nostro strumento principale, quello in cui ci sentiamo più in sicurezza.

Come riuscite a gestire i ricorrenti dibattiti islamofobi (certificati di verginità, velo, piscina, legge contro il “separatismo”…)?

Abbiamo imparato a nostre spese a non essere in costante reazione [a questi avvenimenti, NdT]. Non si tratta solo di preservare la nostra salute mentale, ma anche di logica: non possiamo essere costantemente in reazione. Il nostro obiettivo è portare il nostro messaggio di una società più giusta nell’agenda politica quando vogliamo. Non passa settimana senza che riceviamo inviti a parlare con Éric Zemmour, ma abbiamo sempre rifiutato: non siamo interessate. Inoltre, dobbiamo sempre pensare alle nostre apparizioni: una delle nostre socie, che è andata sui set televisivi, ha poi perso il suo lavoro…

Quindi, preferiamo organizzarci sul campo, con le principali persone interessate: fare comunicati, organizzare gruppi di discussione per assicurarci che tutt* stiano bene, scrivere appelli. Queste notizie sono estremamente pesanti per noi donne musulmane, quindi cerchiamo anche di proteggerci. Questo non ci ha impedito di essere chiamate a pronunciarci sulla legge sul “separatismo”. Ci organizziamo politicamente, ci organizziamo collettivamente.

Molte femministe hanno abbandonato la sfera dei media a causa dei burnout legati all’attivismo. Quali sono le vostre strategie per proteggervi dal burnout dell’attivista, ma anche dalla violenza sessista, islamofoba e razzista?

L’associazione non era ancora stata lanciata ufficialmente quando abbiamo subito la prima grossa esposizione mediatica. Quando volevamo aprire un conto bancario, obbligatorio per creare un’associazione, ci è stato rifiutato in nome del rispetto di una laicità completamente abusata. Abbiamo cambiato banca, lanciato una campagna di mobilitazione online e fatto appello al Difensore dei diritti umani per far riconoscere le discriminazioni subite. Non abbiamo esitato a lungo: se ci fossimo lasciate scoraggiare quando l’associazione ancora non esisteva, come avremmo potuto andare avanti? C’è stato anche un intervento davanti a Manuel Valls, nel gennaio 2017 a “Émission politique” di France 2: è stato un punto di svolta. Non solo perché tante donne si sono unite a noi, ma anche perché siamo state sottoposte a un’enorme campagna diffamatoria durata settimane. In sintesi, siamo stati accusate di essere un’associazione terroristica che beneficiava dei finanziamenti dei Fratelli Musulmani… È stato molto, molto violento, perché l’associazione era stata creata meno di sei mesi prima.

Lallab è stata fondata per lavorare sui temi del sessismo, del razzismo e dell’islamofobia senza creare una gerarchia tra queste lotte – per esempio, il sessismo esiste in tutta la società, non solo nella comunità musulmana…

Infine, la salute mentale è al centro delle nostre attività: creiamo spazi in cui le donne musulmane possano essere se stesse, esprimere liberamente le loro idee e creare legami. Questi sono spazi altamente politicizzati! Durante un workshop, abbiamo scritto su un post-it tutte le conseguenze delle discriminazioni che gravano sui nostri corpi e sulla nostra salute mentale. Le risposte erano scritte sui muri: disturbi alimentari, mancanza di fiducia, problemi legati alla sessualità, disturbi del sonno, malattie autoimmuni…. È stato un momento emozionante, ma anche l’origine del programma Potere per offrire risposte a chi ne ha bisogno. Le donne musulmane subiscono oppressioni intersecanti che sono specifiche alla loro identità.

Accettate alleat* nella vostra associazione, qual è il loro ruolo?

Lallab è composta principalmente da donne musulmane, ma è aperta a tutti – Justine Devillaine, cofondatrice e direttrice, è bianca e atea. Semplicemente, quattro principi governano la nostra comunità: la parola delle persone interessate, non al posto di o per, ma con, il femminismo intersezionale, l’auto-organizzazione con particolare autonomia politica e la pluralità.

 

Fonte
Magazine: Les Ourses à plumes
Articolo: LALLAB : « ON S’ORGANISE POLITIQUEMENT, ON S’ORGANISE COLLECTIVEMENT »
Scritto da: Séraphine
Data: 27 ottobre 2022
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: ©Dalal Tamri
Immagine in anteprima: freepik

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