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L’ammissione di donne indigene alle università cresce del 620% dal 2009

Nonostante il numero di indigeni ammessi ai corsi universitari sia salito dopo l’approvazione della “Lei de Cotas” (sistema di quote etniche per l’accesso all’istruzione universitaria, NdT), nel 2012, gli studenti affrontano ancora sfide economiche e sociali per concludere il percorso universitario.

Il viaggio di Val Munduruku da casa sua a Jacareanga (Stato del Pará, Nord del Brasile, NdT) fino a Madrid è stato lungo e stancante. La settimana scorsa, nella Capitale spagnola, si è unita ad altri giovani che sono diventati protagonisti del dibattito sul cambiamento climatico alla 25esima Conferenza sul Clima (COP 25) dell’ONU, conclusasi domenica 15 dicembre 2019. A soli 23 anni, la studentessa di Gestione delle Pubbliche Amministrazioni e iscritta all’Università Federale dell’Ovest del Pará (Ufopa) si impegna per, stando alle sue parole, “portare ai popoli della foresta le politiche pubbliche di valorizzazione dello sviluppo sostenibile, così come la consapevolezza dei diritti delle popolazioni tradizionali”.

La studentessa è una delle più di settemila donne indigene ammesse alle istituzioni brasiliane di livello superiore nel 2015. Secondo i dati raccolti e analizzati da Gênero e Número, attraverso i dati resi disponibili dal Censo da Educação Superior (censimento dell’istruzione universitaria, NdT), il numero di indigeni iscritti è aumentato negli ultimi anni: si è passati dai 2.780 nel 2009 ai 17.269 nel 2018, ultimo anno rilevato. Nello stesso anno, il numero di donne come Val è cresciuto del 620% rispetto al 2009, primo anno in cui la variabile “appartenenza etnica” è stata aggiunta al censimento. Tra gli uomini indigeni, la crescita è stata del 439%. A partire dal 2014, loro rappresentano la maggior parte del totale di indigeni ammessi, il 52% del totale, e così si sono mantenuti fino al 2018.

Il dato positivo contrasta con un anno particolarmente difficile per i popoli indigeni in Brasile. Il numero di attivisti morti nei conflitti per la terra nel 2019 è stato il più alto negli ultimi 11 anni, almeno secondo i dati preliminari della Commissione Pastorale della Terra (CPT). Delle 27 persone uccise in questi conflitti nel 2018, sette erano leader indigeni, contro due nel 2018, secondo i dati resi disponibili dallo stesso ente. Soltanto all’inizio dello scorso dicembre, tre sono stati gli attivisti indigeni uccisi; due del popolo Guajajara sono stati assassinati e altri due sono rimasti feriti durante un attentato il 7 dicembre, nel Maranhão (Stato del Nord-Est del Brasile, NdT). L’attivista Humberto Peixoto Lemos, dell’etnia Tuyuca, è morto in ospedale dopo esser stato aggredito e preso a bastonate il 2 dello stesso mese, nell’Amazonas (Stato del Nord del Brasile, NdT).

“L’università mi ha dato tanto. Dopo essere stata ammessa alla triennale, mi sono resa conto delle problematiche che affrontiamo tutti i giorni in quanto società, in un discorso più generale, e di quelle presenti all’interno delle comunità indigene. E questo è stato possibile soltanto con l’ammissione e iscrizione all’università, nonostante le difficoltà che tutti noi indigeni affrontiamo durante la laurea”, racconta Val Munduruku.

Lei è il primo membro della sua famiglia ad andare all’università. Oltre a fare la studentessa e a essere impegnata per l’ambiente, è anche un’attivista femminista. Viene da una famiglia composta da altri sei fratelli che vive ad Alter do Chão, frazione del comune di Santarém (in cui non ci sono istituzioni universitarie). È stata ammessa all’università tramite il Processo Seletivo Especial Indígena (prove d’ammissione alle università ad hoc per gli studenti indigeni, NdT).

Quote etniche e processi di selezione speciali

Il primo salto del numero di indigeni ammessi si è avuto tra il 2013 e il 2014, quando gli indigeni sono passati da 3.876 a 9.018 iscritti. Nel 2015, i numeri hanno registrato un aumento significativo e nel 2016 hanno raggiunto l’indice più alto, con 26.062 studenti iscritti. Tuttavia, il numero è calato da allora e nel 2018 è arrivato a soli 17.269 iscritti. Contattato da Gênero e Numero, il Ministero dell’Istruzione brasiliano non ha voluto commentare il calo delle immatricolazioni.

L’aumento osservato dal 2009 raffigura un aumento della percentuale di studenti indigeni rispetto al totale degli studenti universitari del Paese. Nel 2016 e 2017, la presenza è arrivata allo 0,8%, però nel 2018, è scesa allo 0,5%. Nonostante il calo questi indici sono una pietra miliare (della legge di quote etniche), una volta che superano la proporzione della popolazione indigena residente nel Paese, che è dello 0,4%, secondo i dati del Censo 2010 (il censimento generale della popolazione del 2010, NdT), raccolti dall’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE).

Secondo Eunice Dias de Paula, dottoressa di ricerca della Universidade Federal de Goiás in Linguistica e membro del Conselho Indigenista Missionário (Cimi), la “Lei das Cotas”, approvata nel 2012, insieme ai test di ingresso specifici agli indigeni, sono i principali responsabili di tale crescita, poiché favorirebbero l’ingresso di persone indigene in qualsiasi corso universitario (e all’università in generale, NdT).

La legge regolamenta non solo l’ammissione alle università federali e agli istituti tecnici federali, ma anche la quota di riserva delle categorie protette come i cittadini che si auto-dichiarano neri, “pardi” (mulatti, NdT) e indigeni, disabili, studenti provenienti dalle scuole pubbliche e studenti appartenenti a famiglie economicamente disagiate.

Le prove d’ammissione ad hoc per i candidati indigeni, cui lo scopo è promuovere l’inclusione sociale ed etnica di questi popoli, è una realtà presente in più istituzioni brasiliane, tra cui la Universidade Federal do Oeste do Pará (Ufopa), la Universidade Federal de Pelotas (UFPel; nello Stato meridionale del Rio Grande do Sul, NdT) e la Universidade Federal de Roraima (UFRR; nel Nord del Brasile, NdT). Alla Universidade Estadual de Campinas (Unicamp; nei pressi di San Paolo a sud est, NdT) a ottobre 2018, si è svolta la seconda edizione delle prove d’ammissione ad hoc per 1.6mila candidati indigeni.

Cris Pamkararu, dottoranda in Antropologia al Museu Nacional di Rio de Janeiro, non è stata beneficiaria delle quote etniche agli indigeni alla triennale, perché all’epoca la legislazione federale in materia era inesistente. Grazie all’ampliamento delle azioni affermative estese ai corsi post laurea in alcune università, è riuscita a iscriversi ai test di ammissione alla laurea magistrale e poi al dottorato di ricerca. Pamkararu è dell’etnia Tacaratu e il suo villaggio (nel comune omonimo, nello Stato del Pernambuco; al Nord, NdT) è conosciuto con il nome Brejo dos Padres, nome che fa allusione ai gesuiti (lì presenti in epoca coloniale, NdT). Lei si è laureata in Geografia nel 2003 al Centro de Ensino Superior do Vale de São Francisco (CESVSP) presso Belém do São Francisco (sempre a Pernambuco, NdT) e racconta:

“Siamo sempre stati oggetti di studio e ricerca. Siamo molto presenti nella scienza brasiliana, che ha sempre usato i nostri corpi e il nostro sangue come scopo di ricerche scientifiche, nell’ambito della genetica e dell’anatomia umana. Tuttavia siamo ancora assenti (in quanto persone e ricercatori, NdT) in quell’ambiente. Siamo riusciti a entrare a fare parte di questo spazio che ci ha usato e distrutto, e che tenta costantemente di ignorare la nostra presenza. [Poter iscriversi all’università] è un progetto di resistenza, lotta e rivendicazione. L’università è uno spazio anche nostro.”

La ricercatrice sostiene inoltre che le azioni affermative e le prove d’ammissione ad hoc dovrebbero continuare a essere svolte, e che dovrebbe essere aggiunto l’investimento per quanto riguarda la qualità della scuola indigena, per poter garantire un maggiore inserimento e proseguimento degli studi universitari da parte della popolazione indigena.

Sfide all’inserimento universitario e al proseguimento degli studi

Eunice Dias de Paula da più di 40 anni si occupa di istruzione indigena. Ha partecipato alla realizzazione di una scuola nel villaggio degli Apyãwa a Tapirapé (MT; Stato del Mato Grosso nel centro-ovest brasiliano, NdT), dove lavora dal 1973 come insegnante e consulente pedagogica. Secondo lei, l’inserimento delle persone indigene in ambito universitario ha le sue limitazioni, nonostante le quote etniche. “Gruppi indigeni che si trovano più vicini ai centri abitati hanno più facilità di essere ammessi alle università attraverso tali quote; dall’altra parte, i popoli che abitano nelle regioni più lontane hanno difficoltà ad accedere alle università, perché le spese tra spostamenti e alloggi sono molto alte, impossibilitando così il loro proseguimento degli studi”, mette in evidenza.

Un’altra sfida sarebbe il fatto che l’università non è uno spazio costruito o pensato per le persone indigene: “Le università sono costruite attraverso le logiche occidentali ed eurocentriche e, nel momento in cui una persona indigena riesce a superare i test d’ammissione, entra in uno spazio in cui è la minoranza tra gli studenti, dove la sua lingua e cultura non sono minimamente considerate e nel quale ogni anno ci sarebbero al massimo uno o due studenti indigeni a lezione”.

Val Munduruku concorda: “Oggi ci troviamo in una preoccupante realtà per quanto riguarda il proseguimento degli studi universitari da parte degli studenti indigeni. Ma in questo momento mi faccio forza per continuare a lottare e per non essere la prima e unica nella mia famiglia ad andare all’università”.

Una delle misure del Governo federale per evitare la dispersione dalle università federali è il Programa de Bolsa Permanência (PBP), un aiuto economico agli studenti indigeni e “quilombolas” (i “quilombo” sono storiche comunità fondate da schiavi africani fuggiti, come spazio di resistenza alla schiavitù, NdT) e agli studenti vulnerabili economicamente. L’importo mensile è di R$900 (€200 circa, NdT) che viene accreditato direttamente allo studente triennale. Val Munduruku aggiunge che la borsa del Governo federale e un’altra complementare, resa disponibile dall’università stessa, sono imprescindibili al suo proseguimento negli studi. “Questi aiuti ci permettono di poter vivere nella stessa città dove studiamo, senza che dobbiamo lavorare per mantenerci, anche perché non abbiamo né tempo di farlo né le qualifiche richieste dal mondo del lavoro, come conoscenze informatiche e di lingua inglese, dato che molti di noi hanno poche conoscenze. Dunque le borse ci permettono di poter pagare i corsi extra e le spese, tra cui l’affitto, vitto, gas, energia, medicine, libri, l’abbonamento al trasporto pubblico”.

Fonte
Magazine: Gênero e Número
Articolo: “Ingresso de mulheres indígenas nas universidades cresce 620% desde 2009”
Autrici: Vitória Régia da Silva (giornalista), Maria Martha Bruno (editor) e Flávia Bozza Martins (analista dei dati)
Data: 19 dicembre 2019
Traduzione a cura di: Bruna A. Paroni
Immagine di copertina: Gênero e Número

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