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L’anniversario del massacro di Montréal: i media devono svolgere un ruolo chiave nella lotta al femminicidio

L’anniversario del massacro di Montréal: i media devono svolgere un ruolo chiave nella lotta al femminicidio

Il 6 dicembre 1989, un atto di violenta misoginia uccise 14 giovani donne all’École Polytechnique dell’Università di Montréal. Questo femmicidio di massa, sebbene perpetrato da un solo uomo, è nato dentro un ambiente sociale caratterizzato da iniquità di genere, misoginia, colonialismo, razzismo e altri sistemi di oppressione che si intersecano.

Il femminicidio, che si riferisce alle uccisioni legate al sesso/genere di donne e ragazze, non è un fenomeno che avviene di punto in bianco. Sebbene i media spesso descrivano i femminicidi come “crimini passionali” spontanei quando gli uomini uccidono le loro partner, questi femminicidi sono il culmine di una storia di violenza in oltre il 70% dei casi e sono più spesso crimini “di controllo”. È anche spesso più probabile che siano atti premeditati rispetto agli omicidi di non-partner. Molti di questi decessi sono prevenibili e dobbiamo utilizzare ogni strumento a nostra disposizione per aumentare la consapevolezza pubblica e migliorare la prevenzione.

Responsabilizzare le istituzioni

Gli sforzi per la salute pubblica durante questa pandemia da COVID-19 hanno illustrato l’importanza di dare messaggi chiari, di dare la priorità alle voci di espertə e di chiedere aə leader politicə e alle istituzioni di prendersi la responsabilità di salvare vite umane. Mentre questi sforzi continuano, in Canada ricordiamo ancora una volta il 6 dicembre, la Giornata nazionale della memoria e dell’azione sulla violenza contro le donne, e riflettiamo sulla pandemia di violenza maschile in corso, che continua a prendere la vita di donne e ragazze in tutto il mondo.

Il nostro lavoro presso il Canadian Femicide Observatory for Justice and Accountability (L’Osservatorio canadese sul femminicidio per la giustizia, NdT) tiene traccia di questa forma estrema di violenza legata al sesso/genere. Com’è così evidente con la pandemia da COVID-19, i media svolgono un ruolo fondamentale nell’informarci su come vengono definite le minacce, a quali aspetti prestare attenzione e come affrontare un determinato problema. In breve, i media inquadrano il problema e suggeriscono le soluzioni. In quanto tali, i media possono essere un meccanismo chiave per la prevenzione primaria, ma solo se il problema è rappresentato in modo accurato.

Nella copertura mediatica del femminicidio, i mezzi di comunicazione hanno un ruolo di primo piano, non solo nel generare consapevolezza e nell’educare in generale, ma nel supportare attivamente la costruzione di idee e mentalità che possono aiutare gli sforzi di prevenzione.

Al contrario, le rappresentazioni dannose includono quelle che ritraggono queste uccisioni come eventi isolati o individualizzati, si concentrano sui comportamenti delle vittime per suggerire (implicitamente o esplicitamente) che erano responsabili della propria morte o emarginano determinati gruppi in base a razza, religione, classe, coinvolgimento nel lavoro sessuale, orientamento sessuale o altri fattori.

C’è anche la questione di chi non è per niente rappresentato. Il fenomeno della “sindrome della ragazza bianca scomparsa” rende evidente che le vittime bianche, solitamente privilegiate di classe, ricevono un’abbondante copertura mediatica mentre le donne e ragazze native, nere o in altro modo razzializzate scomparse e assassinate sono escluse dall’attenzione della società su larga scala. Pertanto, alcune donne e ragazze rimangono invisibili nella vita, e nella morte.

È fondamentale che i media affrontino il femminicidio

Il modo in cui i giornalisti inquadrano i femminicidi è quindi fondamentale per informare accuratamente il pubblico. La copertura mediatica del fenomeno ha il potenziale per collegarlo a questioni più ampie relative alla violenza contro le donne, educando così il pubblico su questi reati, le loro cause, conseguenze e implicazioni sociali più ampie. Questa copertura mediatica potrebbe includere terminologie come “femminicidio”, statistiche sul numero di donne uccise dai propri partner, risorse per la violenza domestica o citare esperti che sono più qualificati per parlare di femminicidio, inclusi operatorə di primo intervento, attivistə e ricercatorə.

Oltre a fornire un contesto più approfondito ed empiricamente supportato sul femminicidio, questo tipo di copertura aumenta la consapevolezza pubblica sulla questione, riporta i femminicidi non come incidenti isolati, ma evidenzia più direttamente le soluzioni della comunità e della società. Ciò può includere il finanziamento di servizi che aiutano le vittime della violenza, l’educazione alla prevenzione, le riforme legali e i cambiamenti culturali, come contrastare gli atteggiamenti che supportano o normalizzano la violenza contro le donne.

Mentre ricordiamo quelle donne e ragazze uccise dalla violenza in Canada, possiamo riflettere criticamente su come vengono raccontate le loro storie e su come i media ci educano sulla loro morte. Possiamo andare oltre l’affidamento alle narrazioni di cronaca e alle interpretazioni culturali sul femminicidio, attingendo dalle esperienze e dalle competenze delle survivor e di coloro che hanno perso le proprie care a causa della violenza. Possiamo ridurre i reportage sensazionalistici e crudi del femminicidio e smettere di suggerire che le azioni, i comportamenti o gli stili di vita delle vittime abbiano contribuito alla loro morte.

Il femminicidio è una tragica perdita di vite umane. È l’atto più estremo di violenza contro le donne, una violazione dei diritti umani e parte di una crisi di salute pubblica. Una rappresentazione accurata di questo crimine da parte dei media deve includere prospettive che affrontino tutte e tre queste aree.

Fonte
Magazine: The Conversation
Articolo: Montréal Massacre anniversary: The media must play a key role in fighting femicide
Scritto da: Associate Professor Jordan Fairbairn, PhD student Ciara Boyd, Professor Myrna Dawson, Professor Yasmin Jiwani
Data: 5 dicembre 2021
Traduzione a cura di: Caterina Fantacci
Immagine di copertina: Priscilla Du Preez su Unsplash
Immagine di anteprima: freepik

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