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Le Amazzoni: dal Mondo Classico alla Pop Culture

Le Amazzoni: dal Mondo Classico alla Pop Culture

Articolo di Rossella Ciciarelli

“Sono il Dr. William Moulton Marston, e sono il creatore di Wonder Woman. Wonder Woman è una lettera d’amore, è una fantasia. Viene da un posto lontano dove c’è ovunque bellezza, giustizia e rispetto. Scrivo quello che vedo delle donne che conosco; donne che sono, in ogni minimo particolare, forti e capaci come Wonder Woman.”

È con queste parole che si chiude Professor Marston and the Wonder Women, un film che, ambientato negli anni Quaranta, mostra le origini dell’amazzone più famosa di sempre, nonché prima eroina della DC Comics.

Il viaggio in cui mi piacerebbe ci avventurassimo oggi, però, parte da un punto che si trova, sulla nostra linea temporale, giusto un po’ più indietro del 1941… Diciamo pure a una distanza di circa 25 secoli.
È in questo lontano momento della storia, nel mondo greco, che infatti hanno origine le narrazioni sulle sorelle guerriere di Diana Prince.
E, se le cose che raccontiamo e il modo in cui le raccontiamo sono sempre state alla base della nostra cultura e di ciò che siamo, credo sia interessante indagare su una narrazione così antica come quella delle Amazzoni che da secoli non ha mai smesso di assumere significati – positivi e negativi – nell’immaginario maschile e in quello femminile.

Le origini: Il mondo antico

“C’era una volta in un posto lontano” avrebbe potuto essere la formula perfetta per aprire ogni racconto di battaglia fra uomini e donne guerriere: per dirla col suo nome, ogni amazzonomachia. Queste epiche battaglie fra i greci e le nemiche che narravano aver avuto i loro antenati si erano sempre svolte presso frontiere lontane, ai confini del tempo e del mondo civilizzato.
Le Amazzoni rappresentavano quanto di più distante poteva esserci dalla società greca, che vedeva la debolezza come caratteristica dell’altro: della donna, dello straniero.
Fra mito e storia, racconti su queste figure passavano di bocca in bocca, si materializzavano su vasi o scolpiti nel marmo e venivano narrati da poeti e storici come Omero ed Erodoto.
Secondo quest’ultimo le Amazzoni erano un popolo bellicoso di donne guerriere che abitava la natura selvaggia al di là della parte nota del mondo; diverse leggende, fiorite rigogliose nel corso dei secoli, le collocavano ora in Nord Africa, ora nell’Europa dell’Est, e, man mano che le aree geografiche familiari aumentavano, esse e i loro modelli di vita incompatibili retrocedevano, mantenendosi sempre appena fuori portata.
In quest’ottica, le numerosissime apparizioni di Amazzoni nel mondo antico e la narrazione delle loro gesta – nata prima di Erodoto, in un tempo in cui la distinzione fra storia e mito non era chiara – vengono oggi lette come un modo per esorcizzare la paura che le società matriarcali ancora suscitavano. Interessante è infatti, se ci pensiamo, come tutti questi racconti possedessero un comun denominatore: le donne guerriere, lodate per la loro forza e il loro coraggio, alla fine venivano puntualmente sconfitte dall’eroe virile di turno che, da questi scontri, usciva sempre vittorioso.

Ora, senza addentrarci in quanto possa esserci di vero in tutto ciò, e nelle implicazioni delle scoperte archeologiche di donne sarmate che venivano seppellite con le loro armi (in territori che coincidono con quelli che si credevano abitati dalle Amazzoni), manteniamoci sul piano delle narrazioni: è facile leggere le conclusioni date alle storie di queste donne come spie di racconti scritti da uomini attraverso il proprio punto di vista, vero?
Vero, mi sembra quasi di sentire un enorme allarme nelle orecchie che mi avverte del problema: Attenzione, Male gaze individuato, attenzione!”.

Tuttavia, allo stesso tempo, non abbiamo ragione di pensare che questo tipo di rappresentazioni non piacessero alle donne greche: sconfitta finale o meno, queste storie davano loro l’opportunità di mettersi nei panni – e nelle armature – di figure dotate di un grado di autonomia, di libertà e di potere che mai avrebbero potuto raggiungere nella loro vita nelle poleis.
Donne e ragazze conoscevano queste storie, usavano i vasi su cui erano rappresentate, guardavano i monumenti su cui le Amazzoni erano glorificate, e mi piace pensare che ciò consentisse loro, almeno per un po’, una piacevole identificazione; in una maniera poi non così diversa da come hanno fatto molte bambine a partire dal 1941, immaginandosi supereroine grazie ai fumetti di Wonder Woman. Nel nostro viaggio però non siamo ancora giunti a questo punto.


 

Rinascimento: pericolose o esemplari?

L’immaginario medievale, si sa, era pieno di mostri che abitavano un mondo sempre in bilico fra salvezza e dannazione; volti grotteschi, diavoli, sirene dalla coda bifida e altre creature spaventose e bizzarre, fra cui anche le Amazzoni, potevano celarsi ovunque, dalle pagine dei codici miniati alle facciate delle monumentali cattedrali, come sollecitazioni visive capaci di indirizzare l’uomo sulla retta via. Realtà e fantasia entrarono poi in collisione nel momento in cui iniziarono le spedizioni in parti sconosciute del globo: anche Cristoforo Colombo nel 1493 annotava nei suoi diari di aver trovato un’isola di donne bellicose che importavano gli uomini per la procreazione e crescevano personalmente solo le figlie femmine. Ecco che lo schema tornava a ripetersi e, oltre la “civiltà”, il Nuovo Mondo si popolava di Amazzoni.

Del resto, anche gli umanisti italiani avevano scelto di rispolverare i miti antichi riguardo queste figure, trovando in essi dei perfetti punti di partenza per riflettere sui ruoli di genere all’interno della società. Le Amazzoni venivano tirate in ballo perché incarnavano ora qualità positive per le donne, ora qualità positive per gli uomini, e difficilmente per entrambi contemporaneamente. In un periodo in cui “le inclinazioni naturali” femminili si credevano pericolosamente carnali, le Amazzoni venivano infatti lodate perché viste come vergini, o, in generale, come donne che usavano la sessualità per soli scopi procreativi: trasmettere un messaggio simile doveva apparire certamente molto allettante. Un po’ meno piacevole era invece il rischio che, con il loro modello di vita e con quella sciocca storia dell’autodeterminazione e della libertà, le Amazzoni potessero togliere a padri e mariti la prerogativa di dirigere il destino delle loro figlie e mogli. In che modo ovviare al problema? Creando delle narrazioni adatte, ancora una volta, a far emergere un finale moralizzante, in cui le Amazzoni, sconfitte o sedotte, rinnegassero il loro modo di essere per ricongiungersi ai ruoli di genere prestabiliti.

Prendiamo la Teseida di Boccaccio, un poema in cui il poeta riprende la storia di Teseo e della sua conquista di Tebe. L’eroe decide di combattere contro un popolo in cui le donne, eliminati gli uomini, avevano eletto come capo una regina, Ippolita (colei che poi, nei fumetti, diventerà la madre di Wonder Woman). Lo scontro è disastroso per l’esercito di Teseo che, impaurito, si ritira sulle navi; peccato che la sottomissione di questo popolo di Amazzoni sia inevitabile e, nel giro di poco tempo, la stessa regina passa dal lodare il coraggio necessario per essere libere che tutte insieme avevano dimostrato di avere, al promettere di non ripetere più quella follia, sposando l’eroe ateniese.

Le narrazioni provenienti dalla Teseida erano popolari fra i committenti di cassoni, come questo di Paolo Uccello. Qui la battaglia si svolge fra una città protetta da mura, da cui compaiono le donne (che non sembrano pronte a combattere!), e le barche con cui gli ateniesi sono arrivati; immediatamente si crea una dialettica in cui da una parte vi sono gli uomini, il mondo aperto con tutte le possibilità che offre loro, e dall’altra la domesticità confinata del reame femminile. In altre parole, questo è un esempio tipico di come si possa usare il potere dell’immagine per eliminare l’idea che le guerriere avessero mai potuto rappresentare una seria minaccia per il dominio maschile.

Narrazioni come questa di Boccaccio dovevano essere frequenti, ma, prima di lasciare anche questo periodo storico e fare un ulteriore salto in avanti, mi piacerebbe pescarne una totalmente differente. Christine de Pizan, scrittrice che meriterebbe molto più spazio di quello che le è stato riservato fino a oggi, nel 1405 porta a termine La Città delle Dame, un libro in cui risponde a tutti quegli autori, fra cui anche Boccaccio, convinti che la donna fosse per natura un essere vizioso; lo fa proponendo una città ideale abitata dalle figure femminili che erano state importanti per la storia dell’umanità, governata da Regine e condotta in guerra dalle Amazzoni, prova della forza e della capacità delle donne di guidare la società.

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Femministe, suffragette, eroine

Dalla fine del diciannovesimo secolo, quando la battaglia per l’uguaglianza dei sessi nacque e crebbe su se stessa, le Amazzoni diventarono un simbolo efficace. Le Suffragette, nel bene e nel male, talvolta come elogio e molto più spesso come critica, iniziarono a essere accostate a queste guerriere a cavallo. Questo perché la donna con le sue rivendicazioni di maggiori libertà personali, sociali e politiche, veniva vista come causa di un possibile decadimento sociale, e, di conseguenza, il femminismo diveniva l’esempio più chiaro della “degenerazione mascolinizzante” che l’avrebbe portata ad assumere caratteristiche e ruoli che non le competevano. Insomma, l’uomo, sentendosi minacciato, passò presto al contrattacco e la “battaglia dei sessi”, in questi anni, si giocò anche attraverso immagini e parole, usate come armi volte a screditare le combattenti e rimetterle al loro posto.

 

Franz von Stuck, Amazzone ferita, 1903.
Fra la fine dell’800 e l’inizio del secolo successivo le Amazzoni, così come le Sirene, le Arpie, le Sfingi, Giuditta e Salomè, diventano incarnazioni, nella mente maschile, della pericolosa femme fatale.
 
Oramai le donne, tuttavia, sempre più forti nell’appropriarsi della possibilità di costruire narrazioni proprie, non avevano più intenzione di arrendersi a conclusioni inadeguate. La vittoria doveva essere quella di ottenere finali in cui a trionfare fosse l’autodeterminazione; se le narrazioni costruiscono ciò che siamo, era di vitale importanza che le bambine avessero a disposizione esempi coraggiosi, liberi e attivi affinché capissero che, all’occorrenza, la stessa forza delle Amazzoni avrebbero potuto trovarla in loro stesse.

Da Wonder Woman, che continuando a rivivere periodicamente in nuove pellicole resta la madre di tutti questi esempi, passando per Xena, l’eroina degli anni ’90, fino ad arrivare alle protagoniste forti di nuova generazione che vivono nelle pellicole degli ultimi anni, la cultura pop si arricchisce sempre più (e per fortuna!) di nuove fonti d’ispirazione.
Le donne guerriere si sono sempre rialzate e, così come hanno fatto finora, resteranno pronte a sussurrarci che è sempre possibile fare un altro tentativo quando si tratta di lottare per ciò in cui si crede. Il loro compito è quello di ricordarci, parafrasando ciò che Steve Trevor dice a Wonder Woman, che “domani voi potete salvare il mondo.

 

Per approfondire:
– Adrienne Mayor, What has made the ancient mythology of warrior women so enduring?, The quarterly journal of military history, 1991.
– Margaret Franklin, Boccaccio’s Amazons and Their Legacy in Renaissance Art: Confronting the Threat of Powerful Women, Woman’s Art Journal, 2010.

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