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Le collaboratrici domestiche celebrano il sussidio straordinario approvato dal Governo, ma ne sottolineano i punti critici

A distanza di due settimane dall’annuncio delle prime misure sociali adottate per far fronte alla crisi causata dal Coronavirus, il Governo compie un passo avanti a favore del settore, senza tenere tuttavia in considerazione 200.000 collaboratrici domestiche prive di contratto e continuando a imporre alle famiglie obblighi da cui ha invece esonerato le imprese.

Madrid, 2 aprile 2020 – Martedì 31 marzo (NdT) il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge reale che rende operativa la misura di concessione del sussidio straordinario a favore delle persone iscritte al Sistema Especial para Empleadas de Hogar del Régimen General de la Seguridad Social (Sistema speciale per collaboratrici domestiche in regime generale di previdenza sociale, NdT), ideato in collaborazione con il Ministero delle Pari Opportunità. Finalmente un’iniziativa del Governo pensata per questa categoria professionale, fino ad oggi esclusa dalle misure straordinarie di tutela sociale adottate in seguito alla crisi sanitaria causata dal Coronavirus. Si tratta di una misura ideata grazie alla pressione esercitata da numerose organizzazioni del settore che considerano tale sussidio come una conquista, nonostante esprimano i propri dubbi in merito.

Avranno diritto a questa nuova prestazione le persone iscritte come collaboratrici domestiche prima dell’entrata in vigore dello stato di allerta che hanno smesso di prestare servizio presso uno o più domicili, in modo totale o parziale, al fine di ridurre il rischio di trasmissione del virus durante la crisi sanitaria causata da Covid-19. Sono altresì incluse le collaboratrici che siano state licenziate o il cui contratto sia stato sospeso durante la crisi sanitaria.

“Consideriamo positivo il fatto che per la prima volta venga riconosciuto un sussidio di questo tipo, sia per le collaboratrici licenziate che per quelle alle quali è stato sospeso il contratto a seguito dell’attuale situazione sanitaria. Speriamo solo che si tratti di un passo decisivo verso il riconoscimento definitivo del diritto al sussidio di disoccupazione dell’unico settore lavorativo che rimane ancora parzialmente escluso dal regime generale di previdenza sociale e che la dichiarazione circa la ratifica della Convenzione 189 dell’Organizzazione internazionale del lavoro non rimanga ancora in sospeso. Il contrario sarebbe una decisione incomprensibile”, spiegano le collaboratrici in un comunicato diffuso l’1 aprile e firmato da più di una trentina di organizzazioni di collaboratrici domestiche, donne migranti e altre entità della società civile di tutto lo Stato.

Il sussidio potrà essere richiesto dalle lavoratrici iscritte alla previdenza sociale. Il livello elevato di collaborazioni in nero attive in questo settore è certamente noto. Secondo le statistiche ufficiali, sono più di 200.000 le persone che lavorano senza regolare contratto: esse rappresentano almeno un terzo delle collaboratrici totali e risultano tutte escluse dal sussidio. “Sono le 200.000 collaboratrici più vulnerabili e in situazioni più precarie. Molte di loro lavorano per diverse ore presso più di un domicilio, altre hanno un incarico fisso e molte hanno una situazione contrattuale irregolare, in virtù di una legge sugli stranieri che costringe la gente a svolgere lavori necessari, però in regime di clandestinità e senza alcun diritto”, argomenta l’articolo.

Situazioni non documentabili

Per richiedere il nuovo sussidio sarà necessario dimostrare la perdita totale o parziale del posto di lavoro tramite dichiarazione firmata dal datore di lavoro, lettera di licenziamento, comunicazione della sospensione del contratto o la disiscrizione dal Sistema speciale per collaboratrici domestiche in regime generale di previdenza sociale, spiega il Ministero del Lavoro.

Tuttavia, come sottolinea l’Associazione di collaboratrici domestiche di Bizkaia, in un settore in cui quasi nulla viene fatto per iscritto, le collaboratrici incontreranno molte difficoltà nell’ottenere da parte di datori di lavoro con i quali non sono più in contatto la firma di un documento che dimostri la sospensione o la riduzione della giornata lavorativa: la stessa situazione si verifica con la necessità di presentare documenti che provino il licenziamento, quando nel 90% dei casi si verifica verbalmente. “Esigiamo che ogni caso venga studiato e che la pubblica amministrazione intervenga con i propri mezzi, compreso l’ispettorato del lavoro, al fine di assicurare che il datore di lavoro collabori fornendo i documenti necessari”, dice la medesima organizzazione, impegnata dal 1986 nella lotta per ottenere condizioni di lavoro eque che considerino il lavoro domestico come qualunque altro tipo di lavoro.

In caso di licenziamento, la data iniziale dell’accredito della prestazione sarà la data di disiscrizione dalla previdenza sociale, a patto che ciò sia avvenuto non prima del 14 marzo, quando è stato dichiarato lo stato di allerta. Ma nella situazione eccezionale che stiamo vivendo, vi sono numerose collaboratrici che sono state licenziate risultando però pur sempre iscritte alla previdenza sociale, giacché i loro datori di lavoro non hanno provveduto a disiscriverle. Quanti in questi giorni si occupano di valutare chi si trova in situazioni speciali di vulnerabilità, a causa della mancanza di risorse o per difficoltà di diverso tipo, ci confermano che in 24 ore dall’approvazione del Decreto sul sussidio speciale per le collaboratrici domestiche, sono già stati riscontrati casi di donne che hanno perso il lavoro e che non ricevono introiti da settimane, ma il cui datore di lavoro non ha ancora provveduto a disiscriverle dalla previdenza sociale.

Inoltre la misura approvata dal Governo non tiene conto di situazioni sorte nei giorni precedenti alla dichiarazione dello stato di allerta del 14 marzo. “Molte collaboratrici sono state licenziate prima della dichiarazione formale dello stato di allerta e al contrario di quanto accade in altri settori del mondo del lavoro, il sussidio non andrà a coprire tali casistiche”, spiega Carolina Elías, dell’associazione Sedoac. “In realtà la misura doveva essere adottata insieme al primo pacchetto di misure economiche messe in atto dal Governo”, ma è arrivata in ritardo e “grazie alle pressioni della società civile”.

Il sussidio ammonterà al 70% dello stipendio base. Piattaforme come l’Osservatorio Jeanneth Beltrán spiegano che, considerando che in questo settore i contributi vengono versati a tranche, che “molte volte le quote versate risultano proporzionalmente inferiori rispetto al salario reale”, che gli importi non vengono aggiornati nonostante i salari vengano aumentati e che, per abbattere i costi dei versamenti previdenziali, “è pratica comune”, tra i datori e le datrici di lavoro, dichiarare salari e giornate inferiori a quelle effettivamente svolte, “in troppe occasioni tale 70% risulterà molto al di sotto di ciò che la collaboratrice percepirebbe se la previdenza sociale avesse tagliato prima le gambe a questa frode reiterata, denunciata insistentemente dai collettivi sindacali e dalle associazioni delle collaboratrici domestiche e delle colf”.

Il SEPE (Servicio Público de Empleo Estatal) ha tempo fino al 2 maggio per definire il procedimento per richiedere il sussidio

C’è un’altra grave discriminazione nell’attivazione della disponibilità del sussidio che non è stata sottolineata nelle informazioni divulgate all’inizio, ma che evidenzia la seria situazione di disparità in cui si trova questo settore. Al SEPE è stato dato tempo fino al 2 maggio per definire il procedimento per richiedere il sussidio. Finché non verrà regolamentato il procedimento, non sarà possibile nemmeno iniziare a inviare la propria richiesta. “Pertanto continuano a non godere di alcun tipo di tutela molte collaboratrici domestiche che sono state licenziate all’inizio di marzo e che dovranno aspettare fino a maggio per iniziare le procedure di richiesta del sussidio”, spiega indignata Elías.

In altre misure implementate per affrontare la presente situazione di crisi, ad esempio gli ERTE (“Expedientes de regulación temporal de empleo”, misure temporanee di licenziamento o di riduzione dell’orario di lavoro, NdT) sono stati agevolati i passaggi burocratici per consentire ai lavoratori e alle lavoratrici di accedere alle prestazioni. Nel caso delle collaboratrici domestiche, niente di tutto ciò è stato fatto. E non è l’unica differenza rispetto agli altri sussidi, sottolinea l’Osservatorio Jeanneth Beltrán: è stato stabilito un tetto massimo pari al salario minimo garantito (senza il pagamento di alcun extra) ossia 950€, e la misura non contempla inoltre l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali per i datori di lavoro colpiti dalla crisi, come invece avviene per le imprese.

“Se rappresentiamo un’attività essenziale, anche i nostri diritti lo sono”

Ancora una volta è necessaria una prospettiva integrale. Considerate le caratteristiche specifiche del settore e le molteplici situazioni che vi convivono all’interno, risulta imprescindibile l’apertura immediata delle procedure per presentare la richiesta del sussidio al SEPE tramite un procedimento chiaro e accessibile sia per le collaboratrici che per il datore di lavoro.

Inoltre, come sottolineano le organizzazioni, molte famiglie e persone sono costrette a ricorrere all’assunzione di collaboratrici domestiche per coprire la necessità di un’assistenza che non viene fornita dallo Stato. In molti lo fanno con poche risorse a propria disposizione e si tratta di persone che probabilmente oggi affrontano a loro volta situazioni di notevole difficoltà per arrivare a fine mese. Com’è possibile che questo decreto reale non includa l’esonero del versamento dei contributi previdenziali per queste famiglie e che invece tale misura sia stata garantita per le imprese, alcune di queste multinazionali, consentendo loro di sospendere i contratti e ridurre la giornata di lavoro per cause di forza maggiore legate al COVID-19?

Reazioni solidali

Le organizzazioni sociali e di collaboratrici domestiche che sono a conoscenza di molte situazioni concrete derivanti dalla crisi che stiamo attraversando avvertono che la solidarietà e l’aiuto li stanno trovando proprio nelle famiglie e nelle persone per le quali lavorano. Non in tutte, ma in più di quante ci si potesse aspettare. “Non venire, pensa alla tua salute e rimani a casa, però dammi un conto corrente su cui possa pagarti la settimana”, ha detto Elvira a Romina. “Non venire, siamo entrambi a casa e poi tu dovrai occuparti dei tuoi figli”, scrive Blanca a Doris, “avrai comunque il tuo compenso”. “Si tratta di una reazione senza precedenti”, spiega Maria, assistente sociale. “Durante le vacanze estive o quelle pasquali, le famiglie fanno a meno delle collaboratrici e non le pagano”. Abbiamo chiesto all’osservatorio Jeanneth Beltrán se stessero anche loro riscontrando casistiche simili: “Sì, e anche questo merita una menzione speciale”.

“Se rappresentiamo un’attività essenziale, anche i nostri diritti lo sono. Ed è essenziale che questo principio sia il primo passo per ottenere il riconoscimento di tutti i diritti in modo definitivo per tutte le lavoratrici, comprese quelle senza contratto o in nero. Solo in questo modo nessuno verrà lasciato indietro. Se queste misure puntano a proteggere le realtà più vulnerabili, è inammissibile che siano proprio le lavoratrici più vulnerabili a essere escluse”.

Fonte
Magazine: AmecoPress
Articolo: Las trabajadoras del hogar celebran el subsidio extraordinario aprobado por el Gobierno, pero señalan sus fisuras
Autrice: Gloria López
Data: 3 aprile 2020
Traduzione a cura di: Elisa Sanguineti
Immagine di copertina: Félix Prado
Immagine in anteprima: ILO

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