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Le donne e il diritto alla città

Le donne e il diritto alla città

L’intervista ha trattato di temi quali la paura delle molestie e di come la violenza di genere influenzi l’occupazione territoriale delle città.

L’incontro si è svolto a San Paolo in occasione della presentazione del mini documentario “Sob constante ameaça” [Sotto costante minaccia, NdT] e hanno partecipato l’architetta e urbanista Tainá de Paula e la fondatrice dello studio-collettivo di architettura “Terceira Margem” [Terza margine, NdT], l’architetta Iazana Guizzo, con la moderazione della reporter di Pública, Andrea Dip.

Andrea Dip: Secondo voi, la città ha una specie di tornelli per le donne? E questi tornelli sono diversi a seconda delle intersezionalità?

Tainá de Paula: Innanzitutto, mi presento. Sono Tainá de Paula, architetta e urbanista. E in realtà io lavoro a queste asimmetrie di genere a partire dalle disuguaglianze sociali preimpostate socialmente. La città, in maniera generale, finisce per essere un grande territorio di oppressione — di classe, razza e genere. Tant’è che una donna nera, nel making of del documentario, parla proprio del razzismo e del maschilismo che soffre, cosa che ho trovato molto interessante perché, in effetti, è esattamente così. Una donna nera, proveniente da uno specifico ceto sociale e di una certa età, avrà una percezione della città totalmente diversa da una donna bianca, di un diverso ceto sociale. Questo è socialmente preimpostato. E credo che questa “non appartenenza”, questi tornelli che non si aprono mai alle donne siano parte del mancato inserimento delle stesse nella nostra idea di città. Inizialmente, i primi pianificatori, costruttori e pensatori delle città erano tutti maschi, motivo per cui le città furono pianificate, costruite e pensate seguendo appunto tale logica di genere. Se pensiamo a Rio de Janeiro, ad esempio, le donne ricche erano viste nel centro della città soltanto in determinate strade, dove potevano fare spese, come la Rua do Ouvidor. Però andavano dalle loro carrozze a casa, da casa a quella specifica strada, fine. Chi lavorava, chi esercitava il potere e aveva la libera circolazione in questa città, erano gli uomini. Alle donne nere post schiavitù, invece, era proibito circolare per la città a causa dei loro sederi carnosi. Vi era infatti un decreto comunale che tratta appunto di come le donne camminassero per il centro di Rio in maniera “sensuale”. Questo mancato senso di proprietà dei propri corpi ha creato appunto una cultura della “non appartenenza”. È fondamentale per noi donne avere parità nel riflettere l’urbanistica, per poter definire altre forme di “appartenere” alla città e di “esserci”.

Iazana Guizzo: Io invece sono della Terceira Margem e anche io sono architetta e urbanista. Terceira Margem è un collettivo e studio di architettura che si propone di pensare in maniera diversa questo modo di riflettere la città, in una logica che definirei del tutto femminile. Volevo porre l’attenzione su questo e mi riferisco a quello che abbiamo visto nel documentario, nel quale le donne spiegano ad altre donne di non riuscire più ad abitare in una città che non risponda a quella logica femminile. Addirittura gli spazi della città non sono pensati per i maschi, bensì per le macchine: una città che deve far circolare la merce. Non sono, dunque, spazi pensati per le persone. Quindi, qual è la logica dietro a questo tipo di urbanistica? È quella di una città “funzionale”, rispondente soltanto alla logica dell’automobile. È una logica che non prende in considerazione la città di per sé e porta all’isolamento. Una città del genere, che produce corpi funzionali, automatici, che non sono sensibili a determinate questioni; anche questa è una logica maschile. La città opprime gli uomini, di più le donne, ancora di più le donne nere, per non parlare delle donne nere e povere.

Andrea Dip: Questi spazi sono problematici anche per gli uomini. Però gli uomini se lasciano il portafoglio a casa, ad esempio, hanno risolto il problema di un possibile furto. Se noi uscissimo così, senza niente dentro le tasche, avremmo comunque paura della violenza di genere, che è tutta un’altra cosa. Quindi vorrei farvi un’altra domanda: promuoviamo spesso dibattiti in cui si discute che la città dovrebbe essere pensata più per le donne, ovvero dovrebbe essere uno spazio di libera circolazione, pensato in maniera diversa. Dovremmo, difatti, ripensare gli spazi tenendo in conto soltanto la prospettiva della violenza di genere?

Tainá de Paula: Penso che in Brasile predomini una logica misogina, un maschilismo strutturale, scarsamente messo in discussione dalla società. Però c’è da dire che in architettura esiste anche quello che chiamiamo “errore di progettazione”, insomma progetti che non sono andati a buon fine. C’è un noto studio che progetta esattamente quel modello di passerelle lunghe due metri, che abbiamo visto nel documentario.

Andrea Dip: Intendi i ponti pedonali sospesi e chiusi ai lati?

Tainá de Paula: Sì, si chiamano “gabbia” in portoghese. Questi modelli di ponti pedonali riflettono come è stabilita la società, ovvero che tu non vedi la persona che ti passa davanti agli occhi. Questo poi diventa un atteggiamento automatico, specie in questo scenario di insicurezza urbana. In questa ottica misogina, queste passerelle chiuse ai lati, murate e quindi buie e isolate, diventano un luogo predisposto a un possibile caso di violenza sessuale. La Guarda Municipal [la Polizia Municipale, NdT] dovrebbe avere un protocollo di sicurezza pubblica specifico per la violenza di genere e non ce l’ha. Per i bambini, ad esempio, esiste; prima c’era la figura dell’agente adatto all’antiabilismo dei diversamente abili; ci sono tuttora gli agenti responsabili per la sicurezza del turista, però invece non ci sono agenti specializzati in violenza di genere. C’è quindi un vero e proprio annullamento della condizione femminile nella società e di conseguenza, nella città. Penso che la pianificazione urbana e gli studi preliminari di progettazione urbanistica e di architettura in Brasile non prendano in considerazione le pluralità sociali. Si investe in trasporto pubblico, abbiamo la metro, la metrotranvia; però queste non trasportano la classe operaia. Quanti cittadini neri, ad esempio, riescono a pagare per il trasporto pubblico in Brasile e specificamente a Rio de Janeiro, città dove le tariffe sono tra le più alte del Paese e dove c’è una rete di trasporto urbano “non intelligente”? Oltre alle passerelle, anche le stazioni ferroviarie sono pericolose per le donne per quanto riguarda i casi di stupri e molestie. Il comune di San Paolo ha condotto uno studio molto interessante sulla mobilità urbana, che tiene in considerazione anche la condizione delle donne, ed è emerso che le donne camminano molto a piedi: portano i figli a scuola, dal dottore. E nonostante ciò la città non è preparata alla loro libera circolazione. In realtà, questa è la prova che le donne non fanno parte del progetto di città né quantomeno della pianificazione urbana, una volta che c’è dietro una logica strutturale che è di per sé maschilista.

Iazana Guizzo: Credo che sia anche una combinazione di elementi. Una cosa, per me, è chiara: una città vuota è una città pericolosa. Quindi, se dietro c’è una combinazione di diversi fattori sociali e maschilisti che portano a una logica di violenza, anche la città diventerà pericolosa, specie se questo spazio è vuoto, poiché riproduce tale combinazione.

Andrea Dip: Ma è altrettanto pericolosa se piena di maschi, vero? Perché spesso le donne dicono “Io da lì non ci passo perché ci sono troppi uomini”.

Iazana Guizzo: Sì. Il nostro è un modello di città in cui non c’è gente che circola. Dico così perché ho avuto l’opportunità di fare il dottorato di ricerca in co-tutela con un’università francese. Lì ho notato che le città, anche quando vuote, sono sicure. Anche a Parigi è così. È stata un’esperienza interessante, perché il mio corpo non lo accettava; era in un continuo stato di allerta. Rispondendo direttamente alla domanda, credo che, evidentemente, una certa spazialità c’entri, però associata con una certa disposizione sociale e culturale di un certo territorio. Diciamo che è una città che risponde a un pensiero funzionale, maschilista, autoritario e capitalista. Cos’è, quindi, difendere una città per le donne? Come sarebbe una bozza di progetto che parte da un’altra logica? Questa sfida, su cui ragiono da un po’, mi fa pensare all’idea che dobbiamo avere un’altra “cosmovisione” di tutto ciò. Eduardo Viveiros de Castro [importante antropologo brasiliano, NdT] teorizza la prospettiva amerindia contrapposta a una visione eurocentrica partendo dalla prospettiva degli Yanomami [gruppo autoctono che abita in Amazzonia, fra il nord del Brasile e il Venezuela, NdT]. Loro pensano al pianeta Terra come un essere vivente, un’entità. Difendere una prospettiva femminile, dunque, significa anche difendere una prospettiva della Terra, degli alberi, dei fiumi, di un modo diverso di esserci nel mondo. È un prospettiva contrapposta all’attuale visione, che è quella soltanto di un posto da cui estraggo i materiali e in cui deposito rifiuti tossici.

Andrea Dip: Approfitto di questa riflessione e chiedo la stessa cosa a Tainá: come sarebbe, dunque, una città pensata per le donne?

Tainá de Paula: Parto da una riflessione utopistica di città. Sicuramente sarebbe una città più inclusiva e che, nella sua genesi, sia fonte di trasformazione sociale, che le persone riescano a scegliere di viverla (e non soltanto viverci) e che tutto ciò sia un processo collettivo. Dev’essere pensata di forma orizzontale. L’urbanistica africana ci insegna molto a riguardo, e su come usare le matrici culturali e sociali per pensare e riflettere sul modo in cui io occupo un territorio, che può essere spontaneo, in certa misura, ma che necessariamente ascolta con attenzione il popolo e questa forma di pensare e agire. Lì è molto comune che le persone abbiano le loro case vicine a centri nascita, a biblioteche, a scuole, ad alloggi di edilizia popolare. Questi differenti spazi non dovrebbero essere distanti l’uno dall’altro. È fondamentale che ci siano città che non escludono tutto questo, come è il caso delle città brasiliane, ad esempio, che hanno investito anni e anni in una logica di città basata su un modello padroni-schiavi, centro-periferia. Questo modello, poi, viene sostituito con quello delle città satellite, non più caratterizzate dalla loro potenza originale di città periurbane, dunque lontane dalla logica dell’agricoltura familiare. In più, bisogna pensare come questa nuova urbanità, questa nuova forma di vivere ci abbia allontanato dall’essere brasiliani, ovvero l’individuo che coltivava la manioca e ora non lo fa più perché ha dovuto vendere metà del terreno e in cui hanno costruito un condominio. Non parlo solo di ceto medio, ma anche i poveri hanno subito molto l’impatto di questo cambiamento, della trasformazione nell’abitazione e del modo in cui si mangia, come si vive, come ci si rapporta con gli altri. La Rocinha [la più grande favelas del Brasile, NdT], ad esempio, si chiama così perché i terreni dei residenti erano sempre pieni di falciatura [“roçado” in portoghese, NdT]. Io credo in questo ritorno, non di questa immagine ludica, perduta o di questa caricatura del vivere brasiliano, bensì in un’altra possibilità, in un’altra forma di vita più equidistante; che sia possibile ad esempio, che i bambini abbiano accesso a una scuola a tempo pieno e a un altro tipo di accesso alla diversità. Credo che la struttura urbana debba essere dotata di un promemoria di un altro tipo di vita possibile. E bisogna pensare a questi spazi come un potenziale di trasformazione. In questa struttura capitalistica della macchina, che Iazana ha citato benissimo, che esclude uomini, donne, bambini, tutti, dobbiamo creare spazi di respiro che siano verdi e collettivi.

Andrea Dip: E come pensate che la violenza di genere, con tutte le sue intersezionalità, si imprima nei nostri sentimenti e nel modo attraverso il quale ci rapportiamo con la città?

Iazana Guizzo: Anzitutti direi che noi siamo il risultato delle nostre esperienze e quindi parlerei di una produzione soggettiva di individui. Tutte le nostre pratiche, gli incontri lungo la nostra esistenza, producono un certo modo di esserci nel mondo, un certo modo di sentire, vedere, vivere, pensare; niente di tutto questo è nato con noi di fatto. Il bello di pensare così è che possiamo cambiare, una volta che non c’è niente di determinato, chiuso in se stesso. Quindi, in questo senso, la produzione sociale del corpo delle donne è anch’esso frutto del maschilismo, sin da subito. Grazie a questa importante ondata femminista, se ne parla sempre di più e si realizza che esistono degli “accordi taciti” di oppressione. In un rapporto eterosessuale, ripetiamo una serie di condotte senza che nessuno ci abbia detto di ripeterle. Lo facciamo perché comunque è considerato “corretto”, perché è visto di buon occhio. Ciò, in realtà, è una produzione della tua famiglia, del tuo quartiere, delle telenovelas, del cinema, è ovunque. Quindi quando sfidiamo la città e trasgrediamo qualche accordo tacito, ci accorgiamo di questo accordo. Il Brasile è uno dei Paesi più maschilisti al mondo, e la violenza sulle donne qua non è soltanto arrivare alle conseguenze estreme, allo stupro, ad esempio, come si crede. La violenza esiste anche nel non poter esserci, nel non poter occupare i posti, gli spazi. O quando lo puoi fare, lo devi comunque fare seguendo una logica maschile. Quando ci poniamo come minoranza, nel senso deleuziano del termine, cioè mettersi contro l’egemonico, il minore è piuttosto il non egemonico, il contro egemonico. Perciò tocca sperimentare in quanto gruppo [di donne architette, NdT], perché la sperimentazione sconvolge. Bisogna innovare per cambiare.

Andrea Dip: Riguardo il tuo commento sulla logica maschile di occupare gli spazi, citerei l’esempio classico di una donna che cammina da sola, la sera. Se soltanto c’è, se c’è il suo corpo la sera, è sbagliato, strano.

Iazana Guizzo: Sì. Il bello è che ogni piccola cosa che facciamo, come donne e architette, ci pone in lotta per la città. È sempre una forma di resistenza, è come instaurare un altro modus operandi all’interno della città. Perciò è così importante questa ondata femminista, così importante che ci incontriamo, che iniziamo altre pratiche collettive.

Pública: Credete che questa paura sia conseguenza di una società patriarcale e della misoginia? Pensate che tutto ciò sia conseguenza della misoginia o che la paura sia di fatto uno strumento di dominazione? Secondo voi, è per puro caso che abbiamo paura di camminare per strada, che ci mandano a casa, che non occupiamo gli spazi che dovremmo occupare?

Tainá de Paula: Non credo si tratti di due cose diverse. Questo modello di dominazione e di città è direttamente legato all’oppressione e alla logica machista di pensare il corpo femminile. Sappiamo inoltre che esiste l’idea estremamente maschilista di classificare i corpi delle donne attraverso una serie di fattori quali la dote, l’imene rotto o meno, la carnagione chiara, se si è più vicina a una cultura eurocentrica, le forme in cui si socializza. Il risultato di questa mercificazione del corpo femminile, che segue anche la logica capitalista, pone alla base di questa piramide tra donne, la donna nera ex schiava povera, che non risponderebbe a quei requisiti imposti da una società maschilista. Come oggetto che guadagna valore, maggiore o minore dal punto di vista socioeconomico, e del potenziale economico che può essere estratto da questa merce, le donne si sono abituate coscientemente, ma anche inconsciamente, a riferirsi a se stesse nella società come un oggetto. La cultura dell’estetica, la cultura della competizione femminile, tutto questo in realtà è frutto della reificazione, all’interno della logica capitalista, di pensare le donne. Per me, che sono marxista e una femminista anticapitalista, il nodo della questione è questo di cui ho appena parlato. Per questo motivo non concordo con il femminismo liberale e centrato sull’individuo. Certo che non possiamo perdere di vista la garanzia dell’individualità, e qua parlo anche della mia prospettiva in quanto donna nera; ritengo che il femminismo nero abbia fatto molto bene a pensare i corpi neri individualmente, e a pensare alla propria identità e bisogna pensare a una nuova estetica, poiché questa ci è sempre stata negata. Siamo in un momento delicato. Siamo nel pieno della quarta ondata femminista e non possiamo non parlarne. Il mio coming out [come femminista, NdT], per esempio, ha preso piede con questa ondata. Sono da sempre attivista per il movimento femminista nero, però è stato a partire da questa ondata che ho deciso di affermarmi come femminista nera intersezionale. Tante altre donne lo stanno facendo. Credo che questo accorgersene sia molto latente in questo momento storico. Bisogna letteralmente surfare questa onda per poter trasformare questa novità in qualcosa di comune, ordinario, di pensarci come donne e non come merci.

Maria Bia*: Nella vostra opinione, dove rientrerebbe il diritto delle persone che vivono in strada e il diritto delle donne e dei bambini che vivono in questa stessa situazione?

Pablo*: Ho avuto una professoressa ceca che racconta sempre che quando è venuta in Brasile per la prima volta, ha dovuto imparare a camminare con paura per le città, cosa che in Repubblica Ceca, invece, non avveniva, anche se si tratta sempre di un Paese dell’Europa dell’Est, molto conservatore e con due grossi problemi, ovvero il traffico di persone e la violenza domestica. Ci sarebbero, quindi, diverse forme di misoginia e violenza di genere a seconda del Paese?

Iazana Guizzo: Se ci fossero più città democratiche e ben strutturate, non avremmo questa paura di vivere nelle condizioni in cui viviamo; c’è molta oppressione, come si sa, e tutti noi la viviamo. Il dibattito sulle città porta con sé altri tipi di discussioni come la condizione delle persone che vivono per strada e la lotta anti-manicomiale. Vivere per strada può essere uno dei modi per protestare contro il modello opprimente di città, lo facevano addirittura nell’Antica Grecia. Dall’altra parte, il numero della popolazione che vive in strada in Brasile è cresciuto molto, il che andrebbe un po’ al contrario all’idea di una scelta di vita diversa. In ogni caso, questi modi di vivere singolari ci fanno riflettere, ci portano via dai nostri modi di vivere automatizzati. Penso che più diversità c’è all’interno di una città, più c’è creazione e libertà di esistere, di esserci.

Tainá de Paula: La penso anch’io così. E credo inoltre che lo Stato debba saper gestire le diversità. Se prendiamo in analisi gli Stati liberali, come gli Stati Uniti, per la popolazione di strada è prevista un’assistenza sociale che conosce questa diversità. Ci sono altre forme di cura della popolazione di strada che non sia l’incarceramento, il trasferimento a un altro comune, che è una ricorrente pratica fascista del comune di Rio. E anche a San Paolo, con Dória [l’ex sindaco di San Paolo, NdT], e di questo sono fortemente dispiaciuta. Ricovero forzato in ospedali psichiatrici, criminalizzazione immediata, sterilizzazione forzata, incendi… Queste pratiche concrete, stabilite dai governi locali sono automaticamente inserite tra le politiche dello Stato fascista che abbiamo oggi. Bisogna ampliare il dibattito, anche sulla popolazione che vive per strada. Nessuno si commuove quando un senzatetto viene forzatamente trasferito in altri quartieri o anche in altre città. Anzi, le persone ne sono contente. Occorre inoltre dibattere anche l’attuale modello di Stato, e da lì analizzare il modo in cui esso agisce, quali sono le politiche pubbliche in materia. Purtroppo, esso è il riflesso della società. Se la società è razzista, lo Stato sarà automaticamente razzista; se è fascista e conservatrice, lo sarà anche lo Stato. In Brasile esiste un’élite borghese, schiavista, omofoba e razzista. Ma fortunatamente viviamo in uno Stato democratico, per quanto da un breve periodo, seppure abbiamo visto che è proprio attraverso il voto che il peggio della nostra società è stato catapultato all’interno delle istituzioni.

Andrea Dip: E anche il Parlamento più conservatore…

Tainá de Paula: …mai visto prima nella storia di questo Paese. È importante parlarne perché spazi di rappresentazione vengono occupati da soggetti conservatori, che azzerano il dibattito pubblico. Nessuno chiede la cessazione del mandato di Bolsonaro. Nessuna mobilitazione è stata fatta in seguito al suo operato all’interno del Parlamento. Al contrario, lui ha un alto numero di sostenitori, che lo invocano, non solo dopo ogni aberrazione che pronuncia, ma anche alla sola comparsa della sua immagine. Dobbiamo discutere insieme alla società, esiste un compito sociale da svolgere, e il conservatorismo sta pian piano trovando il suo spazio e le sue forme per consolidarsi. Io da attivista femminista ho seguito, nell’ultimo anno, le approvazioni dei piani comunali e statali in materia di istruzione, attraverso la rete femminista nazionale. L’86% dei comuni brasiliani ha tolto la parola “genere” dai diversi progetti comunali legati all’istruzione. Lo stesso è successo anche all’Assemblea [dello Stato, NdT] di Rio di Janeiro. Frasi come “genere alimentare nelle scuole” sono state trasformate in “alimentare nelle scuole”, perché l’ufficio di consulenza giuridica dei conservatori all’Assemblea ha probabilmente aperto i file sul computer e tramite il comando “Trova”, ha semplicemente cancellato tutte le voci “genere”. Tutto questo è stato possibile soltanto perché nella nostra società non si discute del “genere”, quindi va bene pure toglierla dai documenti ufficiali. Però, è proprio questa parola che dà la possibilità di una discussione sulla violenza sessuale, su quella di genere e quella domestica, sulle asimmetrie di genere. Ormai non si può più parlare di “genere” nelle scuole. Credo che soltanto partendo dalla base strutturale potremmo cambiare le cose. Solo in questa maniera il nostro Paese diventerà quello che vorremmo. Non riesco a concepire come l’istruzione pubblica, che ha il budget annuo congelato per i prossimi venti anni, riuscirà a costruire le menti pensanti di questo Paese.

Andrea Dip: E tutto ciò senza citare i progetti quali “Escola Sem Partido” [Scuola senza partito, movimento reazionario brasiliano che promuove una scuola “libera” dall’ideologia marxista, NdT].

Iazana Guizzo: E senza entrare nel merito dell’istruzione universitaria…

Tainá de Paula: Sì. Il momento è grave. È vero che siamo in questa ondata femminista. Ma che dobbiamo surfarla e trasformarla in un maremoto, anche se siamo purtroppo ancora lontane dall’organizzarci come hanno fatto le argentine [contro la criminalizzazione dell’aborto nel 2018, NdT]. Due milioni di donne sono scese in piazza a protestare in una serata gelida con 5 gradi.

Andrea Dip: Hanno passato la notte a protestare.

Tainá de Paula: Sì, 24 ore. Tutto questo è il frutto di un processo di presa di coscienza sociale e di ampia discussione collettiva sui temi vari. Credo che queste piccole ma grandi rivoluzioni avvengano soltanto attraverso le grandi mobilitazioni sociali.

[*Studenti presenti al dibattito, NdT]

Fonte
Magazine: Agência Pública
Articolo: Mulheres e o direito à cidade
Autori: Andrea Dip
Data: 25 giugno 2018
Traduzione a cura di: Bruna A. Paroni

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