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Le donne LBT nere esistono! Primo episodio: una chiacchierata con Audrey
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Le donne LBT nere esistono! Primo episodio: una chiacchierata con Audrey

Redazione

Le donne LBT+ (Lesbiche, Bisessuali, Trans) nere sono sempre esistite, in ogni luogo e in ogni tempo, tuttavia la loro esistenza e le loro storie sono poco (ri)conosciute. Marame (nome d’arte MMTK), che si identifica come una donna nera lesbica, produce una serie di testimonianze sotto forma di disegni di donne nere LBT con lo scopo di dare visibilità ai loro percorsi, alle loro lotte, ai loro progetti e alle loro identità. Il primo incontro è con Audrey.

Audrey
Pronomi: lei, la
Residenza: Bruxelles
Musica del momento: Go To Be Real di Cheryl Lynn

Quando è cominciato il tuo percorso da attivista e perché?

A 17 anni ho cominciato l’università e sono entrata per la prima volta in un’associazione studentesca che aveva come scopo la mobilitazione contro il cambiamento climatico. A 18 anni mi sono unita alla sola associazione che, al di là delle azioni pubbliche spettacolari, a mio avviso aveva un discorso politico forte sulle questioni legate all’omofobia: Act-Up Paris. Ho fatto parte delle commissioni Omofobia, Internazionale e Prevenzione: per me era fondamentale lottare contro ogni forma di ingiustizia sociale, contro i problemi di accesso all’assistenza sanitaria e ai medicinali, contro la penalizzazione dell’omosessualità e per il rispetto dei diritti umani in generale. Per noi, tutte queste problematiche non dovevano essere presentate solamente sotto forma di dati non elaborati e freddi. C’era bisogno di azione, di testimonianze, di storie raccontate in prima persona. Ero pronta a fare mie tutte queste armi e ad affermare la mia identità di lesbica.

Che posto ha occupato il mentoring nella tua educazione da militante?

L’importante in un’associazione è la genesi, gli obiettivi, i mezzi di mobilitazione. Nel momento in cui decido di diventare militante per un’organizzazione, per me è essenziale appropriarmi della visione [dell’associazione, NdT] facendomi guidare, ascoltando le persone che hanno più esperienza, e che sono capaci di rimettere in discussione la mia riflessione. Ciò non mi ha mai impedito di apportare nuovi spunti in un secondo momento, poiché ho sempre bisogno che le cose siano in movimento, e che la pertinenza dei modi d’azione sia costantemente ridiscussa. Ho scelto di far parte sin da giovane di un’associazione che avesse una storia ricca, dei personaggi emblematici, un discorso politico collaudato e che facesse proprie diverse tematiche per permettere l’empowerment delle comunità. Durante quest’esperienza, delle persone più esperte hanno contribuito a formare la mia capacità ad avere un atteggiamento militante, ad avere abbastanza distacco e comprensione per partecipare all’elaborazione di strategie, azioni e campagne di comunicazione. Ho un grande rispetto per le persone che hanno lavorato in passato per preparare il cammino che oggi stiamo percorrendo.

Cosa sapresti dire sull’invisibilizzazione delle donne nere nell’ambito dell’attivismo?

Anche se oggi, la visibilità alle donne nere nell’ambito dell’attivismo comincia a essere integrata alle modalità di lavoro e di azione, è importante continuare a considerare che gli spazi in cui ci muoviamo devono essere conquistati: essere rappresentat* è essenziale in tutte le comunità plurali, così come lo è prendere il potere. Quindi sì, chiaramente è importante dare visibilità, ma solamente se l’obiettivo finale è di introdurre dei cambiamenti positivi per la comunità. Se questa strategia dà pochi risultati e diventa invece un vettore di esaurimento dovuto al fatto di dover educare tutt* pur continuando a subire delle oppressioni, allora non ne vedo l’interesse. A volte è più pertinente avere più spazi militanti creati da donne nere e sostenere questi spazi in modi diversi a seconda delle proprie possibilità (sostegno finanziario, presenza, proposizione di progetti, ecc.). In ogni caso, qualunque sia l’ambito nel quale ci si ritrova (che sia in ambito attivista o professionale), avere accesso a degli spazi dove poter respirare, parlare di sé e guarire è assolutamente vitale.

Qual è il valore più importante che hai ereditato dalla tua esperienza da militante?

Dopo Act-Up Paris, ho partecipato al collettivo che organizza la Dyke March di Montréal nel contesto della Primavera degli Aceri*, e ho lavorato con la società civile di diversi Paesi africani in particolar modo sulle questioni di agroecologia e di lotta contro la malnutrizione. L’aspetto stimolante di queste esperienze, molto diverse le une dalle altre, è stato il fatto di portare dei messaggi politici verso un’audience più ampia, ma anche per me di essere visibile nello spazio pubblico, sempre restando fedele ai valori per me fondamentali: la comprensione, poiché gli spazi comunitari devono rimanere sicuri e accoglienti per tutt*, l’umiltà poiché ho ancora molte cose da imparare, e il giudizio, per mantenere la rotta nel mio cammino personale. Sono una persona indipendente, perciò faccio in modo di non compromettere i miei principi, soprattutto negli spazi militanti.

*La Primavera degli Aceri è cominciata nel febbraio del 2012 con una serie di scioperi e di manifestazioni studentesche per protestare contro l’aumento dei costi di scolarità imposti dal Governo liberale di Jean Charest. Questa mobilitazione è durata alcuni mesi e ha innescato una vera crisi sociale. Nel settembre del 2012, i liberali sono stati sconfitti alle elezioni e la Prima Ministra Marois ha annullato l’aumento dei costi di scolarità.

Cosa significa essere femminista oggi secondo te?

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Per me non si tratta solo di frequentare spazi, aderire alle iniziative femministe e conoscere le ultime correnti o dibattiti intellettuali. Si tratta soprattutto di vivere a cavallo tra molteplici sfide (in quanto donna, nera, lesbica) e essere consapevole che altre persone, nella loro cerchia vicina o nel mondo, possono vivere le stesse situazioni. Significa anche scegliere di portare ascolto e sostegno a persone che vivono altri tipi di vulnerabilità e di oppressione che noi stessi non sperimentiamo: la transfobia, la disabilità o la precarietà, ad esempio.

Se ti venisse prestata una macchina per tornare indietro nel tempo solo per un giorno, quale fatto storico cambieresti?

Siamo attualmente in piena epidemia da Coronavirus, un periodo che segnerà la nostra storia. I sistemi di salute di molti Paesi del mondo fanno fatica a sopportarne lo shock. Le vittime sono molte. L’epidemia avanza anche in molti Paesi africani, senza contare tutte le altre conseguenze sociali ed economiche. Se avessi una macchina per tornare indietro nel tempo, cambierei questo prima di tutto. Ho altre idee ma sarà per la prossima intervista!

Sei felice?

Sono preoccupata per come sta andando il mondo, ma rimango ottimista.

Fonte
Magazine: Les Ourses à plumes
Articolo: LES FEMMES LBT NOIRES, ÇA EXISTE ! – ÉPISODE 1 : UN TCHAT AVEC AUDREY
Autrice: MMTK
Data: 16 aprile 2020
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: MMTK

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