Le filosofe meritano molto, molto più spazio. Sono ancora quasi invisibili, soprattutto quelle del passato. Aprite un qualsiasi manuale di filosofia per i licei: non ci sono. Qualche nome, e sempre i soliti, compare nel secondo dopoguerra; in questo modo sembra che ci sia voluta la bomba atomica per rendere le donne capaci di pensare. E ancora tanti pensano che siano state insignificanti, mediocri, inutili, proprio perché nei libri non ci sono – scambiando la causa con l’effetto.

Quella delle filosofe è la storia di una continua sottrazione di spazio, di voce, di possibilità. Le pochissime donne che dall’antichità all’era moderna hanno potuto fare filosofia erano sicuramente fortunate abbastanza da avere tempo e modo di dedicarsi agli studi, ma hanno pagato questa rara possibilità col rimanere senza nome: semplicemente, filosofa non s’è mai usato. Non era, e per molti ancora non è, roba da donne, comè facile raccontare.

Ho scelto tre nomi del tutto arbitrariamente tra tante altre filosofe che vale assolutamente la pena conoscere; è una scelta personale che vuole essere un invito a dare spazio non solo a loro tre, ma a tutte le filosofe, così chiamate o no durante la loro vita.

Christine de Pizan è una filosofa che all’inizio del Quattrocento pretende per le donne la possibilità di una istruzione che le liberi da una condizione di subordinazione storica e sociale. De Pizan ha cioè già compreso, secoli prima che se ne riesca a parlare pubblicamente attraverso le varie ondate femministe, che il problema della disparità di genere non sta in qualche differenza naturale tra uomini e donne; sta in un sistema di potere culturale che convince la maggior parte delle persone che quella differenza, a svantaggio delle donne, esista e sia un bene per la società.

Olympe de Gouges compone negli anni della Rivoluzione francese una “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” che è una potente denuncia del falso universalismo di una Rivoluzione, formalmente di tutti e tutte, ma che produce solo discorsi al maschile. Prima dell’Ottocento questa pensatrice pretende il diritto al divorzio, al voto, al lavoro e alla vita pubblica per quella metà di umanità esclusa da una Rivoluzione ancora ricordata come uno dei momenti civili più alti della storia umana. Finirà ghigliottinata lo stesso giorno della regina Maria Antonietta, che lei aveva coraggiosamente e lucidamente descritto come donna oppressa al pari delle altre.

Carla Lonzi è forse l’autrice più difficile da leggere per un uomo. Al di là di quanto potrebbe rimanere incomprensibile se non ci s’impegna a capire il clima politico e sociale dei nostri anni ‘70, l’enorme energia liberatoria di Taci anzi parla o di Sputiamo su Hegel provoca ancora un grande fastidio in molti (e anche molte) che li leggono. Lonzi mostra il lato oppressivo del principio di uguaglianza, e il contenuto omologante e silenziatore di tanto pensiero “di sinistra” nei confronti delle questioni femministe. “Non ho avuto bisogno di sbandierare ideologie, né di gratificarmi politicamente: stavo e sto vivendo e chiarendo e oltrepassando i limiti posti dalla cultura e dalla società maschile ai rapporti umani, limiti non meno vincolanti di quelli economici. Per me la società augurabile è solo quella in cui esiste la possibilità di vivere questi rapporti”.

Tre nomi come tanti altri che ancora oggi non trovate tra chi ha fatto filosofia: sono scrittrici, drammaturghe, critiche d’arte. Il primo spazio da ridare a tutte queste donne è quello della filosofia.

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