Approfondimenti

Le persone giovani hanno molto da dirci (e dovremmo iniziare ad ascoltarle)

“Ma che ne sanno i Duemila?” è una frase che ho pronunciato anch’io moltissime volte. Sono classe 1992 e, come buona parte dei rappresentanti della generazione Y (i Millenial, per capirci), non ho l’esperienza di una vita, non ho viaggiato per tutto il globo, non ho raggiunto chissà quali obiettivi professionali o personali, non ho ricevuto nessuna laurea ad honorem, non vivo la vita che immaginavo da bambina e la realtà intorno a me è spesso, tuttora, incomprensibile. Non ho ancora ben capito quale sia il mio posto nel mondo, non mi è chiaro cosa voglia dal futuro, da me stessa, dalle altre persone. Insomma, direi che le lezioni di vita più che darle devo ancora riceverle e capirle.

Eppure mi sono sentita spesso portatrice di valori ormai perduti, ultima erede di un mondo destinato a sparire e, almeno in parte, già scomparso; portavoce di una generazione con tanti difetti, sì, ma comunque la più giusta, costretta a barcamenarsi tra boomer spesso fuori luogo e teen che non possono saperne così tanto di come va il mondo.

Mi sono chiesta quanto ci fosse di genuino nelle mie impressioni, nella mia insofferenza e in questo atteggiamento, molto diffuso, con cui ci viene spontaneo snobbare le persone più giovani di noi.

Lo sguardo sul mondo

Ogni orizzonte si staglia a partire da un punto di vista. Se non fissiamo un punto di osservazione, non è possibile aprire un campo visivo entro cui visualizzare gli oggetti. Se il nostro oggetto di studio è la realtà intorno a noi, prima di ogni analisi, dobbiamo ricordarci che quella – come si presenta guardata con i nostri occhi e dalla nostra posizione – non è tutta la realtà. Acquisire consapevolezza della propria visione parziale è un’operazione complessa, che richiede tempo e attenzione. È naturale sentire di essere il centro della discussione, di possedere il metro di giudizio universale, di vestire panni che vadano bene per tutti. Ci viene quasi immediato proiettare sull’altro la nostra persona, il nostro vissuto, le nostre esperienze. Come nostro simile, lo immaginiamo vicino a noi in tutto, a occupare uno spazio analogo al nostro, in circostanze assolutamente sovrapponibili. L’essere umano è portato a pensare che le sue visioni siano condivise, che la sua storia sia comune, che la sua vita sia la norma. Ed ecco che, guardando le nuove generazioni, ci viene spontaneo immedesimarci e provare a ritrovare in loro la nostra versione di adolescenti.

Giovani come adulti in miniatura

Questa immedesimazione ci avvicina a chi è più giovane di noi, ma d’altro canto rischia di appiattire gli altri, di farli scomparire sotto il peso della nostra personalità, delle nostre esperienze e del nostro modo di pensare. I giovani non sono degli adulti più piccoli, con meno voce e più immaturità. Sono altre persone che, per quanto simili a noi, non diventeranno mai come noi. Parlare al loro posto, sostituirci a loro, pensare per loro e credere che prima o poi si allineeranno a noi e assumeranno le nostre posizioni è una riduzione svilente della loro identità. Non siamo solo noi a essere unici: ciascuna persona lo è, compresi gli adolescenti. Sarebbe più utile e rispettoso allora provare ad abbandonare quella presuntuosa convinzione per cui noi ci sentiamo perfettamente in grado di capire loro e, allo stesso tempo, reputiamo loro come assolutamente incapaci di comprenderci e di comprendere appieno il mondo circostante.

Giovani come adulti incompleti

I giovani non sono persone a metà, manchevoli di qualcosa o non del tutto loro stessi. L’essere umano cambia di continuo durante il suo percorso di vita e crescere contribuisce alla formazione della propria personalità, dei propri interessi, delle proprie ambizioni, ma ciò non vuol dire che esistano fasi della vita in cui le persone non siano meritevoli di ascolto o di credito. Se pensiamo che valga la pena e sia giusto prestare la nostra attenzione solo a chi ha la nostra età, abbiamo un problema con una grande fetta di società che invece avrebbe tante cose da dirci. C’è dell’altro oltre a noi e al nostro mondo, e non è rispettoso negarne l’esistenza o sminuirla solo perché anagraficamente abbiamo qualche anno in più.

Ogni essere umano merita considerazione, non solo coloro che noi reputiamo credibili ai nostri occhi, secondo i nostri criteri.

Maturità e consapevolezza

Non siamo autorizzati a liquidare le opinioni degli adolescenti solo in quanto provenienti da adolescenti, a bistrattare i loro pensieri senza neanche valutarne il contenuto, a mettere a tacere la loro voce prima ancora di aver prestato ascolto ai messaggi che essa veicola. Il mondo è pieno di giovani in fermento, adolescenti consapevoli, attenti e pieni di interessi, che credono e si battono per i loro diritti e per quelli altrui, che si preoccupano delle categorie più fragili della società, che hanno a cuore l’ambiente, che temono per il futuro del pianeta e delle specie che lo abitano, che hanno ben presente l’insostenibilità di alcuni sistemi economici e le contraddizioni interne alla società.

Sui social, ad esempio, pullulano profili e realtà di giovani menti disposte a metterci la faccia, che si informano, mettono in discussione, divulgano. Forse a noi sembrerà strano, perché i social sono arrivati quando eravamo già adulti e li abbiamo utilizzati fin da subito più per puro divertimento (o mera polemica) che per altro: ma questa non può essere una colpa dei più giovani, che con i social ci sono nati e cresciuti. Dobbiamo accettarlo: nel terzo millennio ci sono altre modalità per prendere posizione, per documentarsi e per impegnarsi socialmente. Forse non lo capiremo mai fino in fondo questo nuovo modo di fare cultura, di avvicinare persone lontanissime, di connettersi con il mondo, di fare del virtuale il reale; ma non possiamo negare che tutto questo sia possibile solo perché, quando noi avevamo la loro età, non era nemmeno pensabile.

Inoltre, non sempre la maturità (che poi tra l’età della carta d’identità e quella effettiva c’è un abisso) e la consapevolezza vanno di pari passo. C’è quindi in ballo anche una questione di principio. Noi non ci faremmo mai imbavagliare da chi è più grande di noi solo perché non abbiamo vissuto quanto loro: perché allora dovremmo pensare che sia giusto farlo con le persone più giovani di noi?

Il fatto che alcuni adolescenti siano immaturi, inconsapevoli e assolutamente incoscienti non basta a svalutare l’intera generazione di cui fanno parte. Sì, ci sono adolescenti di cui non siamo fieri (chiediamoci però anche chi sia responsabile dei loro comportamenti), esattamente come ci sono adulti di cui non andiamo fieri, che non ci rappresentano, in cui non ci riconosciamo e da cui prendiamo le distanze. E allora?

Questo non dovrebbe bastare a svalutarli tutti. Piuttosto dovrebbe essere lo stimolo ad attivarci per fare il possibile affinché quei giovani che tanto critichiamo possano essere messi in condizione di divenire persone migliori, dal momento che sono loro quelli con più tempo, speranze ed energie da investire sul futuro. E invece, anziché stare al loro fianco, guidarli, mostrare loro una strada percorribile, incoraggiarli e supportarli, semplicemente ascoltarli, siamo spesso gli ostacoli lungo il loro cammino, la resistenza al cambiamento, i muri da abbattere.

Quindi “che ne sanno i Duemila”?

Ammettiamolo. Le nuove generazioni sono sorprendenti in fatto di consapevolezza su alcune tematiche che noi abbiamo iniziato a conoscere da pochissimo. Movimenti come Fridays for Future, Black Lives Matter, March for our lives, le proteste ad Hong Kong e in Sudan, la mobilitazione per l’istruzione delle ragazze in India e in Pakistan sono esempi emblematici di quanta differenza possono fare i giovani e i giovanissimi con il loro attivismo e quale impatto possono avere sul cammino dell’umanità. Per quanto sia difficile riconoscerlo, anche i più giovani possono insegnarci tanto, anche grazie al loro privilegio di essere nati e cresciuti in una realtà che, seppur storicamente vicina a noi, è comunque molto diversa da quella in cui abbiamo vissuto noi alla loro età.

Prima di giudicare persone come Greta Thunberg (2003), Alaa Salah (1996), Marley Dias (2005), Malala Yousafzai (1997), Emma Gonzaléz (1999), Timoci Naulusala (2005), Bana Alabed (2009), Amika George (1999) in base alla loro data di nascita, forse dovremmo provare ad ascoltare cosa hanno da dire e, se condividiamo il loro pensiero, schierarci dalla loro parte invece che togliere loro la parola.

Immagine di copertina: Callum Shaw
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