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Libertà, inadeguatezza e rapporti umani: l’intervista agli Allen
Dark Light

Libertà, inadeguatezza e rapporti umani: l’intervista agli Allen

Valeria Lucia Passoni

Mr.Nobody” è il nuovo singolo di Allen, duo vicentino che fonde lo-fi, elettronica e atmosfere R&B in un rincorrersi di digitale e analogico. È un brano che parla del disagio di non sentirsi davvero liberi nei rapporti interpersonali, di limiti e di felicità da cogliere, ed è stato accompagnato nella sua uscita da un photoshooting in collaborazione con Francesca Bernardello, che lo rende non solo un brano “cinematografico” ma ancora più umano, concreto, e che rappresenta – come dicono loro – “le peggio cose”, “quei piccoli demoni che vogliono che tu ti faccia male, che non ti fanno pensare alle conseguenze”.

Con Kilian & Demu Sick, i due produttori anima di Allen, che si sono incontrati tra i banchi di scuola e collaborano insieme dal 2016, abbiamo fatto due chiacchiere parlando di libertà, rapporti umani, inadeguatezza, musica e dei mesi del lockdown.

Vi siete conosciuti ai tempi del liceo: a quell’epoca i vostri ascolti cosa comprendevano? Oggi invece, nel 2020, se doveste citare un*artista e un disco irrinunciabili, quali sarebbero? Qual è la musica che vi accomuna? Cosa invece reciprocamente poco apprezzate dei vostri gusti?

Kilian: A quell’epoca i miei ascolti erano molto più improntati sul rock, progressive, crossover. Ascoltavo dai System of a down a John Mayer, dai Pink Floyd ai Queen, da David Bowie ai Genesis. Guardando dentro la nostra penisola invece, sono stato un gran patito di De André e Caparezza, mentre ora di certo non potrei rinunciare a Blonde di Frank Ocean.

Demu: Principalmente adoravo il rock, ho ascoltato un sacco di roba tipo Red Hot Chili Peppers, Foo Fighters e Porcupine Tree: dopo la scuola, passavo le giornate in camera a suonare le loro canzoni. Però, sai, avendo un padre batterista ho esplorato veramente di tutto, in particolare Pat Metheny mi ha affascinato di brutto. La musica italiana non mi faceva impazzire, tranne qualche raro caso tipo i Subsonica; diciamo che sin da piccolo in casa ho sempre avuto dischi di tutti i tipi, dai classici ai più strani, cercavamo di essere aperti nell’ascolto. Ad oggi, non rinuncerei a 3.15.20 di Childish Gambino. Domani chissà. La musica che ci mette d’accordo è la bella musica. Non saprei che altro dire, non abbiamo generi prediletti, di certo a entrambi piace il nuovo panorama che chiamano pop/nu soul che si sta formando in Italia, anche se non siamo d’accordo con il nome che stanno attribuendo a questa realtà. A entrambi piace quello che viene dall’America come Travis Scott, Drake, Lamar, Mac Miller, Anderson Paak, Billie Eilish roba così. Anche artisti inglesi come Glass Animals e James Blake sono forti. Comunque, in fondo in fondo, entrambi apprezziamo quello che ascolta l’altro. Entrambi siamo, l’uno per l’altro, una miniera di suggerimenti musicali. Altro che playlist, altro che algoritmi che suggeriscono in base al tuo profilo.

Digitale Vs analogico nel settore musicale e nelle relazioni umane: quali pro e quali contro di queste due tipologie di “strumenti”?

La musica è qualcosa di umano, per cui quando la si crea la maggior parte delle volte c’è una relazione tra più persone. Quando penso all’approccio analogico, mi viene in mente l’immagine della tipica sala prove, dove ci si lascia andare imbracciando un basso, una chitarra, piano o fusti della batteria. In questo caso, suonare è una componente molto rilevante ed essa porta con sé tutti gli aspetti della musica suonata: sia aspetti intrinseci dello strumento che del musicista, è una modalità meno “calcolatrice”, spesso si possono avere sonorità più avvolgenti. Per noi è fondamentale lavorare in questo senso perché ciò ci permette di immedesimarci già in una situazione nella quale ci si sta relazionando con l’esterno.
Col digitale, nella creazione della musica, beh, si è aperto un mondo apparentemente infinito: figata, però alle volte troppe possibilità, troppe strade a disposizione sono un limite come in “La leggenda del pianista sull’oceano”. Il punto è saper gestire quel limite.

Da quando è iniziata l’epoca dei download sino ad oggi con lo streaming, è cambiato molto l’approccio all’ascolto della musica. Tra le varie cose, un aspetto che ha colpito tutti sicuramente è che ci sia un’infinità di roba da ascoltare: molto bello, perché virtualmente non si hanno limiti, ma ha i suoi contro. Noi negli ultimi due anni non siamo riusciti a stare dietro a tutte le uscite. O meglio le sentiamo, ma ascoltarle è un’altra cosa: c’è poco tempo, tutti abbiamo meno tempo. Nel complesso è terribile e stratosferico allo stesso tempo. È strano.

Per quanto riguarda le relazioni umane, se per digitale si intendono i social e per analogico i rapporti faccia a faccia, diciamo che ovviamente con il digitale puoi stare connesso a molte più persone ma il rapporto si fa sempre più univoc: tutti i seguaci di un influencer sono freccette che puntano su di lui e lui non punta a loro. Di certo sono rapporti più veloci, forse più utili a volte (nel senso che li vediamo spesso più utili che autentici). Non si può negare che tutta questa apertura data dai social abbia portato infinite più possibilità sotto molti aspetti, ma bisogna comunque rendersi conto dei limiti. Nelle frequentazioni “analogiche” c’è tutto il piacere del calore del contatto. Le espressioni che non possono essere sostituite da emoji, messaggi e audio. Le reazioni sono meno mascherate, c’è meno ambiguità rispetto a quando si scrive su Whatsapp. È tutto, naturalmente, più reale. Per come la vedo io sia nella musica che nelle relazioni umane è top utilizzare un approccio integrato all’occorrenza. Si cerca di prendere il più possibile gli aspetti positivi e lasciare indietro quello che può essere negativo.

Con i vostri brani raccontate quel senso di inadeguatezza e di estraneità rispetto a ciò che vi circonda: quali sono gli aspetti della vostra quotidianità e degli ambienti in cui vivete, lavorate e con i quali avete a che fare con cui non siete in sintonia?

Primo fra tutti, causa degli altri aspetti, è quello di essere in provincia: siamo entrambi cresciuti a Vicenza, Demu un po’ più fuori, a Dueville, e ci siamo sempre sentiti incastrati come se noi avessimo una strada unica dalla quale non poter uscire. Studio, lavoro, contratto indeterminato e famiglia. Certo non è la provincia di per sé che fa fare questo percorso, ma per me – in base a quello che abbiamo visto in questi anni – si può dire che nel nostro piccolo contesto abbiamo trovato molta poca intraprendenza, voglia di unirsi per creare qualcosa di nuovo, supportare i progetti altrui, collaborare, la voglia di uscire fuori e rischiare di fare qualcosa che veramente appassiona. E questo ha influenzato anche la nostra vitalità. Ci siamo un po’ stufati, vogliamo un po’ più di dinamismo, vogliamo muoverci e vogliamo provare veramente a sbattere la faccia al muro, poi si vedrà. Per il momento siamo passati a Padova, che di per sé è già un’altra cosa. Abbiamo in testa Milano, ma chi lo sa.

“Mr. Nobody”, il vostro ultimo singolo, ruota attorno al tema della libertà: cosa significa nel quotidiano essere liberi? Un pezzo dei Radiohead si intitola “Where I end you begin”: come è possibile lasciare spazio alla propria libertà e al contempo anche a quella di chi ci circonda? Quando la nostra libertà finisce?

Bella domanda e bella canzone. Se non guardiamo al tema del pezzo, non si è liberi. Tra la polarizzazione delle opinioni (consiglio la visione di “The Social Dilemma”) e il fatto che la nostra parte di mondo si sorregge sullo sfruttamento di un’altra parte, siamo messi male. D’altro canto, se fossimo davvero liberi al 100%, ci creeremmo delle gabbie quindi, a parte nel quotidiano, penso che essere liberi sia la felicità potenziale. Quella felicità che potrebbe essere. Questo ci permette di decidere di superare alcuni limiti o confini. Ovviamente, sai già che dovrai fare i conti con te stesso e con i rischi di ferire o non rispettare, ma tutto sta nelle tue mani. Il gioco vale la candela?

La nostra libertà finisce? Boh, anche no, ma dipende dalla coscienza personale. Per avere una buona coscienza c’è bisogno di spirito critico, che va coltivato come la più bella tra le piante, senza però rimanerne aggrovigliato, che altrimenti non ti muovi più.

Alla musica del singolo avete affiancato le immagini di Francesca Bernardello, per rappresentare, come si legge nel comunicato di lancio del brano, “le peggio cose”, “quei piccoli demoni che vogliono che tu ti faccia male, che non ti fanno pensare alle conseguenze”: a cosa fate riferimento? Come si combattono questi piccoli demoni e chi sono soprattutto?

Il riferimento è al testo del brano “… a quanto pare assorbo le peggio cose delle persone che ho intorno…”. Questi piccoli demoni non sono nient’altro che le idee che balzano in mente a tutti. Quelle che ti sussurrano di andare oltre, ma per le quali ti fidi sempre poco, anche se avresti una gran voglia di assecondarle. In quei momenti sei tu contro te stesso/a. Possiamo vederla come la classica rappresentazione dell’angioletto e il diavoletto seduti sulle spalle che consigliano se tradire o meno la tua ragazza/o con cui non sta andando benissimo per un amore che potrebbe essere più facile e intenso. È una scelta dura: quello che succederà poi sarà solo responsabilità di chi ha scelto. È importante sottolineare che comunque le peggio cose non portano per forza a percorsi grigi e pessimi: possono dare anche cambiamenti per il meglio. Non direi quindi che bisogna combatterli quanto valutare le situazioni.

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Quando ho scritto il testo per di più l’accezione è stata negativa: era un brutto momento, ma ho imparato molto dalle conseguenze. Il modo migliore per rappresentarle è stato lavorare con Francesca: i suoi vestiti e la sua estetica mi hanno subito richiamato le parti più creepy di “Mr. Nobody”. È stato un colpo di fulmine e in breve tempo abbiamo pensato alla collaborazione, che non si limita solo allo shooting fatto: andrà ancora un po’ oltre, vedrete tra poco.

Durante il lockdown non vi siete fermati e avete lanciato l’hashtag #iosuonodacasa: professionalmente questo periodo di stop vi ha rallentati o siete riusciti a continuare con le vostre attività musicali seppur in modo diverso? Umanamente quali sono le cose negative che vi ha lasciato e quali invece sono gli insegnamenti, i plus positivi che vi ha insegnato?

Ci sono stati dei bei rallentamenti. Per esempio abbiamo dovuto posticipare di molto l’uscita dei nostri primi pezzi. Come avrete notato, il mercato della musica per le nuove uscite si è fatto ancora più disfunzionale, dovevamo organizzarci meglio. Al tempo stesso, abbiamo accelerato dal punto di vista dello studio, della composizione. Abbiamo appunto lanciato alcune iniziative, questo perchè non sapevamo starcene fermi; abbiamo fatto come tutti alcune dirette particolari, un po’ per tenerci compagnia, un po’ perché eravamo già nell’ottica dell’uscita dei pezzi, e volevamo un contatto con chi ci avrebbe ascoltato. #iosuonodacasa ha fatto il giro del globo e siamo davvero felici che possa aver aiutato altre persone a superare un pochino meglio il lockdown.

Dal punto di vista umano io (Kilian) mi sono trovato bene, avevo bisogno di un po’ meno frenesia, in ogni caso non sono stato isolato come molti, dato che ero in casa con i miei coinquilini. Un altro aspetto positivo è stato il riuscire a organizzarmi le giornate piene di attività solo mie alle quali volevo dedicarmi da tempo. La ripresa è stata dura, facevo un po’ di fatica a parlare di nuovo con le persone fuori, a conoscerne di nuove, tutt’ora non sono proprio sciolto.

Io (Demu) ho perso il lavoro, allora sono andato a casa, ho aperto l’armadio e ho tirato fuori una valanga di videogames che non toccavo dalle superiori: è stato un ottimo pretesto per divorare discografie che non ho mai potuto ascoltare per mancanza di tempo. Splendido, visto che non amo uscire di casa, però dopo due settimane l’idea di essere rinchiuso a data da definirsi mi metteva un’ansia tale che non riuscivo a suonare. Passavo le giornate davanti a uno schermo e la cosa era asfissiante. Vedere i volti delle persone in videochiamata era quasi come un abbraccio.

Se necessario per il bene di tutti, il lockdown ci sta se hai un posto per vivere, la possibilità economica, e soprattutto delle persone alle quali vuoi bene attorno a te. Se manca anche solo una di queste ultime due, non è bello.

E la canzone che avete ascoltato di più tra marzo e maggio, qual è stata?

Pink Matter – Frank Ocean
Hero – Fuera

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