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L’indifendibile giustizia di chi odia
Dark Light

L’indifendibile giustizia di chi odia

Lorenzo Gasparrini

La definizione di revenge porn la conosciamo tutti e tutte, ormai. Treccani la sintetizza così:

revenge porn loc. s.le m. Diffusione nella Rete di immagini sessualmente esplicite, senza il consenso del soggetto ritratto, che di solito è una donna, da parte di individui che intendono così denigrare l’ex partner.

La storia delle parole ci offre interessanti argomenti per capire il fenomeno, mettendo in luce aspetti poco raccontati da una cronaca spesso troppo morbosa e alla spasmodica ricerca di click facili. Revenge non è una semplice vendetta, è un vero e proprio “farsi giustizia” secondo il proprio arbitrio, che molto spesso è semplice odio. La giustizia è una cosa pubblica, ma nel diffondere pubblicamente ciò che era un dono personale non c’è alcuna giustizia. È un deliberato atto personale che butta via un dono prezioso: l’immagine del proprio corpo che un altro essere umano ci ha donato.

 

 

Sembra strano dover ricordare che il corpo non è la cosa più importante che abbiamo, ma è la cosa che siamo – non è piccola la differenza. Una immagine del proprio corpo nudo, cioè come esso è visibile e vulnerabile originariamente, è qualcosa di prezioso e di inquantificabile valore. Perché in nessun caso può essere ridotto a una “cosa”: rappresenta molto di più di quello che ne è il suo semplice uso. Uso che è raccontato dalla seconda parola, porn. Uso che come tutti gli altri utilizzi che facciamo dei nostri corpi può anche essere liberamente scelto, ma nel rispetto – appunto – del desiderio di chi mostra, e non di chi riceve, quell’immagine.

Il revenge porn è quindi il gesto di odio di una singola persona che si ritiene arbitrariamente meritevole di una forma di giustizia punitiva, e approfitta di un dono personale ed esclusivo che ha ricevuto (l’immagine di un essere umano colta nella sua massima vulnerabilità) per abbassarlo pubblicamente al livello di cosa da usare, utensile, oggetto qualunque. Non c’è nessuna giustizia in un gesto del genere, solo cieco odio o violenta ignoranza.

 

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Odio o ignoranza che hanno conseguenze molto gravi, registrate da quella cronaca veloce e superficiale: suicidi, vite sconvolte, problemi professionali, costose e onerose battaglie legali. Come sempre nelle questioni di genere che fanno più male, ci si deve interrogare non sulla colpa – singola e facilmente determinabile – ma sulla responsabilità di ridare alle immagini dei nostri corpi il ruolo che dovrebbero avere: rappresentare desideri liberamente scelti e non essere strumenti di potere da regalare a chi non rispetta quel desiderio, quella libertà. Tutto ciò che sta accadendo di recente in tema revenge porn sembra andare solamente alla ricerca di mezzi per evitarne la diffusione; è giusto, ma non perdiamo l’occasione per riflettere sulle responsabilità condivise che questo fenomeno ci chiede di saper gestire.

 

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