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Lino Banfi, una risata ci seppellirà
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Lino Banfi, una risata ci seppellirà

Benedetta Geddo

Cari Ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini, caro Presidente Giuseppe Conte, cari membri dei loro partiti, cari elettori e politici tutti, cari italiane e italiani, abitanti di questo mio amato e adorato Paese,

questa lettera è aperta a tutti voi. E inizia con una domanda.

L’avete mai letta la Divina Commedia?

Suppongo che la risposta sia positiva, perché Dante Alighieri è parte fondamentale di tutti i programmi di letteratura italiana di ogni ordine di scuola superiore. E a ragione, visto che è essenzialmente uno degli inventori dell’italiano che parliamo oggi, oltre a essere uno dei più grandi scrittori di sempre. Ogni studente che sia passato dai banchi di una scuola superiore italiana, che sia un liceo o un tecnico o un professionale, ha letto e studiato alcuni dei suoi passi più famosi. È per questo quindi che sono sicura che abbiate sentito parlare del brano che sto per citare, preso dal Canto XXVI dell’Inferno:

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.”

A dire questa terzina a Dante è Ulisse, nei versi dal 118 al 120, mentre gli racconta del suo ultimo viaggio. È una frase molto famosa, una di quelle che sono entrate nell’immaginario comune della lingua italiana, un po’ come “la selva oscura”. Il libro scolastico di mio fratello, che sta frequentando il quarto anno delle superiori, parafrasa la terzina così: “Riflettete sulla vostra origine: non foste creati per vivere come animali, ma per perseguire la virtù e la conoscenza”.

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza”, scriveva Dante nei primi anni del Trecento. E noi, più di settecento anni dopo, cosa stiamo facendo? Stiamo vivendo come bruti o stiamo seguendo la “canoscenza”? Mi piacerebbe dire che non sono sicura, ma la verità è che so benissimo dove ci stiamo dirigendo e la risposta non mi piace per niente. Peggio ancora, sarò onesta: mi spaventa. E mi addolora, in un modo che le parole forse non possono esprimere.

Ma andiamo con ordine. Voi lo sapete, cari destinatari di questa lettera, che l’Italia è il Paese con più siti patrimonio dell’UNESCO al mondo? Dietro di noi, a tallonarci, c’è solo la Cina: stacchiamo già il terzo Paese in classifica, la Spagna, di cinque siti. E tutto questo è ancora più incredibile se si pensa a quanto immensa sia la Cina e a quanto piccola sia l’Italia in confronto, proprio parlando di una semplice questione di superficie del territorio, di chilometri quadrati. Eppure abbiamo davvero tutto, in questa penisola dalla forma un po’ strana che chiamiamo casa; abbiamo millenni di storia sulle spalle, arte e cultura che spuntano da ogni dove. E noi puntualmente le ignoriamo.

Le ignoriamo talmente tanto che Pompei è sempre sul punto di sprofondare; tanto che il direttore del museo egizio di Torino (il secondo più importante del mondo dopo quello del Cairo, che sta appunto in Egitto) deve scendere in strada per difendere le sue decisioni, quando poi lo Stato neppure contribuisce allo sviluppo del museo stesso; tanto che per rappresentare il governo italiano alla Commissione UNESCO nominiamo un attore, un comico, una persona che di sicuro avrà fatto ridere un sacco di italiani ma che per sua stessa ammissione “non c’entra niente con la cultura”.

Non un archeologo, un esperto di beni culturali, un critico di storia dell’arte o una delle altre tantissime professioni e specializzazioni che ci sono nel mondo della cultura e della conservazione del patrimonio. No. Tutti orgogliosi e tronfi, presentiamo Lino Banfi, che solo a sentirlo nominare la maggior parte degli italiani pensa subito a un “porca puttena” o alla sigla del telefim “Un medico in famiglia”. Io lo capisco che Banfi è il Nonno Libero d’Italia, ma proprio finché vogliamo; però resta il fatto che non è la persona da mettere in commissione UNESCO. Non lo è per niente, perché un patrimonio immenso ma bistrattato come il nostro non si valorizza e non si salva “portando un sorriso”.

Ma il problema vero, quello che sta a fondo di tutta questa faccenda, non è nemmeno la nomina stessa di Lino Banfi. Il problema sta nel discorso che l’attore comico ha fatto sul palco, dicendo che le commissioni fino a ora sono state composte tutte da “plurilaureati”, e l’attitudine generale con cui tale affermazione è stata accolta. E qui, cari destinatari di questa lettera, mi permetterete un’altra citazione, questa volta sia letteraria che televisiva.

Pochi mesi fa, una buona parte del Paese è rimasta catturata dalla storia di Lila e Lenù, le bambine (e poi ragazzine) napoletane protagoniste della serie “L’Amica Geniale”, tratta dall’omonimo libro. Una produzione di altissimo valore e con una storia magistralmente raccontata, carica di messaggi impegnati e importanti. L’abbiamo amata tutti, “L’Amica Geniale”, ma evidentemente della serie non abbiamo capito proprio niente. Non abbiamo assimilato nemmeno uno dei suoi messaggi sull’importanza del continuare gli studi, del restare sempre informati su tutto quello che succede, del non smettere mai di imparare il più possibile.

Questo nostro fallimento è chiarissimo: sta tutto in quella frase di Lino Banfi, in quell’accenno ai “plurilaureati” nelle commissioni, che poi sono gli stessi che oggi vengono additati come “professoroni”, “intellettualoidi”, “figli di papà”. Perché ormai noi consideriamo la parola “laureato” come un insulto, trattiamo chi ha studiato (dall’esperto di astrofisica nucleare a chi sa mettere insieme una frase azzeccando i tempi verbali, senza distinzioni) alla stregua del peggior criminale.
Qualche riga sopra avevo detto di essere spaventata, ed è proprio questo che mi spaventa: l’odio viscerale nei confronti di persone che sono state sui libri per anni fino a diventare esperte nella loro materia, il disprezzo assoluto per la cultura perché molto meglio imparare le cose dalla strada.

E ancora di più mi spaventa il fatto che l’ignoranza, che non è di per sé una colpa, ma uno stato dell’essere, una situazione, una circostanza, venga sfoggiata come motivo di vanto (e lì sì che diventa una colpa, e pure una bella grossa). Portiamo in giro l’ignoranza come una medaglia al valore, scintillante sul petto, e siamo fieri di dire che non sappiamo niente, e siamo ancora più fieri di non porre rimedio a questo nostro non sapere, quando i mezzi per imparare oggi sono tantissimi e talmente avanzati e immediati che alle persone di appena un paio di generazioni fa sembrano ancora fantascienza.

Come abbiamo fatto a dimenticarci che il diritto allo studio non è sempre stato così scontato? Mia nonna ha la seconda elementare e non per scelta, ma perché semplicemente nella campagna piemontese degli anni Quaranta (e nel resto d’Italia) le cose andavano così. Oggi legge riviste e quotidiani, ascolta la radio, guarda i documentari in televisione e le piace farsi spiegare un po’ di tutto da me e mio fratello, i suoi nipoti. Dice sempre che ancora adesso le spiace un po’ di essersi fermata lì, vorrebbe sapere di più, vorrebbe conoscere più cose. Il complimento che le esce di più dalla bocca è “come sei intelligente”, proprio perché per lei è lì che sta il valore e il merito. Mi spaventa il fatto che questo modo di pensare sia una rarità, ormai. Mi spaventa come qui nella nostra Italia abbiamo tutti i privilegi possibili, mentre nel resto del mondo ci sono persone che rischiano di finire ammazzate per poter studiare; eppure noi passiamo sopra tutto con lo schiacciasassi e ridendo pure. Pensiamo che le lauree siano cartastraccia, non sappiamo assolutamente più dove stia di casa il merito pur pretendendo onestà e trasparenza dai nostri politici, odiamo le eccellenze che invece potrebbero essere la salvezza di questo Paese.

Anzi, no. Permettetemi, cari destinatari di questa lettera, di cambiare soggetto. Voi credete che le lauree siano cartastraccia, voi non sapete più dove sta di casa il merito, voi odiate le eccellenze. Io, nella laurea che ho preso dopo i diciotto anni di fatica trascorsi dalle elementari all’università, ci credo molto e ne vado fiera. Io credo nel merito, anche se ormai faccio fatica, un po’ come quando stai diventando grande e ti riesce difficile pensare che davvero i regali a Natale te li porta un signore che si cala per il camino.

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Sono la prima a dire che le persone che hanno studiato non dovrebbero chiudersi in una torre d’avorio ma anzi, condividere la cultura; ma la condivisione è un dialogo a due parti. Se si urlano parole contro un muro non c’è dialogo, non c’è condivisione, non c’è niente se non quella medaglia di ignoranza portata fieramente al petto. Sono spaventata perché mi chiedo se è davvero questa la fine che vogliamo far fare a questo Paese di scrittori e poeti, artisti e cantanti: mi chiedo cosa penserebbero oggi Dante e Leonardo e Manzoni e Montale e Calvino e De André di quello che siamo diventati; mi chiedo se piangerebbero a vedere quanto state e stiamo sacrificando e dimenticando in nome dell’avere il placido popolo caprone, un gregge che non fa domande mai ma che si fa semplicemente portare dalla corrente.

A me, lo ammetto, ogni tanto viene da piangere davvero, cari destinatari di questa lettera. Ed è per questo che sopra ho scritto che sono anche addolorata, un dolore sordo e profondo e sempre costante. Dopo quello che è successo, dopo quel “plurilaureati” lanciato come uno schiaffo, penso di essere finalmente riuscita a capire: è il dolore del tradimento. Mi sento tradita, pugnalata alle spalle, sanguinante.

Io amo questo Paese come poche altre cose al mondo. Lo amo per la sua bellezza infinita e i suoi difetti profondi. Lo amo talmente tanto che non riesco a stargli lontana, e ci ho provato: i due anni che ho passato all’estero sono stati marcati da una nostalgia profonda, sempre presente, che inevitabilmente mi richiamava a casa. Perciò ho deciso di darle una possibilità, alla mia casa, a questa Italia, anche se moltissime persone mi dicevano che avrei fatto meglio a restarmene all’estero – compresi i miei genitori. E oggi la mia casa mi tradisce così e come me tradisce tutti i ragazzi e le ragazze che hanno studiato duramente e adesso vedono sputare addosso a sé e a tutto il loro lavoro.

Quindi ditemi, cari destinatari di questa lettera, perché ci odiate così tanto? Perché credete che studiare trasformi chi lo fa in membri di una qualche misteriosa casta, quando invece rende più semplicemente preparati? Perché difendete l’ignoranza in modo così feroce, quando abbiamo tutti solo da guadagnare dalla diffusione della cultura?

E non lo chiedo da un punto di vista politico, perché so benissimo quanto sia comodo e facile avere da governare persone che non si fanno domande, non mettono in discussione, accettano tutto e basta. Lo chiedo invece da un punto di vista umano: noi, gli esseri umani, queste scimmie nude che siamo, abbiamo millenni di storia alle spalle, siamo partiti dalla ruota di pietra e siamo arrivati alle astronavi. Abbiamo fatto tante cose incredibili e adesso davvero vogliamo finire a involverci, a tornare indietro, a nascondere la testa sotto la sabbia solo perché è più facile e più comodo? Io non lo credo. Nei momenti di sconforto forse sì, ma non voglio, non devo e non posso convincermene davvero. E come me tutti gli altri membri della redazione di Bossy: noi crediamo nel condividere la cultura, nell’andare avanti, nel diventare meglio, sempre meglio di quello che siamo stati. Quindi questo è ciò che continueremo a fare.

Con affetto (più o meno, sono umana pure io e si sa che i tradimenti sono i più difficili da perdonare),

Benedetta

P.S. So benissimo che Ulisse, con il quale ho iniziato questa lettera, nella Divina Commedia non fa una bellissima fine. Ma, nelle parole che dice, Dante credeva profondamente, tanto da costituire le basi che lui poneva per il giudizio di una persona. A conferma che questo fiorentino del Trecento è davvero sempre attuale, quindi per fortuna che a scuola lo studiamo ancora.

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