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Lotta per il diritto all’aborto in America Latina e nei Caraibi

Lotta per il diritto all’aborto in America Latina e nei Caraibi

L’interruzione volontaria di gravidanza è una pratica comune nella vita delle donne e delle persone incinte in America Latina e nei Caraibi. Le restrizioni e la criminalizzazione dell’aborto in quasi tutti i Paesi hanno portato a molti aborti con pratiche non sicure e colpiscono fortemente coloro che vivono in situazioni di vulnerabilità come ragazze, adolescenti, donne indigene, afro-discendenti, lavoratrici, lesbiche, uomini trans, ecc. Il 28 settembre 2020, migliaia di femministe sono scese in strada per chiedere la depenalizzazione e la legalizzazione dell’aborto sicuro e gratuito.

Le lotte per il diritto all’aborto in America Latina e nei Caraibi non sono una novità, si sono susseguite nel corso del XX e XXI secolo, e in particolare i collettivi in Messico, Chiapas e America Centrale hanno insistito sulla necessità di depenalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza. Il Chiapas è stato uno dei primi Stati del Messico dove un collettivo organizzato di donne ha chiesto al congresso di Stato di legalizzare l’aborto, obiettivo che è stato prima raggiunto e poi invertito.

L’interruzione volontaria di gravidanza è una pratica che si verifica spesso nella vita delle donne e delle persone incinte in America Latina e nei Caraibi. Negli ultimi anni, il numero totale di gravidanze nella regione che terminano con l’aborto è aumentato. Mariana Assis, avvocata femminista brasiliana, dice che un aspetto centrale nelle segnalazioni degli aborti indotti è la differenza tra aborti legali e clandestini.

Mariana Assis, dottoressa della New School di New York, afferma che “l’aborto è qualcosa che hanno sperimentato molte donne diverse: sposate, ma anche single, giovani e adulte, ricche e povere, altamente istruite e poco istruite, indigene, afro-discendenti, di etnia mista e bianche, con figli e senza figli, di città o di campagna, di lingue diverse”, eterosessuali, lesbiche, persone non binarie, uomini trans, eccetera. Tuttavia, in termini legali, l’aborto continua a essere limitato e persino criminalizzato nella maggior parte dei Paesi della regione.

In alcuni Stati, come El Salvador, Haiti, Honduras, Nicaragua e la Repubblica Dominicana, l’aborto è totalmente proibito (senza esplicite eccezioni legali), e in nessun Paese dell’America Latina e dei Caraibi è completamente legalizzato. Questo, oltre a rendere non sicuri gli aborti clandestini, criminalizza le donne e le femministe, ma perché vengono perseguitate e punite le donne, e non gli uomini che hanno avuto un ruolo nel concepimento? Perché le femministe vengono punite e gli stupratori, responsabili dell’intenzione di abortire di molte ragazze e adolescenti, non vengono puniti in modo efficace?

Disuguaglianze nell’accesso all’aborto sicuro

L’accesso all’interruzione volontaria e sicura della gravidanza non è vissuto allo stesso modo da tutte le donne. Ragazze e adolescenti, donne povere, donne indigene, donne di colore, uomini trans, persone non binarie, eccetera, hanno avuto maggiori difficoltà di accesso all’aborto in condizioni ottimali.

Nonostante l’interruzione volontaria di gravidanza sia una pratica comune, esiste ancora una criminalizzazione di chi la pratica, ed è per questo che lunedì 28 settembre 2020, in tutta l’America Latina e nei Caraibi, sono state indette delle marce in favore del diritto di decidere del proprio corpo, un diritto che sostiene che il parto dovrebbe essere qualcosa di desiderato, e non un obbligo.

La violenza contro le donne, così come i diritti sessuali riproduttivi e non riproduttivi, sono oggetto di discussione negli incontri femministi in America Latina dal 1980. Come spiega Mariana Assis, “Al quinto incontro delle Femministe Latinoamericane tenutosi in Argentina nel 1990, il 28 settembre è stato stabilito come giorno del diritto all’aborto per le donne dell’America Latina e dei Caraibi”.

Motti, striscioni e richieste femministe

Alcuni motti e striscioni che campeggiano da anni nelle marce e nelle mobilitazioni femministe sono: “Le donne decidono, la società rispetta, la Chiesa non interviene e lo Stato garantisce”; “Educazione sessuale per decidere, contraccettivi per non abortire, aborto legale per non morire”; “Il corpo è mio, decido io, ho autonomia, io sono mia” e “Dobbiamo abortire, dobbiamo abortire, dobbiamo abortire questo sistema patriarcale”, tra tanti altri.

Tutte queste richieste sollevano questioni di salute pubblica e di diritti che sono particolarmente limitati per le donne indigene, quelle che lavorano nei campi, le donne nere, le persone transgender, quelle non binarie, le persone povere e le lavoratrici, che sono le più colpite dalla criminalizzazione dell’aborto, e dalle restrizioni religiose e sociali.

Reti di assistenza femministe

Data la penalizzazione, la criminalizzazione e la persecuzione di questa pratica, in molte zone dell’America Latina e dei Caraibi, le linee telefoniche femministe per la pratica dell’aborto farmacologico (ad esempio con il misoprostolo), e le reti di assistenza nell’interruzione di gravidanza sono diventate sempre più popolari. Per Mariana Assis, specialista in questioni legate al diritto all’aborto, “in molti Paesi della regione, il lavoro di azione diretta che le femministe hanno svolto è noto come una depenalizzazione sociale dell’aborto, perché adesso la società lo ammette e lo legittima, anche se le leggi continuano a limitarlo.

L’idea di “aborto volontario, libero e gratuito” è una proposta per garantire e sostituire la mappa del numero di decessi con una mappa di aborti sicuri. C’è ancora molta strada da fare per sradicare la criminalizzazione che perseguita e talvolta condanna le donne e le persone incinte, non tanto le donne bianche ricche, quanto le donne povere che soffrono il peso del sessismo e della misoginia oltre alla violenza razzista. Il cammino è stato lungo, ma oggi la richiesta di garantire un aborto sicuro, libero e senza restrizioni non può più tornare indietro.

Fonte
Magazine: Nómada
Articolo: Luchas por el derecho a decidir en América Latina y El Caribe
Data: 29 settembre 2020
Scritto da: Marisa Ruiz Trejo
Traduzione a cura di: Michela Perversi
Immagine di copertina: Gabriela Sanabria per Nómada
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