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Lotte ecologiste e cosmologie “indigene”

Lotte ecologiste e cosmologie “indigene”

Uno sguardo ai movimenti per l’ambiente

Ormai da qualche anno il movimento #FridaysForFuture ha posto la crisi climatica al centro dell’attenzione, grazie al protagonismo attivo delle nuove generazioni che si è contrapposto all’inadeguatezza dell’azione (o meglio, inazione) istituzionale.

Qualche giorno prima dello sciopero globale per il clima, indetto il 3 marzo 2023, Greta Thunberg, l’attivista simbolo del movimento, è stata arrestata davanti al Ministero dell’Energia norvegese mentre protestava accanto ad alcunə rappresentantə dei Sami, popolo nativo stanziato tra penisola scandinava e Finlandia. Motivo della protesta è stata la costruzione di turbine eoliche nel territorio di Fosen, una regione della Norvegia nord-occidentale tradizionalmente utilizzata dai Sami per il pascolo delle renne.

Questo avvenimento, insieme ad un ciclo di seminari che recentemente ho avuto la possibilità di seguire nell’ambiente accademico in cui lavoro, mi hanno fornito spunti interessanti per una riflessione sulle lotte ecologiste in rapporto ai retaggi neo-coloniali e alle dinamiche predatorie del capitalismo patriarcale. Infatti, pensando ai movimenti di lotta per la difesa dell’ambiente, il mio orizzonte era ingenuamente limitato alle iniziative deə giovani attivistə di #FridaysForFuture, alle recenti azioni di sfregio di famose opere d’arte o ancora all’operato di alcune delle più note ONG. Nell’ignoranza concessami dal mio privilegio, non mi ero mai veramente interessata ad altre forme di protesta che pure stanno avendo un ruolo centrale nel portare avanti la battaglia ecologista in un pianeta ormai prostrato dallo sfruttamento consumistico delle risorse.

Mi riferisco alle lotte di quei popoli comunemente indicati come “indigeni” (come nel caso del popolo Sami). Infatti, in molte parti del mondo, popolazioni autoctone e tradizionalmente radicate nel territorio stanno dando vita a movimenti di resistenza contro l’espropriazione e lo sfruttamento di terre e risorse da parte di attori economici che, talvolta anche dietro l’etichetta della sostenibilità (un esempio è il caso della costruzione delle turbine eoliche), producono danni all’ambiente e violazioni dei diritti umani.

Se quindi, da un lato, le campagne di #FridaysForFuture mi erano familiari nei modi e nei mezzi, dall’altro ho scoperto un universo di voci e di battaglie nutrite di altri linguaggi, di altre pratiche, di un diverso sostrato culturale e filosofico. In particolare, spostandomi dalle estreme latitudini delle proteste dei Sami ai movimenti per la difesa della Foresta Amazzonica, il fermento ambientalista che di recente più mi ha colpita è quello dei movimenti dei popoli indigeni del Sudamerica. Qui si trovano infatti vaste aree in cui la natura è lussureggiante e il sottosuolo particolarmente ricco, diventando per questo oggetto di sfruttamento economico, saccheggio delle risorse e distruzione della biodiversità. In opposizione a questa spinta, numerosi paesi dell’America del Sud sono stati interessati da movimenti di protesta portati avanti dai popoli indigeni in difesa dei territori e degli ecosistemi in cui vivono. Dall’Ecuador al Cile, dal Perù al Brasile, le mobilitazioni indigene hanno contrastato, anche con il sacrificio della vita di moltə, le azioni predatorie delle grandi industrie e l’indifferenza dei governi.

A riprova dell’urgenza e attualità del tema, il 26 febbraio 2023 nella regione ecuadoriana di Sucumbios è stato assassinato Eduardo Mendua, dirigente della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador) e membro del popolo Cofán che strenuamente si era opposto ad un progetto di realizzazione di pozzi petroliferi nei territori della sua comunità. E questo è avvenuto in un paese come l’Ecuador, che per primo ha inserito nella sua Costituzione il principio del rispetto della Natura (in quechua, “Pachamama“).

Proteste “indigene” e difesa della Natura: sguardi neo-coloniali e visioni del mondo.

Apro ora una piccola parentesi concettuale: fermandosi un momento a riflettere, si potrebbe cogliere una nota stonata già a partire dalla definizione di “indigeno”. A stridere è la sua connotazione neocoloniale. Si tratta infatti di una categoria che nasce ed acquista un significato solo se collocata e interpretata in un contesto in cui l’indigeno-colonizzato è individuato in contrapposizione al conquistatore-colonizzatore che avanza pretese sul territorio. Ad oggi, dietro al concetto di “indigeno” può ancora nascondersi lo spettro di una visione occidentalocentrica e neocoloniale, che si serve delle lenti del maschio bianco per perpetrare visioni distorte e riduzionistiche di modelli culturali alternativi a quello del cosiddetto “Nord globale”. Nella maggior parte dei casi, anche le proteste indigene vengono raccontate tramite questa narrazione, o comunque romanticizzate attraverso il mito del “buon selvaggio”. 

I movimenti di protesta per la difesa della Natura in Sudamerica si legano inscindibilmente alla concezione che i popoli nativi hanno della Natura e del rapporto fra le creature nell’ecosistema. Posto che l’universo dei popoli indigeni del Sudamerica è così ricco e variegato che ogni generalizzazione finirebbe per essere fuorviante, quando si parla in generale di ecologismo indigeno è focale il concetto del “buen vivir”. Spingendosi ben oltre la semplice idea di “buona vita”, “buen vivir” si riferisce ad uno stato di armoniosa convivenza nella e con la Natura, in cui nessun essere si trova in posizione gerarchica rispetto agli altri. Anche in questo caso, si tratta di una concezione complessa e non è riducibile ad una definizione univoca. Il nucleo del concetto risiede in una visione del mondo quanto più lontana dalle strutture “proprietarie” e dagli schemi utilitaristici del capitalismo occidentale. Il “buen vivir” come idea e come pratica si incarna quindi anche nelle azioni e nelle battaglie portate avanti in difesa della Madre Terra.

“Capitalocene” e modelli alternativi

Il “buen vivir” porta inevitabilmente con sé una critica al modello industrializzato di sviluppo che tristemente ci è familiare, un modello fatto di individualismo, competizione e accumulazione capitalistica. Com’è ormai noto, questo modello è strutturalmente incompatibile con il rispetto dei cicli ecologici del Pianeta e rappresenta il grande colpevole di una crisi climatica fatta di deforestazioni, sfruttamento rapace delle risorse, distruzione degli ecosistemi e delle relazioni tra specie. Per questo lo storico dell’ambiente Jason W. Moore ha provocatoriamente rinominato l’Antropocene, attuale era geologica, “Capitalocene”. Questo proprio per sottolineare le disparità e le storture di una lettura che si limita a riconoscere genericamente la centralità dell’operato umano sull’ambiente circostante. In altre parole, se è vero che l’impatto dell’azione umana sulla Terra si è reso via via più significativo, non ci si può sottrarre dal considerare le dinamiche di classe e di potere che stanno alla base del capitalismo e che, soprattutto in riferimento alla crisi climatica, fanno sì che alcunə abitanti del Pianeta siano più responsabili di altrə.

In questo scenario, i movimenti di protesta dei popoli indigeni di cui abbiamo parlato non solo suggeriscono un diverso modo di relazionarsi con gli ecosistemi, ma anche modelli di società e di “sviluppo” alternativi. Anzi, forse si spingono oltre l’idea stessa di “sviluppo”, in una lotta dove la giustizia ambientale diventa anche giustizia sociale, nel ripensamento dei rapporti di potere tra gli esseri umani, e tra gli esseri umani e ogni essere vivente.

Riferimenti:

Vedi anche

Ciclo di Seminari “Ecologia e Popoli Indigeni in America Latina” – Università degli Studi di Palermo in collaborazione con Ciss (Cooperazione Internazionale Sud-Sud Onlus). link: https://youtube.com/playlist?list=PLtajoDuc0Wwkv24u2FPUjLRzvXX1XuH3p

Gudynas, Eduardo, 2011, Buen vivir: germinando alternativas al desarrollo, América Latina en Movimiento, ALAI (462), pp. 1-20.

Giampaoletti, Marcello, 2 Mar. 2023, Eduardo Mendúa, martire della lotta contro l’estrattivismo ecuadoriano, Micromega. link: https://www.micromega.net/eduardo-mendua-martire-della-lotta-contro-lestrattivismo-ecuadoriano/

Moore, Jason W., 2016, Anthropocene or Capitalocene? Nature, History, and the Crisis of Capitalism, Oakland: PM Press; tradotto in italiano col titolo Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria (2017, introduzione e cura di Alessandro Barbero, Emanuele Leonardi, Verona: ombre corte).

Credits
Immagine cover sito (collage) – Foto di Leonardo Capitanio (pexels): https://www.pexels.com/it-it/foto/uomini-indiani-dell-amazzonia-13028676/
Foto di Fandy Much (pexels): https://www.pexels.com/it-it/foto/impianto-foglia-verde-tiro-verticale-pianta-9210857/
Immagine sito verticale – Foto di ArtHouse Studio (pexels): https://www.pexels.com/it-it/foto/clima-natura-creativo-terra-4310210/
Immagine sito orizzontale – Foto di International Indigenous Peoples Forum on Climate Change: https://iipfcc.squarespace.com/noticias

 

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