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Lucha y Siesta: lotta alla violenza patriarcale e difesa dalla violenza istituzionale

Lucha y Siesta: lotta alla violenza patriarcale e difesa dalla violenza istituzionale

TW: Parleremo di violenza di genere e utilizzeremo spesso un linguaggio binario perché è quello impiegato dagli studi e dalle comunicazioni che indagano e raccontano il fenomeno della violenza di genere (con tutti i limiti che ciò comporta e che speriamo un giorno vengano superati). Non vogliamo far sentire nessuna persona non binaria che subisce violenza maschile e patriarcale esclusa da questo discorso e, se così risultasse, ci scusiamo in anticipo.

La violenza di genere è, in Occidente, la prima causa di morte per le persone socializzate come donne fra i 16 ed i 44 anni,

ancora prima del cancro e degli incidenti stradali. In Italia solo da inizio 2023 sono già morte più di 100 persone, una ogni circa tre giorni, mentre ogni giorno avviene un tentato femminicidio.
Il 25 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) è alle porte: mentre attendiamo trepidamente i discorsi edificanti deə politicə italianə riguardo il loro impegno contro la violenza di genere, Lucha y Siesta, una realtà che da quindici anni si dedica concretamente a questo, è sotto sfratto.

E non è tutto: l’Atac, proprietaria dell’immobile in cui quattordici persone (compresi minori a carico) hanno trovato rifugio dalla violenza, ha scelto di costituirsi parte civile, richiedendo all’Associazione un ingiustificato risarcimento monetario di dimensioni esorbitanti.
Abbiamo parlato con Viola, da quattro anni operatrice antiviolenza e attivista di Lucha y Siesta.

Viola, ci racconti che tipo di realtà è Lucha y Siesta?

Lucha y Siesta nasce come Casa delle donne nel 2008 da un gruppo di persone del movimento per il diritto all’abitare, con l’obiettivo di creare un luogo sicuro per chi scappava da violenza domestica o sessuale. Nel corso degli anni è nata l’associazione Lucha y Siesta: la Casa delle Donne in cui opera ha quattordici posti letto per donne e minori che fuggono da situazioni di violenza; è presente anche uno sportello antiviolenza rivolto all’esterno (uno dei tre che l’associazione gestisce nel Comune di Roma) dove chiunque può ricevere consulenze sul tema della violenza di genere o sessuale e ricevere orientamento e sostegno.
Nella Casa delle Donne si organizzano, inoltre, attività culturali, cineforum e presentazione di libri su tematiche transfemministe. Fare cultura transfemminista è, infatti, per noi la vera chiave di contrasto alla violenza di genere, dato che quest’ultima è un problema strutturale; attraverso la cultura si può creare un altro tipo di società, in cui questo fenomeno non si presenti. Lucha y Siesta organizza anche corsi di formazione per nuovə operatricə antiviolenza, in una prospettiva rivolta alla sostenibilità della lotta alla violenza.

Chi fa parte dell’equipe di Lucha y Siesta?

Ci sono lə operatricə che hanno un ruolo a tutto tondo, coadiuvate da figure professionali come avvocatə espertə di diritto civile e penale, psicologə, educatricə, che organizzano attività di supporto alla genitorialità e laboratori con persone più giovani, e orientatricə al lavoro, che supportano nella scrittura del curriculum e nella ricerca di lavoro.

Nella bellissima “dichiarazione di autogoverno”, Lucha si dichiara transfemminista, intersezionale, decoloniale ed ecosistemica. Potresti spiegarci meglio questo approccio? Come lo integrate nel vostro lavoro quotidiano?

Partiamo da una grandissima verità ovvero che stiamo sempre imparando. Nel 2008 è stato dato, per esempio, subito per scontato che quello stabile si dovesse chiamare Casa delle Donne, mentre ora ci stiamo interrogando molto sull’efficacia di quel nome. Per quanto in Italia le stesse abbiano una rivendicazione preziosissima, siamo anche convintə che il femminismo aiuti a rendere le trasformazioni dei passaggi molto fluidi. Quindi diciamo che l’idea è sempre stata quella di farsi interrogare dalle istanze che si muovono nelle strade e nelle piazze, rimanendo in ascolto e mettendoci a disposizione di realtà giovani e dirompenti. Come quelle di Black Lives Matter e Fridays for Future, costruire alleanze che ci insegnino a tematizzare e problematizzare in maniera intersezionale tante altre questioni, oltre alla violenza del patriarcato.

Per esempio, la collaborazione con Laboratoria Ecologica Autogestita ci ha aperto un mondo, iniziando a mettere in discussione non solo l’androcentrismo ma anche l’antropocentrismo. Infatti, la nostra dichiarazione di autogoverno è un lavoro collettivo, non solo di nostra invenzione.

Lucha y Siesta si definisce una comunità mosaico, basata sulla condivisione di saperi, pratiche e responsabilità, sul riconoscimento delle diversità e su pratiche di cura e fiducia. La cura è in Lucha una responsabilità comune, che si mette in pratica con le “riunioni di cura”. Ci racconti cosa sono?

Le “riunioni di cura” ce le siamo inventate durante il lockdown, in un momento in cui, alla preoccupazione della pandemia, si univa la forte difficoltà che la casa fosse stata sgomberata, con le persone che ci abitavano ricollocate come pacchi in altre strutture. Nel corso del lockdown abbiamo continuato a fare colloqui con queste persone, mantenendo viva quella relazione costruita nel corso degli anni o dei mesi. Eravamo bombardatə da più fronti, dato che le misure restrittive non hanno tenuto conto di tutta una serie di questioni, come quella della perdita del lavoro e dell’esplosione della violenza domestica.

Per cercare di affrontare tra di noi questo mostro, con tantə di noi che hanno rischiato di perdere la casa e il lavoro, abbiamo capito che, più che fare la classica riunione politica settimanale, era necessario prendersi dei momenti per affrontare come stavamo noi stessə. Ritrovare quell’esercizio del partire da sé, non solo parlando di massimi sistemi, ma riportando i massimi sistemi alla nostra condizione. Anche perché vivere tanti anni a stretto contatto con la sofferenza e il dolore, cercando sempre di metterci della gioia ma sempre per qualcunə altrə, il rischio era di ammalarci noi, non di Covid ma di tante altre cose.

Il rischio di “ammalarsi” lavorando nel sociale, sottopagatə, con contratti precari, in continuo contatto con traumi, violenza e ingiustizia sistemica, c’è sempre. Avete continuato questa pratica?

In realtà sì, la facciamo, ma non quanto vorremmo. Quell’esercizio è stato reso “semplice” dalla situazione pandemica, quando c’erano sì urgenze politiche ma non quel “corri di là”, “fai l’intervento di lì”. Ci siamo resə conto di quanto sia facile rientrare nella frenesia dei ritmi della società capitalistica.

Quali sono, quindi, le difficoltà o gli scogli più grandi per chi lavora in Lucha y Siesta?

Una difficoltà è la coordinazione e la mancanza di tempo per restituire ogni pezzetto che ognunə di noi porta avanti. Nonostante ci siano molte riunioni, ci sono talmente tante cose che stiamo facendo; la problematicità è il sentirci atomi che si muovono attorno ad un nucleo.
Un’altra è la precarietà: nel corso dei suoi quindici anni di vita la Casa della Donne ha subito cambiamenti notevoli ed elaborato una propria metodologia di contrasto della violenza di genere; i bandi per la gestione del progetto durano un anno e mezzo o massimo due anni. Una volta che sei dentro ed hai iniziato un percorso di autonomia con diverse persone, poi c’è il rischio che non rivinci il bando. Oltre al fatto che i fondi a disposizione sono talmente pochi che si suppone vengano attuati percorsi di empowerment a partire da una posizione dellə lavoratricə di assoluta precarietà, con una contraddizione evidente.

Ma lo scoglio più grande è un altro. Da un lato, e dal basso, riusciamo a farci restituire l’energia e la potenza che trasmettiamo a noi stessə, dato che basta convocare un presidio da un giorno all’altro, e la piazza è piena. Questo ti dà un potere enorme, un senso di appartenenza molto forte. In questi anni con campagne, iniziative, la disponibilità di andare un po’ ovunque, siamo riuscitə a creare una comunità e a far capire quanto fosse importante salvaguardare la nostra esperienza. Nonostante tutto questo lavoro, comunque non basta, perché poi la politica istituzionale mette avanti delle scuse becere per nascondere di essere complice del patriarcato. Trova sempre un modo per dire che non importa quello che stai facendo, lo stai facendo in modo sbagliato. Per loro non è tanto importante il fatto che dovrebbero essere le istituzioni a portare avanti quel lavoro lì, ma no, sei tu che sei sbagliatə. La difficoltà più grande è quindi la violenza istituzionale.

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Perché l’esistenza di Lucha y Siesta è attualmente in pericolo?

La Casa delle Donne nasce in una ex stazione del tram dell’ATAC, che cinque anni fa per risanare il suo bilancio ha messo all’asta una serie di immobili inutilizzati; il problema è che quello di Lucha y Siesta non era per nulla inutilizzato. Nonostante la mobilitazione della comunità romana, nonostante i riconoscimenti provenienti da accademie e università nazionali e internazionali e da una serie di enti pubblici italiani, l’ATAC non ha riconosciuto il valore di questa realtà. E dicendo ATAC, dico il Comune di Roma, dato che l’ATAC è per il 51% pubblica. Quindi doveva essere il Comune a confermare che questo luogo è da difendere, che anziché farlo chiudere era invece una realtà da moltiplicare.

Cinque anni fa c’era una giunta comunale del Movimento Cinque Stelle, la quale, esasperando i concetti di trasparenza e legalità, si è scontrata con una serie di esperienze sociali che negli ultimi quarant’anni a Roma sopperivano alle mancanze del Comune, incalzando sul fatto che lo stabile dovesse essere svuotato. Così, ad agosto 2021 lo stabile è andato all’asta. Grazie a una grande campagna di mobilitazione, la Regione Lazio ha comprato l’immobile con la promessa che ci sarebbe stata una trattativa e l’assegnazione ufficiale dello stabile all’associazione Lucha y Siesta.

Nel corso dell’ultimo anno, però, questa convenzione è stata approvata dalla Giunta Regionale il 22 ottobre 2022, inserita in Gazzetta Ufficiale, ma non è mai stata firmata. Il nuovo governo della Regione, che è passato dal PD a Fratelli d’Italia, non solo non vuole firmare la convenzione già approvata dalla giunta precedente, ma la vuole proprio revocare. Hanno predisposto, e non sappiano in che tempi, il ricollocamento delle persone che vivono nella casa in altri luoghi, con una violenza non da poco. Lo stabile verrà, in seguito, messo in ristrutturazione, rischiando di rimanere chiuso per molti anni; ci sarà poi la pubblicazione del bando per gestire l’immobile, a quanto dicono senza cambiarne destinazione d’uso. Chissà se verrà mantenuto anche come luogo culturale.

Cosa possono fare le persone che leggono questa intervista per supportare Lucha y Siesta?

Noi a livello nazionale ci muoviamo tanto via social, dove diamo istruzioni sul da farsi, che sia semplicemente fare la storia su Instagram con quel tipo di hashtag. Quello ci dà una potenza non da poco. Ci interessa molto di più parlare con le persone, con la nuova generazione, piuttosto che con quattro politici che la loro posizione tanto non la cambiano. E poi, quando passate per Roma, siamo felici di avere ospiti.

Grazie, Viola. Per chiudere con positività, quali sono le gioie più belle della tua esperienza in Lucha y Siesta?

Personalmente sono gli eventi culturali che funzionano di più, quando hai lo spazio pieno di gente. Inoltre, è davvero gratificante vedere la partecipazione della gente che ha attraversato Lucha y Siesta, non solo come attivistə ma anche come persone che hanno vissuto violenza, e quindi accorgersi di quanto è potente quella relazione che a volte si riesce a creare tra donne che si supportano. La gioia più grande è il vedere come ci si prende cura di noi, mi verrebbe da dire.

Osservatorio Violenza sulle Donne
Lista dei femminicidi in Italia nel 2023
Credits
Immagine cove sito: https://luchaysiesta.org/la-casa/
Immagini sito orizzontale: https://luchaysiesta.org/la-casa/

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