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Lucia Perez e la violenza sulle donne: lo sfogo di un ragazzo argentino

Lucia Perez e la violenza sulle donne: lo sfogo di un ragazzo argentino

8 ottobre 2016, Mar del Plata, Argentina.

Drogata, violentata e impalata a morte; il corpo poi lavato per cancellare ogni traccia e rivestito prima di essere abbandonato davanti all’ospedale della città. È la storia della morte disumana toccata alla sedicenne Lucia Perez.
La giovane vittima era uscita di casa la mattina per incontrarsi con Matias Gabriel Farias, con cui pare avesse una relazione sentimentale e che poche ore dopo il delitto è stato fermato dalle forze dell’ordine insieme ad altri due sospetti, già noti come spacciatori.

Il fratello di Lucia, Matìas Perez ha pubblicato una lettera in cui racconta il dramma che sta vivendo la sua famiglia e in cui invita le donne di tutto il paese alla mobilitazione generale:

Dobbiamo essere consapevoli, perché questa volta è toccato a Lucia subire questa violenza bestiale, però la prossima volta può succedere a te o alla persona che ami di più al mondo. Bisogna essere forti e scendere in strada per gridare tutti insieme, adesso più che mai “Nessuna di meno”. Solo così eviteremo che migliaia di ragazze come Lucia siano uccise. E solo così potremo chiudere i suoi occhi per vederla riposare in pace.

Questo ennesimo caso di violenza su una donna ha sconvolto per brutalità ed efferatezza tutta l’Argentina, un paese dove ogni 30 ore muore una donna e dove nel 2015 si sono registrati ben 286 femminicidi. In tutto il paese sono state organizzate manifestazioni e scioperi per ribadire l’importanza dei diritti sempre calpestati del genere femminile.
La protesta ufficiale è stata organizzata dall’Associazione Ni Una Menos che ha chiesto di bloccare qualsiasi attività si stesse svolgendo per l’intera giornata di mercoledì 19 ottobre (rinominato Miercoles Negro) per dire STOP ALLA VIOLENZA!
L’idea è stata accolta anche dagli altri paesi dell’America Latina al grido di #NosotrasParamos (Noi ci fermiamo!); nel manifesto di convocazione allo sciopero si legge:

Scioperiamo per tutte le donne che non ci sono più, per quelle assassinate e per quelle “desaparecidas”, contro la violenza e il terrorismo machista, contro l’impunità, contro la censura, l’inerzia e la complicità di Stato e polizia

Siamo entrati in contatto con un ragazzo argentino, Sebastián García Ferré, che ci ha scritto una lunga lettera sulla faccenda. Ve la riportiamo integralmente, sperando che le sue parole possano continuare a risuonare nelle nostre teste…

Quando ho saputo della notizia, ho provato una voragine di emozioni. E quando cercavo di metterle in ordine, tutte cercavano di uscire allo stesso tempo, ingorgando le sinapsi del mio cervello, come se fossero state tutte compresse in un imbuto che a mala pena gocciola.

“Mi Buenos Aires querido”

Come cantava Gardel. Poco fa sono tornato nella mia patria a vivere dopo 16 anni trascorsi in Europa, 13 dei quali in Italia. Ad accogliermi, una notizia surreale. La lontana Argentina, una terra remota quasi leggendaria in Europa, che ha accolto numerosi italiani ed europei in generale, che penzola sulla cartina prima del nulla totale, è conosciuta per personaggi come Máxima – la regina dei Paesi Bassi –, il Papa Bergoglio e Lionel Messi. Ma allo stesso tempo è teatro di vicende per niente gloriose che destano stupore e scandali a livello internazionale. Al di là dei luoghi comuni riscontrabili nella suddetta notorietà, l’Argentina è sempre stato un paese a due facce ben opposte. Qualcuno dirà che lo stesso capita in Italia o altrove. Ma come spiegarvi che su certe cose il discorso è valido e su altre non credo che lo sia? Tristemente, ci siamo guadagnati la reputazione di essere una nazione incomprensibile. Come possiamo spiegare di aver dato al mondo intellettuali di spicco del calibro di Sabato o Borges e allo stesso tempo di aver concepito aguzzini come quelli che hanno drogato, stuprato, impalato e ucciso una ragazza di 16 anni? “È nata proprio l’anno in cui sono andato via”, penso. “E l’hanno uccisa nel momento in cui ho deciso di tornare.” Sono una persona estremamente scettica, ma la cosa mi fa riflettere e, ancora una volta, sembra una scena da copione.

Lo scenario della tortura non è stato Buenos Aires, ma la città di Mar del Plata, tra le più grandi del paese. Come uomo, come argentino, ho provato vergogna. Ecco una delle prime gocce che sono riuscito a fare passare in quell’imbuto di emozioni. Il solo fatto dell’avere in comune qualcosa con dei mostri di quel genere mi fa solo sentire del ribrezzo.

Sconcerto

Vergogna, ribrezzo, tristezza, riflessione e poi sconcerto, rabbia, impotenza. “Non riesco a capire”, mi ripeto una e un’altra volta. “Che cosa porta qualcuno a fare una cosa del genere a un altro?” Non trovo le risposte. Qualunque sia la spiegazione, una crudeltà così spietata è sbagliata da ogni angolo da dove la si guardi. Pochi istanti di piacere sadico di un gruppo di cerebrolesi sono costati la vita ad una giovane ragazza e chissà quale sofferenza alla sua famiglia, ai suoi amici. Solo loro lo sanno. Il tutto aggravato dall’atrocità dell’esecuzione. Non sono un moralista, ma mi chiedo che cosa spinga certi elementi ad agire come agiscono pur sapendo che quel che fanno è immorale e inaccettabile.

Oggi ho preso l’autobus a Puerto Madero e stavo percorrendo Avenida Alem. Era una giornata piovosa. Le strade, piene di traffico. Tutti presi dalla loro routine. In molti a guardare il cellulare. Ed io assorto nei miei pensieri. Mentre vedo che il mondo va avanti per quasi tutti, per qualcuno si ferma. E non sembra vero. Come possono convivere questi due mondi paralleli? Quello della routine di tutti e quello della famiglia di Lucía. Guardo la mia mano sinistra quasi alienato; sembra un miraggio. È quasi come se il mondo si fosse tinto di grigio. Penso. Per qualcuno, invece, il mondo si è già fermato. Qualcuno come Lucía.

Che cos’è la giustizia?

“In ritardo, sempre in ritardo.” In momenti come questo rifletto in modo molto profondo. I parenti di Lucía, la giovane vittima, sono riusciti a radunare più di 3.000 anime per chiedere giustizia. Li capisco, anch’io avrei fatto la stessa cosa e, se avessi saputo di qualche manifestazione vicina, ci sarei andato volentieri. Tuttavia, il supporto massivo è stato macchiato da un altro grave fatto: i genitori e suo fratello sono stati minacciati da degli sconosciuti con delle armi da fuoco.

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E nuovamente mi chiedo che cosa sia la giustizia. Una donna che ostenta equilibrio con una bilancia in mano con gli occhi bendati. E se avessimo sbagliato del tutto il concetto di giustizia? Una volta fatto il danno, non abbiamo che l’illusione del riuscire a ristabilire un certo equilibrio. Lo squilibrio ormai è stato creato e anche se i colpevoli dovessero essere condannati all’ergastolo, la realtà è che una giovane ragazza non c’è più. Cosa si può fare per compensare la sua mancanza? Nulla. Non la si può riportare indietro. E anche se si potesse, non toglierebbe le pene dell’inferno che avrebbe patito.

“La giustizia arriva sempre in ritardo”, ripeto fra me e me. In mezzo a così tanti pensieri dovremmo trovare una risposta. Giungo alla conclusione che la giustizia vera sarebbe che questi avvenimenti non succedessero mai: la giustizia dovrebbe prevenire, anticiparsi agli eventi. In che cosa sarebbe consistita la giustizia in questo caso allora? Educazione, prima di tutto. Bisogna informare, educare, prevenire. Non possiamo permettere che il nostro sistema democratico non sia in grado di garantire alcuni dei diritti più fondamentali dell’essere umano: il diritto alla vita, il diritto alla sicurezza. Sono stanco dei discorsi e voglio dei fatti. È possibile che alla mia generazione venga imposto di continuo di dover aspettare? La giustizia deve diventare una donna che ostenta equilibrio con una bilancia in mano, con un occhio bendato per essere imparziale e con l’altro scoperto per poter guardare verso il futuro ed evitare di rimediare laddove non si può rimediare nel modo giusto.

E se fosse successo a voi?

Il mio paese oggi dà l’esempio di quello che non dovrebbe mai succedere. È stato molto visibile, spaventoso e vergognoso. Ha acceso la miccia dell’indignazione, e tuttavia non credo che sia l’unico caso di questo tipo al mondo. Ogni volta che un episodio del genere succede, dovrebbe essere materia di discussione a pari livello finché non succederà mai più.

Voglio rivolgervi un appello: pensate se questo fosse successo a vostra sorella, a vostra madre o a vostra figlia. Vorreste che qualcuna di loro vivesse in un mondo dove pullulano dei mostri? Pensate anche se questo fosse successo, perché no, a vostro fratello, a vostro padre o a vostro figlio. Pensate, poi, se questo fosse successo a voi stessi che leggete queste righe. Non importa la vostra età né il vostro sesso. Indipendentemente da quello che possiate pensare, gli incubi esistono e il modo di evitarli non è girando la faccia dall’altra parte. Se non diamo il giusto peso a queste disgrazie, soprattutto adesso che le ferite sono molto aperte, non stiamo contribuendo a farle sparire.

Infine, in questi giorni di costanti domande, mi chiedo anche cose più terrene. “Chissà se sarei arrivato a conoscerla… Magari sarebbe stata un’artista oppure una dottoressa che avrebbe potuto far guarire qualcuno.” Non lo scopriremo mai, il suo potenziale ci è stato strappato di mano a tutti.

Poco fa ho letto una lettera aperta che le ha scritto suo fratello e non ho potuto che pensare a Catullo, con qualche ritocco… “Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, soror, ad inferias…”

Fonti:
| Clarin qui e qui|
| Il Messaggero |

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