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Ma quindi mi stai davvero dicendo che nelle università danesi ci sono le nursery?
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Ma quindi mi stai davvero dicendo che nelle università danesi ci sono le nursery?

Virgina Cafaro

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E potrei anche concludere così, proprio con un ‘sì-punto’ e basta, ottenendo un articolo esaustivo ed efficace. Ma proverò comunque a spiegarmi.

La prima volta che ho messo piede in un’università danese, e più precisamente in quella di Roskilde, un’amabile signora ci ha accompagnati per il tour del campus nel quale io, assieme a un’altra ventina d’individui, avremmo soggiornato per un mesetto.
-“Ecco, qui ci sono la cucina e le camere, al piano di sopra le lavatrici e la nursery”
-“Avete anche la nursery?”
-“Certo, così, durante l’anno, le mamme possono lasciare lì i propri figli e andare a lezione”.
Ecco. Di questa frase mi hanno colpita ben tre cose: “Certo”, “figli” e “andare a lezione”, e ora vi spiegherò il mio sbigottimento passo per passo.

1) CERTO

Quel certo, detto con un po’ di stupore, come se fosse impossibile potesse esistere un’opzione diversa, mi ha catapultata nella realtà italiana (comune a molte altre, perché non è che solo l’Italia pecchi di mancanza di diritti): ‘Sei madre? Bene! Vuoi studiare? Brava! Vuoi studiare e prenderti cura del tuo figlioletto di 16 mesi? Che coraggio, un esempio per tutti, complimenti davvero. Come dici? Non puoi permetterti una tata né lasciare la prole a nonni/zii/sorelle? AH’.
Questo certo danese, che in questo caso specifico si traduce con l’italiano ah, è la bambolina più piccola della grande matrioska sulla quale possiamo trovare scritto: ‘Signorina, il suo colloquio per la nostra azienda è stato davvero interessante. Lei stessa, poi, ha competenze lavorative davvero interessanti. Farà carriera qui da noi. Però prima mi dica, da quanto è sposata?’. E tu, matrioska spesso munita di n lauree ed n anni di esperienza, o anche ‘solo’ di tanta voglia di darti da fare, sai che o lavori o fai figli.
Quel certo mi ha ricordato che ahimè, quasi sempre, la condizione di madre sia a) vista come un deficit, b) non conciliabile con una carriera lavorativa.

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2) FIGLI

Perché fermarsi a uno quando, se vuoi, potresti averne più di uno?
All’uso di questo plurale ho poi ripensato, pochi giorni dopo, mentre stavo andando a far la spesa. Ricordo stesse piovendo da esattamente ogni lato, tanto da rendere inutile l’uso dell’ombrello, e che, per strada, stesse camminando una bella bionda, incinta, con un passeggino a seguito. Un passeggino con un altro bambino dentro (davvero, appena l’ho vista con il pancione e il passeggino ho pensato fosse una nuova moda e che dentro ci fosse un cane. E invece no, era proprio un bambino). Giovanissima, avrà avuto sì e no 25 anni, camminava per strada con indosso un k-way e tutta la tranquillità di può vivere il suo sogno di studiare e diventare madre. Ora, io di anni ne ho 26 e di avere figli non se ne parla proprio. Però è una mia scelta, sono io che ora come ora non voglio figli. E se avessi voluto? E tutte quelle che ne vorrebbero, come fanno? Semplice, s’attaccano, come diciamo noi a corte.
Anni e anni di Family Day e “di difendiamo la famiglia naturale” (e su quest’ultima, in particolare, stenderei una marea di k-way pietosi), e poi nessuno che pensi ad aiuti e tutele effettive nei confronti di chi vuole diventare madre.

3) ANDARE A LEZIONE

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Queste tre parole si ricollegano direttamente al certo di cui prima. Capite? L’amabile signora ha detto proprio ‘così possono andare a lezione’, che, parafrasato, sta per: ‘così possono continuare a usufruire del loro diritto allo studio, imparando magari un mestiere che poi, garantendo loro un buon stipendio, potrà di conseguenza permettere loro di: a) dare sostentamento ai propri figli; b) essere soddisfatte della propria vita (si spera), con tutti i vari benefici psicologici che ne conseguono; c) pagare tasse che, tra le varie cose, contribuiranno a pagare le nuove dipendenti di quella stessa nursery, permettendo ad altre donne di studiare e avere figli, se lo vorranno.

gravidanza

Ritornando a noi.
Questo flusso di coscienza senza fine non è uno spot pubblicitario pagatomi dal Ministero del Turismo danese. Giuro. Non è neanche elogio totale alla Danimarca, perché i paradisi in terra non esistono e ogni nazione ha le proprie pecche.
Quello che sto cercando sconclusionatamente di fare, è porre ancora una volta attenzione sulla mancanza di diritti presenti all’interno della nostra società, una mancanza che è molto pericolosa, perché impedisce a bambine, future donne, di provare a realizzare tutti i propri sogni. Infatti, una ragazza che vuole diventare sia primario di chirurgia che madre, sa che dovrà, con tutta probabilità, rinunciare a una delle due cose. Obbligare qualcuno a compiere una scelta di questo tipo equivale a dare per scontato non sia brava a fare ambedue le cose. Come se una donna potesse fare solo la mamma o solo l’ingegnere aerospaziale. Come se rimanere incinta fosse un privilegio per pochi anziché un lieto evento.
Ah, momento. È proprio così.

Disegni di Costanza De Luca
Leggi i commenti (1)
  • 25 anni fa ho scelto di fare la madre. L’ ho fatto con tutto il mio cuore e tutto il mio impegno. Me ne sono pentita amaramente. Ora che mio marito, padre dei miei 3 figli, mi ha sganciato dalla sua vita come un pezzo di rifiuto da un aereo in volo, mi trovo senza un mantenimento e alla soglia dei 50 anni mi devo inventare una professione, per tirare avanti il mio carro.
    Come al “Piccolo Principe” sta a cuore mettere tutti in guardia dal pericolo dei baobab, a me sta a cuore di mettere in guardia tutte le ragazze dal pericolo di certe promesse fatte dai maschi, tipo: Prenditi pure cura delle famiglia, ti mantengo io. Non credeteci! Mai! Costruite prima la vostra vita professionale, il figlio ci sta anche più avanti! Non fatevi fregare come ho fatto io!
    Heike

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